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L’uragano Sandy aiuterà l’economia? Secondo Frederic Bastiat, no. Ma cosa direbbe Keynes?

Curioso sipario sul web tra commentatori, appartenenti a diverse scuole di pensiero, in merito alla possibilità che eventi estremi (come l’uragano Sandy) possano aiutare – per mezzo della spesa pubblica – la crescita del Pil.

L’uragano Sandy aiuterà l’economia? Secondo Frederic Bastiat, no. Ma cosa direbbe Keynes?

Non tutto il male viene per nuocere. Questo potrebbe essere, in sintesi, il ragionamento, cinico ma realistico, di molti economisti e commentatori, quando un disastro naturale (tsunami, terremoto, uragano) funge da potenziale catalizzatore della spesa pubblica.

Per la ricostruzione di ponti crollati, strade dissestate, linee telefoniche ed elettriche divelte, il denaro profuso dalle autorità centrali mette in moto imprese, fornitori, manodopera. E rappresenta un’imperdibile opportunità per rinnovare infrastrutture fatiscenti o inefficienti. E per rilanciare la domanda interna.

Non a caso, ogni volta che un disastro naturale devasta zone geografiche ampie, non manca mai chi alza la mano e ricorda le potenzialità del “moltiplicatore keynesiano“.

E l’uragano Sandy non fa eccezione, dal momento che sul quotidiano USA Today l’opinionista Duncan Black firma un editoriale dal titolo “Sandy indica la via del badile”, rivangando (letteralmente!) l’immagine rooseveltiana dell’esercito di manovali intenti ad innalzare dighe e tracciare ferrovie.

“Non è ancora chiaro quanti danni Sandy causerà, ma riparare le infrastrutture creerà posti di lavoro. Ci sono molte infrastrutture pubbliche in questo paese. Ripariamole, e ripariamo l’economia”, recita Black concludendo l’intervento, ma – quasi che fosse un pezzo pronto – solo cinquantatre minuti dopo la pubblicazione su USA Today arriva una piccata replica da parte di Caroline Baum, columnist di Bloomberg: “prima che il nonsense sfugga di mano, chiariamo brevemente perchè i disastri naturali non sono un vantaggio netto per l’economia”.

“Ho una risposta pronta per questa assurdità: se la distruzione di ricchezza è desiderabile, perchè aspettare i disastri naturali invece di bombardare e ricostruire le nostre città?”.

Ma Baum, invece di polemizzare in prima persona, preferisce far parlare Frederic Bastiat, economista dell’800, padre del liberalismo. Nella fattispecie, il “Racconto della finestra rotta” (che si trova in un saggio del 1850, “Quello che si vede e quello che non si vede”) ci spiega perchè i cataclismi non aiutano il Pil. Nella parabola si parla di un negoziante che deve riparare un vetro – rotto dal proprio figlio – al costo di sei franchi. Avendo solo sei franchi in tasca, li devolve interamente alla riparazione della finestra. Certo, il corniciaio aumenterà il proprio reddito, ma quei pochi denari non potranno essere spesi, dal negoziante, per acquistare altri beni.

Secondo l’opinionista di Bloomberg (ma soprattutto secondo Bastiat) il beneficio netto derivante da uno “spiazzamento” della spesa è, quantomeno, nullo, bilanciato da un corrispondente costo-opportunità: “nessuna industria, nè la somma totale del lavoro nazionale, vengono interessate dalla rottura della finestra. O, più brevemente, la distruzione non rappresenta un profitto”.

Il nodo dialettico, certamente, non può risolversi in due veloci commenti su internet. Cosa direbbero, ad esempio, John Maynard Keynes o Joseph Schumpeter, padre del concetto di “distruzione creatrice”? E’ opinione comune dei (veri) economisti che l’effetto-moltiplicatore non sia uguale tra i diversi settori dell’economia.

Ma una cosa è certa: Pil a parte, sia Bastiat che Schumpeter auspicherebbero un clima mite e senza intemperie, se non altro per risparmiare molte vite umane.

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