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Venezuela: chi è Guaidò, l’ingegnere che sfida Maduro

Il Paese sudamericano è stremato dalla crisi: l’inflazione ha raggiunto livelli impensabili e milioni di cittadini sono già scappati nella vicina Colombia o in Perù – Il 35enne Guaidò, come prevedono le norme parlamentari, si è autoproclamato presidente con l’appoggio di Usa, parte del Sudamerica e Ue, ma Maduro per ora resiste, forte del sostegno dei vertici dell’esercito e di Russia e Cina – Quanto potrà durare? VIDEO.

Venezuela: chi è Guaidò, l’ingegnere che sfida Maduro

In Venezuela, oggi, ci sono due presidenti. Da un lato Nicolas Maduro, che il 10 gennaio ha iniziato il suo secondo mandato, anche se gli osservatori internazionali e l’opposizione interna hanno denunciato che le elezioni del maggio 2018 sono state irregolari. Dall’altro Juan Guaidò, ingegnere di 35 anni, che a noi europei sembra sbucato dal nulla ma che in realtà siede in Parlamento dal 2015, cioè da quando è iniziata quella irreversibile e drammatica crisi che sta portando il Venezuela sull’orlo della guerra civile. La crisi, dovuta inizialmente al calo del prezzo del petrolio, di cui Caracas è grande esportatore e su cui basa praticamente tutta la sua economia, è poi dilagata con la corruzione e un’amministrazione, quella dell’erede di Hugo Chavez, che ha progressivamente perso il controllo della situazione e cancellato gli spazi di libertà e democrazia. Oggi il Venezuela ha il tasso d’inflazione più alto del mondo, che secondo il Fondo Monetario Internazionale arriverà nel 2019 al dieci milioni percento, una cifra impensabile: uno stipendio medio equivale a un pugno di dollari ed è sufficiente per non più di qualche pasto. Il Paese soffre di una carenza ormai cronica di alimenti e medicine, anche l’acqua e l’elettricità sono razionate. La criminalità è esplosa e circa 3 milioni di venezuelani, su una popolazione totale di 32 milioni, hanno già lasciato il Paese: negli ultimi mesi, in 30mila ogni giorno, hanno attraversato la frontiera con la Colombia, alcuni dei quali per raggiungere poi il Perù. All’emergenza democratica si aggiunge quella umanitaria e, con ben altri numeri rispetto a quella che viviamo in Europa, adesso anche quella migratoria.

CHI E’ GUAIDO’

Juan Guaidò è il leader dell’opposizione e il presidente del Parlamento. Ha iniziato a fare politica giovanissimo: già nel 2009 aveva fondato il partito anti-chavista Voluntad Popular, e un mese fa è stato eletto a capo dell’assemblea. Lo scorso 23 gennaio si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela, in attesa di nuove elezioni libere: già durante la cerimonia di insediamento, nei primi giorni del nuovo anno, il 35enne aveva citato l’articolo della Costituzione secondo cui il leader del Parlamento può assumere la presidenza se ritiene che il capo dello Stato in carica sia illegittimo. Da Maduro e dai suoi sostenitori viene definito un “pupazzo di Washington”: in effetti l’ingegnere si è specializzato alla George Washington University, e non è un caso che pochi giorni dopo il suo gesto di autoproclamazione, il 28 gennaio la Casa Bianca ha imposto pesanti sanzioni all’azienda petrolifera statale Petroleos de Venezuela (Pdvsa), così da accerchiare in qualche modo Maduro, impedendogli ad esempio di sottrarre fondi all’azienda ma anche di “processare” il petrolio negli Usa, che è essenziale per poterlo mettere sul mercato. La reazione di Maduro è stata di intimare entro 72 ore il ritiro dei diplomatici statunitensi, decisione poi revocata ma che è stata poi sostituita con una dura mossa nei confronti di Guaidò: attraverso una non casuale decisione del Tribunale supremo di giustizia, l’attuale presidente ha stabilito che il giovane oppositore non può lasciare il Paese e ha disposto il blocco dei suoi conti bancari.

 

CHI SOSTIENE GUAIDO’

Dopo l’autoproclamazione di Guaidò, il mondo si è letteralmente spaccato in due. Il presidente ad interim è stato immediatamente riconosciuto da Stati Uniti, Canada e dalla maggior parte del Paesi latinoamericani, ad eccezione del Messico di Lopez Obrador (che da un lato tratta con Trump ma dall’altro sostiene Maduro), di Cuba, del Nicaragua, e della Bolivia di Evo Morales, che ha da poco sospeso alcuni articoli della Costituzione da lui stesso firmati nel 2009, il che gli consentirà di ricandidarsi per un quarto mandato (è in carica dal 2006). Altri 13 Paesi dell’America Latina si sono invece compattati nel cosiddetto gruppo Lima, capitanato da Brasile e Argentina e al quale partecipa anche il Canada del progressista Justin Trudeau. Il sostegno più forte a Guaidò rimane comunque quello di Washington: il 22 gennaio il vicepresidente Mike Pence si è addirittura occupato in prima persona della faccenda, registrando un videomessaggio destinato al popolo venezuelano, in cui esprimeva tutta la solidarietà e l’appoggio della Casa Bianca. Al fianco dell’autoproclamato presidente, seppur in maniera più debole e non compatta, anche l’Unione europea: il Parlamento di Strasburgo ha ufficialmente votato la mozione, anche se gli eurodeputati italiani sono stati molto divisi, sia all’interno della maggioranza di governo tra Lega (favorevole a Guaidò) e Movimento 5 Stelle (pro-Maduro), sia all’interno dello stesso Pd. Il governo legastellato è dunque riuscito ancora una volta ad isolarsi, mentre in prima linea a portare avanti la linea europea c’è la Francia di Macron.

 

CHI STA CON MADURO

A sostenere invece Maduro ci sono le due superpotenze amiche, Russia e Cina, ma anche la Turchia di Erdogan e un manipolo di Paesi latini. Quello di Mosca, Pechino e Ankara è tuttavia, al momento, quello che si potrebbe definire solo un appoggio esterno: i Paesi sono grandi clienti commerciali e creditori di Caracas, ma alla cerimonia di insediamento per il secondo mandato di Maduro sia Vladimir Putin che Xi Jinping che Recep Tayyip Erdogan si sono ben guardati dal presenziare, limitandosi a inviare dei diplomatici. C’era invece il nuovo presidente di Cuba Miguel Diaz-Canel: Cuba festeggia proprio in queste settimane il 60esimo anniversario della rivoluzione castrista e già sotto Raul Castro ha avviato un processo di relativa democratizzazione del Paese, di riapertura delle relazioni con gli Usa e di una piccola ma significativa concessione all’iniziativa privata. Tra poche settimane è previsto anche un referendum popolare per riformare la Costituzione, il che porta L’Avana in una direzione sempre più lontana, ancorchè formalmente amica, rispetto a ciò che sta succedendo a Caracas. Il più grande sostegno a Maduro rimane tuttavia quello interno: non certamente da parte della popolazione, stremata dalla fame e dalle tensioni, ma quello decisivo dei vertici dell’esercito, che in Venezuela controllano non solo l’ordine pubblico ma anche i giacimenti minerari e hanno un fortissimo potere nella gestione dell’economia. Ad oggi i generali non hanno ancora voltato le spalle al presidente:ma la sfida di Guaidò, secondo molti, è proprio quella di conquistare le forze armate del Paese.

 

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