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Stirpe: “Nè salario minimo nè Flat Tax: i salari crescono se si taglia il cuneo”

INTERVISTA A MAURIZIO STIRPE, Vicepresidente della Confindustria – “Il salario minimo e la Flat Tax non sono la strada giusta per aumentare le retribuzioni dei lavoratori” – “In Italia non c’è un clima favorevole a fare impresa” – “Se il Governo non ce la fa, meglio le elezioni” – “La mia azienda punta a diventare un player globale e non escludo la Borsa”

Stirpe: “Nè salario minimo nè Flat Tax: i salari crescono se si taglia il cuneo”

“Il salario minimo legale non è la strada giusta per aumentare le retribuzioni dei lavoratori, così come non lo è quella della Flat Tax: sarebbe molto meglio che, in un disegno organico di riforma tributaria, il Governo imboccasse la strada, suggerita dalla Confindustria, di un robusto taglio del cuneo fiscale destinando il 100% delle risorse liberate ai lavoratori”. Chi parla è Maurizio Stirpe, vicepresidente della Confindustria per i rapporti sindacali e titolare di una media impresa di componentistica in plastica per auto e moto – la Prima Sole Components – nata nel cuore della Ciociaria ma che oggi ha 12 stabilimenti e 3.200 dipendenti in Italia e nel mondo e che punta a diventare una multinazionale familiare su scala globale o attraverso alleanze o raccogliendo capitali con la quotazione in Borsa. La sua intervista a tutto campo a FIRSTonline è piena di sorprese e di saggezza e rivela che Stirpe è un imprenditore controcorrente, che non ama il lusso ma non nasconde la sua passione per il calcio e per il suo Frosinone, per il quale ha costruito a sue spese uno stadio d’avanguardia. Ecco il suo pensiero. 

Presidente, è vero che da ragazzo Lei voleva fare il ricercatore in Banca d’Italia e che fu solo per necessità di famiglia che divenne imprenditore? 



“Sì, è vero, dopo gli studi universitari e la laurea in giurisprudenza  alla Sapienza di Roma avrei voluto approfondire le mie conoscenze sulla macro-economia e sul sistema bancario o all’Università o in Banca d’Italia, ma mio padre aveva idee e necessità diverse per il mio futuro e mi convinse a fare l’imprenditore nella piccola azienda di famiglia di componentistica in plastica per veicoli”. 

Vista la crescita della sua azienda, la Prima Sole Components, che negli anni ’80 – quando entrò Lei – era una fabbrichetta di 12 lavoratori e adesso conta 3.200 dipendenti con 12 stabilimenti in Italia e nel mondo non c’è dubbio che sia stata una scelta fortunata e sembra di capire che ora a Lei fare l’imprenditore piaccia molto. 

“Sì, non mi sono certamente pentito di aver fatto l’imprenditore e ancora oggi ringrazio mio padre  che con grande lungimiranza mi spinse a fare un mestiere per il quale ho scoperto subito di avere una forte inclinazione e molta passione”. 

La sua azienda è rimasta l’unica multinazionale del Frusinate: fare impresa nel Centro-Sud e in una provincia tranquilla ma un po’ periferica come Frosinone è più facile o più difficile che farlo nei grandi centri industriali? 

“E’ certamente più difficile fare impresa nel Centro-Sud e specialmente in un territorio come il Frusinate che aveva subito un’industrializzazione massiva negli anni ‘60 e ’70 per effetto della Cassa del Mezzogiorno ma che, una volta esauriti gli incentivi e gli sgravi fiscali, ha perso quasi tutte le multinazionali e lasciato il campo a pochi imprenditori autoctoni che hanno dovuto affrontare con i soli loro mezzi l’asprezza del cambiamento. Noi però siamo un gruppo che, oltre alle sue radici storiche nel Frusinate, ha acquisito il privilegio e la dimensione per fare impresa anche nel Centro-Nord dove l’ambiente è più favorevole”. 

Ma quale è stato il segreto del vostro successo imprenditoriale e il vostro è un modello aziendale replicabile anche altrove? 

“E’ un modello difficilmente replicabile perché è cambiato il contesto da cui siamo partiti e perché ora il mondo delle imprese – almeno nel nostro settore – punta alle economie di scala delle grandi dimensione e al consolidamento delle aziende. Quando cominciai io era tutto più semplice, anche se eravamo solo una micro-azienda, ma a quei tempi crescere era più facile. Il segreto del successo? Un mix di fattori: dall’innovazione di prodotto per la climatizzazione delle vetture al crollo per il terremoto dello stabilimento Fiat di componentistica a Napoli che spinse la stessa Fiat a cercare fornitori alternativi e, ancora, dall’esistenza di player sistemici a tutti gli effetti all’importanza del gioco di squadra e di relazioni sindacali molto dialoganti, che sono state sempre una caratteristica della nostra azienda”.

