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Medicina personalizzata: sfide e promesse per il futuro

Il tema è stato al centro del convegno milanese ideato da Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Fondazione Umberto Veronesi che ha richiamato a Milano i massimi esperti a livello mondiale, tra cui James Patrick Allison, premio Nobel per la medicina 2018

Medicina personalizzata: sfide e promesse per il futuro

Fra le prospettive più interessanti da cui guardare alla medicina del terzo millennio vi è la medicina della persona: un nuovo paradigma nel quale si cercano le soluzioni più efficaci per prevenire, diagnosticare e curare le malattie sulla base delle caratteristiche dell’individuo, come la genetica, l’ambiente in cui vive e lo stile di vita. Ad affrontare tutte queste tematiche di rilievo è stato il convegno internazionale “The Healthcare to come” promosso e organizzato dalla Fondazione Silvio Tronchetti Provera e dalla Fondazione Umberto Veronesi, in collaborazione con l’Università Statale di Milano. Meeting che ha richiamato nell’aula magna dell’ateneo sorto nell’ex Ca’ Granda del Filarete scienziati e ricercatori di altissimo profilo provenienti da tutto il mondo tra cui James Patrick Allison, Premio Nobel per la Medicina 2018.

 Sviluppata sulla spinta della genetica, della genomica e delle altre scienze cosiddette “omiche”, la medicina della persona, come tutta la medicina di precisione, è resa possibile grazie alle opportunità aperte dalla bioinformatica, dalle nanotecnologie e dalla rivoluzione digitale. Grazie a questi strumenti, infatti, oggi si può gestire un innumerevole quantità di dati, esplorare in profondità le caratteristiche di un ampio numero di persone, il tutto in tempi ridotti. La speranza è quella di saper governare questo complesso sistema di conoscenze per offrire le cure più efficaci e sicure possibili a un dato paziente in un dato momento, evitare i trattamenti inutili e ottimizzare gli approcci di prevenzione e diagnosi precoce.



Se fino ad alcuni decenni or sono il tema appariva futuribile, oggi la medicina della persona è realtà. I campi di applicazione clinica sono ancora circoscritti ma in crescita, la ricerca è in fermento. Si studiano bersagli molecolari per le malattie rare e i tumori, ma anche per le malattie autoimmuni, neurologiche, psichiatriche, metaboliche. E non da meno sono gli impatti che la medicina della persona può avere, per esempio, sulla sostenibilità del sistema sanitario.

“Non è più solo materia da pionieri: la medicina di precisione entra in una fase “adulta” ed è chiamata a nuovi compiti – ha affermato Paolo Veronesi, Presidente di Fondazione Umberto Veronesi e Direttore Programma Senologia Ieo -. La missione di medici e ricercatori è trovare le migliori soluzioni possibili e fare in modo che siano offerte a tutti coloro che possono davvero beneficiarne. Un percorso che ci può portare lontano, ma che va affrontato un passo dopo l’altro, senza sottovalutarne la complessità”. Anche Marco Tronchetti Provera, presidente della Fondazione Silvio Tronchetti Provera, ha sottolineato nel suo intervento in apertura del convegno come “l’incontro fra ‘big data biology’ e “big data society” reso possibile dalla digitalizzazione abbia consentito di aprire nuove frontiere in questo e noi siamo fieri di supportare il dialogo tra i maggiori studiosi mondiali della materia per un confronto indispensabile per affrontare tutte le implicazioni che lo sviluppo della medicina personalizzata implica”.

E le sfide aperte con la “personalized medicine” trovano nell’oncologia la disciplina dove questo impatto risulta già evidente. “Lo dimostra – ha detto Pier Giuseppe Pelicci, Direttore della Ricerca e Chairman del Dipartimento di Oncologia sperimentale Ieo e membro del Comitato scientifico di Fondazione Umberto Veronesi – l’introduzione nella pratica clinica di numerose terapie molecolari, comprese targeted-treatments e immunoterapie. Dalla fin degli anni ’90 sono stati ottenuti risultati senza precedenti, con effetti duraturi e, in alcuni casi, con la completa guarigione di vari tipi di tumori. Ora bisogna aumentare il numero di pazienti che possono beneficiarne, soprattutto per quella parte – prevalente – che non risponde all’immunoterapia”.

Dai primi esempi di medicina personalizzata in oncologia verso la fine degli anni Novanta, sono stati introdotti molti trattamenti mirati di successo e, più recentemente, l’immunoterapia con gli inibitori delle molecole “di blocco” della risposta immunitaria (ICI) ha portato a risultati senza precedenti con effetti duraturi e, in alcuni casi, alla completa guarigione di diversi tipi di tumori (come il melanoma, il linfoma, il tumore del polmone e molti altri). Ciò nonostante, vi è ancora margine di miglioramento dato che la maggior parte dei pazienti non risponde all’immunoterapia a causa di una resistenza intrinseca alla malattia o alla rapida comparsa di tumori resistenti.

