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Secondo il Global Innovation Index dell’Insead, la Svizzera è leader e l’Italia è solo 35esima

di Gennaro Barbieri – Nella nuova classifica mondiale dell’innovazione gli svizzeri balzano al primo posto davanti a Svezia e Singapore. L’Italia migliora la propria capacità innovativa ma resta indietro: la penalizzano i costi per avviare un’impresa, la pressione fiscale e la scarsa competitività commerciale – Bassa produttività dei nostri centri di ricerca

Secondo il Global Innovation Index dell’Insead, la Svizzera è leader e l’Italia è solo 35esima

L’Italia migliora complessivamente la propria capacità di innovazione, ma evidenzia ancora importanti lacune che la collocano al 22° posto in Europa e al 35° nel mondo. E’ quanto emerge dal Global Innovation Index elaborato da Insead, una delle principali scuole di business del pianeta, in collaborazione con l’Insistute for the Protection and the Security of the Citizen (Ipsc). L’analisi riguarda 125 Paesi che rappresentano il 93,2% della popolazione mondiale e circa il 98% del Pil globale. Al primo posto della classifica dell’innovazione si posiziona la Svizzera, che guadagna così tre posti rispetto al 2010. A ruota Svezia e Singapore, mentre l’Islanda scivola dal primo gradino all’undicesima posizione.

L’Italia segna un miglioramento rispetto al trentottesimo posto dello scorso anno ma non riesce a riconquistare i livelli del 2009, quando si era posizionata trentunesima. A pesare significativamente sul dato del nostro Paese è, tuttavia, il raffronto con le altre realtà europee. Tra i primi dieci figurano, infatti, altri quattro Stati del vecchio continente (Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito) e la maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea si collocano tra i primi trenta. In particolare sono gli Stati di recente ingresso nella Ue a mostrare significativi progressi: Estonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Cipro e Slovenia.

L’Italia è penalizzata soprattutto da un contesto poco favorevole per gli investimenti (occupiamo addirittura l’ottantacinquesima posizione), a causa degli elevati costi necessari per avviare un’impresa e dell’enorme pressione fiscale che grava sui profitti, più bassa soltanto di Brasile, Algeria, Colombia, Bolivia, Tajikistan e Argentina. A ciò si aggiunge la scarsissima competitività commerciale del nostro Paese (ottantanovesimo posto), che ci vede alle spalle di quasi tutte le nazioni europee, persino dell’Albania e della Macedonia. Per quanto riguarda la valorizzazione del capitale umano, siamo apparentemente in buona posizione ma il confronto con gli Stati che ci precedono induce a ulteriori riflessioni.

Nella graduatoria che calcola la qualità della formazione siamo ventiquattresimi, tuttavia il nostro punteggio è ben distante dalle realtà più virtuose come Danimarca e Irlanda. Inoltre, davanti a noi compaiono anche Stati come Moldova, Lettonia, Bosnia, Ungheria e Venezuela. L’indicatore che riguarda l’efficienza della ricerca ci relega poi addirittura al quarantasettesimo posto, persino dietro Paesi quali Bangladesh, Tanzania e Malawi. Questo è dovuto soprattutto alla bassa produttività dei nostri istituti di ricerca, che occupano il sessantaquattresimo posto e che risultano meno efficienti di quelli thailandesi, vietnamiti e ghanesi. Da segnalare anche lo scarso grado di collaborazione tra atenei e aziende (sessantatreesimo posto), che risulta più elevato anche in Kenya, Rwanda e Botswana. Un’altra nota dolente riguarda l’informatizzazione delle strutture governative italiane che rivela l’enorme arretratezza del nostro Paese: siamo ottantesimi, meglio soltanto di qualche Stato africano o di realtà reduci da scenari bellici. Un altro dato che risalta è l’indicatore relativo alla stabilità politica e alla presenza di violenza e terrorismo. L’Italia si colloca in quarantesima posizione, dietro la maggior parte dei Pesi dell’Europa centrale e settentrionale e anche alle spalle di Botswana, Oman, Namibia e Costa Rica. Come parziale consolazione, bisogna però sottolineare che peggio di noi stanno gli Stati Uniti e la Spagna. Il nostro Paese non si distingue inoltre per una diffusa libertà di stampa, in quanto siamo dietro quasi tutte le nazioni europee: solo Romania, Grecia e Russia navigano in acquee peggiori.

L’elemento che induce alle maggiori riflessioni resta comunque il raffronto tra l’Italia e il resto d’Europa. I Paesi scandinavi producono ottime performance relativamente a tutti gli indicatori, rendendo quell’area all’avanguardia nell’innovazione e nello sviluppo. Tra i quindici Paesi del nucleo originario dell’Unione europea si distinguono soprattutto i Paesi Bassi, la Germania, la sorprendente Irlanda e il Lussemburgo. Un discreto riscontro anche per Austria, Francia e Belgio, mente gli Stati dell’area mediterranea rappresentano l’autentico tallone di Achille del continente. L’Italia precede la Grecia ma naviga dietro Spagna e Portogallo, dimostrando come la strada da percorrere in termini di innovazione sia ancora estremamente lunga.


Allegati: GII_COMPLETE_PRINTWEB.pdf

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