Qualche tempo fa Lei ha fatto dichiarazioni inconsuete nel mondo dell’imprenditoria sostenendo di “aver sempre considerato l’interesse dell’impresa non perfettamente coincidente con quello con quello dell’imprenditore e di aver sempre ritenuto che l’imprenditore dovesse porsi al servizio dell’impresa e non viceversa”: in concreto questo significa separare la proprietà dalla gestione di un’azienda e non avere l’ossessione del controllo? 

“Sì, è esattamente questo che penso e che pratichiamo nella nostra azienda, secondo una filosofia dalla veduta lunga che aveva preparato per tempo mio padre e che si fonda principalmente su due pilastri: al primo posto viene sempre lo sviluppo dell’azienda e la selezione della governance aziendale deve essere basata solo sul merito”. 

Nel futuro della sua azienda c’è anche la quotazione in Borsa o no? 

“In Borsa si va se si ha un progetto e noi abbiamo un piano di crescita molto ambizioso che certamente ci imporrà di raggiungere un rafforzamento patrimoniale che può avvenire con alleanze finanziarie e industriali ma il cui punto di arrivo – nel giro di 3 o 4 anni – è anche la quotazione in Borsa. 

In che cosa consiste il vostro piano di crescita aziendale e perchè la quotazione in Borsa non è per oggi? 

E’ un piano in due tempi. Tra il 2019 e il 2020 completeremo il primo passo e cioè la realizzazione degli investimenti programmati nell’Est Europa e in Brasile. Poi scatterà la fase 2, che vuol dire: 1) irrobustimento finanziario con alleanze o con la quotazione in Borsa, che è prodromico agli obiettivi di sviluppo futuro;  2) completamento dell’anello della nostra globalizzazione:  oggi siamo già forti in Europa e in Sudamerica ma per essere un player globale, come vogliamo diventare, dobbiamo crescere –anche con alleanze – nell’America del Nord e in Asia. In cifre questo vuol dire che, rispetto ai 3.200 dipendenti che oggi abbiamo nel mondo, dovremo continuare ad assumere e ne avremo 4.300 entro il 2020 con l’obiettivo di essere a tutto gli effetti  un’impresa medio-grande in grado operare su scala globale”. 

Producendo componenti in plastica per auto ed essendo fornitore di tutti i maggiori gruppi automobilistici, Lei sta vedendo da vicino la crisi e la difficile transizione del settore verso l’auto elettrica e verso l’auto a guida automatica: come si colloca l’Italia in questo processo di trasformazione e quante probabilità ha di uscirne in piedi? 

“Nella transizione verso il nuovo mondo dell’auto non solo l’Italia ma tutta l’Europa è in ritardo rispetto alla Cina e al Far East ed è particolarmente grave che non ci siano campioni europei di batterie elettriche. Se vive male la transizione industriale chi è in ritardo come l’Europa, è evidente che chi lo è ancora di più come l’Italia stia peggio e debba scontare scossoni maggiori dal cambiamento in un settore che oggi si trova in grande fibrillazione e in forte trasformazione”. 

Che cosa pensa del progetto di fusione tra Fca e Renault che, dopo il primo stop, sembra poter riprendere quota? 

“E’ un progetto positivo che, se realizzato, porterebbe al rafforzamento di tutti gli attori in campo: dalla Fca alla Renault e alla Nissan. C’è da sperare che superino le difficoltà attuali e riescano a centrare l’obiettivo della fusione”.

Come vicepresidente della Confindustria con delega ai rapporti sindacali, non l’ha stupita il fatto che la protesta del recente sciopero dei metalmeccanici non si indirizzasse tanto contro gli imprenditori ma soprattutto contro il Governo? E’ il segno che i rapporti tra  imprese e sindacati sono migliorati o che anche i sindacati considerano rovinosa l’azione dell’attuale Governo? 

“Sono valide entrambe le considerazioni. Certamente i rapporti tra Confindustria e sindacati sono migliorati dopo la stipula del Patto per la fabbrica con i conseguenti reciproci impegni sul modello di contrattazione, sul Welfare aziendale, sulla formazione, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte dell’azienda. La protesta sindacale contro il Governo nasce invece dalla consapevolezza che la crescita e l’occupazione sono i problemi centrali della politica economica ma rispetto ai quali l’azione del Governo è insufficiente e si allontana dall’obiettivo di una congrua riduzione del cuneo fiscale a tutto vantaggio dei lavoratori che, questa sì, potrebbe segnare una svolta per il Paese”. 

Il Governo pensa invece alla Flat Tax anche a costo di sfondare i vincoli europei di bilancio: qual è il suo giudizio? 