Sui nuovi approcci terapeutici nelle fasi pre-clinica e cinica si sono soffermati nelle loro relazioni due luminari della University of Texas MD Anderson Cancer Center di Houston: Padmaee Sharma, Professore presso il Reparto di Oncologia Medica Genitourinaria, Divisione di Medicina Oncologica, e Giulio Draetta Senior, Vice President e Responsabile della Therapeutics Discovery, Division of Discovery and Platforms. Luigi Naldini, direttore SR-Tiget di Milano, si è soffermato sulle terapie cellulari e geniche che stanno diventando un nuovo pilastro della medicina moderna e ci aiutano a trattare un numero sempre crescente di patologie umane. In alcune strategie, le cellule staminali emopoietiche vengono prelevate da un paziente affetto da sindrome da immunodeficienza ereditaria, geneticamente corrette ex vivo e infuse nuovamente nello stesso paziente per garantirgli/le la costante disponibilità di una progenie funzionale potenzialmente per il resto della vita; le cellule mature di linee diverse possono quindi contrastare condizioni patologiche come le deficienze immunitarie primarie, le malattie del sangue e quelle da accumulo. In altre strategie, i linfociti vengono prelevati da un paziente oncologico, espansi ed ingegnerizzati ex vivo per meglio contrastare il tumore, quindi nuovamente infuse nel paziente.

L’Italia è stata all’avanguardia nello sviluppo dei farmaci per terapia avanzata, gli ATMP, con   tre delle prime quattro terapie cellulari e geniche registrate per il mercato dell’Unione Europea e per quello internazionale provenienti dalla pipeline della ricerca nazionale.

Per questo motivo, gli stakeholder della comunità biomedica italiana, l’industria farmaceutica e gli enti normativi hanno affrontato la sfida di pianificare per la prima volta un sistema per la produzione, la sperimentazione in ambito clinico e, eventualmente, la commercializzazione di farmaci derivanti dalle colture ex vivo e dalla modificazione genetica delle cellule dei pazienti, intesi per essere somministrati una sola volta ma dotati del potenziale di offrire vantaggi terapeutici prolungati – o effetti collaterali – per l’intera vita del paziente. Andavano quindi affrontate problematiche quali la definizione e il monitoraggio della sicurezza degli ATMP (acronimo che sta per Prodotti medicinali di terapia avanzata) nel breve che nel lungo periodo, la determinazione della loro qualità e dei possibili dosaggi e la loro somministrazione sicura ai pazienti. Inoltre, bisognava stabilire la prima volta anche i costi e le modalità di rimborso per questo genere di farmaci così nuovi.

“Nonostante questa esperienza sia stata gratificante dal punto di vista dello sviluppo di nuovi farmaci sempre più potenti e capaci di contrastare gravi patologie ancora senza cura, dovremmo chiederci quali condizioni abbiano favorito il circolo virtuoso del loro sviluppo; che ruolo abbia giocato il mondo accademico, quello industriale, nonché gli enti normativi nel tracciare il percorso che ha condotto a test clinici di successo e, conseguentemente, alla commercializzazione dei primi farmaci di questo genere.

Le patologie rare rappresentavano un banco di prova ideale per i primi ATMP, ma oggi siamo di fronte ad una rapida espansione delle terapie cellulari e geniche per il trattamento di malattie più comuni quali i tumori, e ci si chiede se i paradigmi che hanno consentito il primo efficace sviluppo degli ATMP per le malattie rare siano tuttora validi, e come e fino a che punto il loro costo possa risultare sostenibile.

Dato che sempre più grandi aziende farmaceutiche operano in questo nuovo settore, e che sarà disponibile un numero sempre maggiore di ATMP per una gamma sempre più vasta di patologie, come riusciranno il quadro clinico e quello normativo ad adeguarsi e a cambiare? E tali cambiamenti porteranno più vantaggi ai pazienti o agli interessi del business? Come potremo semplificare l’attuale quadro normativo per i test clinici dei futuri ATMP? Come garantire un accesso pubblico equo a queste nuove cure? Solo la collaborazione tra tutti gli stakeholder in ambito scientifico, medico, farmacologico, decisionale, normativo e di sensibilizzazione, sulla base di evidenze scientifiche e ispirati dai principi etici di una società giusta, consentirà di affrontare queste sfide e di cogliere la promessa di fornire il tanto atteso sollievo dove il carico di malattia risulta ancora insoddisfatto.

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