“Non credo alla bontà di interventi fiscali a macchia di leopardo perché penso che occorra riformare, come raccomanda anche il Governatore della Banca d’Italia, l’intero sistema tributario italiano con una riforma organica  equilibrata e ben congegnata che ridisegni il rapporto tra tassazione diretta e tassazione indiretta e che sposti il prelievo fiscale dal lavoro alle rendite e dal lavoro ai consumi”. 

Da imprenditore che cosa la preoccupa di più dell’attuale situazione economica e politica? La stagnazione economica con una finestra sulla recessione, la dimensione sempre più esorbitante del debito pubblico, l’assenza di investimenti pubblici e di una politica dello sviluppo o il conflitto permanente con l’Europa che ci colloca pericolosamente a un passo da Italexit? 

“Quelle che la domanda pone sono tutte preoccupazioni legittime di ogni imprenditore, ma il punto di maggior criticità è la mancanza di una politica industriale. Siamo la seconda manifattura d’Europa ma di politiche mirate a sostegno dell’industria non si vede nemmeno l’ombra. Il programma Industria 4.0 è finito nel dimenticatoio  e quel che più colpisce è che in Italia non c’è più un clima favorevole a fare impresa. Lo testimoniano purtroppo mille atti e comportamenti dei pubblici poteri”. 

Allude anche al salario minimo legale di 9 euro l’ora che il Governo vorrebbe introdurre? 

“Certamente sì. Se lo fano, saltano i contratti e sale alle stelle il costo del lavoro, come riconoscono anche i sindacati. Per Confindustria non esiste una criticità così diretta, dato che appena il 15% circa dei contratti nazionali stipulati ha salari minimi tabellari inferiori ai 9 euro ma il problema sarebbe devastante per i settori del commercio e dell’artigianato con ripercussioni a catena su tutto il sistema produttivo.  Se si sfasciano i contratti nelle piccole e piccolissime imprese il danno non si ferma lì, ma si ripercuote su tutta la filiera”. 

Lei però, in una recente intervista al Corriere della Sera, è parso superare il muro contro muro e ha aperto uno spiraglio anche sul salario minimo sostenendo che se nei 9 euro l’ora fossero compresi anche i ratei di ferie, la tredicesima e il Tfr la musica potrebbe cambiare: è una proposta di compromesso? 

“Può diventarlo  solo a condizione che il Governo e i sindacati condividano il principio che il salario minimo legale non possa mai essere superiore al 40% del salario mediano, come avviene nelle buone pratiche europee, e che il Governo si obblighi a non intervenire ope legis su una materia che è di esclusiva appartenenza al ruolo svolto dalle parti sociali. Ma lo ripeto: per noi la via migliore per incrementare i salari è quella che passa attraverso il taglio del cuneo fiscale e la conseguente integrale distribuzione delle risorse liberate ai lavoratori”.

Ma per le imprese il probabile avvicinarsi delle elezioni anticipate sarebbe un rischio o un’opportunità per sperare di invertire la rotta della politica economica? 

“Dipenderà da quello  che vorrà e saprà fare questo Governo. Se disgraziatamente non dovesse essere in grado di realizzare un programma credibile e coerente con i nostri impegni con l’Europa, meglio sarebbe andare alle elezioni politiche anticipate”. 

Presidente, Lei è conosciuto come persona di grande sobrietà: nessuno l’ha mai vista su uno yacht o in una villa faraonica e in Confindustria ha addirittura rinunciato all’uso dell’elegante studio che le spettava come vicepresidente per occuparne uno più piccolo nel cuore della Direzione sulle relazioni industriali. Ma è altrettanto noto il suo amore per il calcio che  l’ha portata alla presidenza del Frosinone e a costruire a sue spese uno degli stadi più belli di proprietà della sua società di calcio. Quanto Le costa ogni anno la sua passione per il calcio? 

“Costa tanto, ma non ho mai fatto follie e anche nel calcio uso il mio patrimonio familiare con equilibrio, senza fare mai il passo più lungo della gamba. Certo la retrocessione nel Purgatorio della serie B, che abbiamo rimediato quest’anno, mi costerà di più di quando giocavamo in serie A perché le risorse che circolano per il campionato cadetto sono pochissime”. 

In questi giorni però il calcio Le sta dando un motivo di amarezza in più per le voci che arrivano dalla Spagna sul possibile coinvolgimento di quattro giocatori o dirigenti del Frosinone nel nuovo scandalo sulle scommesse: che ne pensa? 

“Non commento fatti che non si conoscono bene, ma aspettiamo fiduciosi di sapere come stanno realmente le cose per  organizzare un’eventuale difesa come parte lesa. E’ vero che non si può mai mettere le mani sul fuoco per nessuno, ma faccio fatica a immaginare il coinvolgimento di qualcuno dei nostri in giri di scommesse illecite. Aspettiamo e vediamo, sperando che si faccia chiarezza al più presto”. 

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