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La Banca del Sud: da pulzella a zitella

Non esiste, nell’economia meridionale, la capacità endogena di canalizzare il proprio risparmio verso un investimento che alimenti la crescita. Ciò che serve è una banca di sviluppo: capace di coordinare e dirimere le difficoltà e le opportunità che gli attori economici del mezzogiorno potrebbero offrire al nostro paese.

Correva l’anno 2004 e Giulio Tremonti non era più ministro dell’economia. Al suo posto c’era Domenico Siniscalco che doveva fronteggiare due problemi. Secondo un commento di Luigi Spaventa, apparso su la Repubblica, la qualità della spesa pubblica italiana era allineata agli standard europei solo nella sua dimensione quantitativa. Ma la pubblica amministrazione non riusciva a tradurre in benefici per i deboli i servizi finanziati dalla spesa, a sua volta garantita dal gettito. Lo Stato “da di più a chi troppo poco ha”. Si annunciava una manovra da 24 miliardi per la legge finanziaria ma si ventilavano anche riduzioni del debito pubblico, mediante cessione di cespiti pubblici e una riduzione della pressione fiscale.

La competitività internazionale delle imprese private era in caduta; il grado di monopolio su molti mercati domestici elevato. Il rischio di un’espansione, nel caso avesse avuto successo, questa politica economica, espansiva e orientata a una maggiore equità, sarebbe stato inflazione da monopoli interni, anelasticità dell’offerta, fiacco regime di welfare e scarsa capacità di esportare. Non si corse il rischio dell’espansione, diciamo così, e la dinamica dell’economia, per fortuna (sic), rimase stagnante prima e dopo la crisi finanziaria del 2008. Ceduta a Siniscalco la regia e la guida della politica economica, Giulio Tremonti, l’undici settembre del 2004, ma nessuno notò che fosse il terzo anniversario di 9/11, espose l’esigenza di creare una Banca nel Mezzogiorno.

L’unica grande regione europea che non ne avesse una, dalle radici saldamente connesse al proprio territorio. Aveva ragione nella constatazione e nella richiesta. L’ipotesi che pensava di sviluppare non era proprio coerente con quello che sarebbe stato necessario fare. L’articolo completo di Giulio Tremonti si può rileggere sul sito della rassegna stampa della Camera dei Deputati . Secondo Tremonti l’avvenuta unificazione “ha annichilito la società meridionale, di riflesso e per conseguenza, ha interrotto il suo processo di sviluppo”. “Antiche e gloriose capitali sovrane furono trasformate in prefetture, senza che ci fosse nel mezzogiorno, il baricentro di una forte civiltà municipale”: La prima affermazione potrebbe essere discutibile, la seconda è certamente accettabile.

Al trauma, conseguenza dei fatti descritti, nel Sud sopravvive solo una forza, un potere, il sistema bancario meridionale. Ma negli anni novanta anche quello crolla, Tremonti non lo dice ma è chiaro che il crollo è generato dalla crisi che conduce alla seconda repubblica. Essendo sopravvissuto, quel sistema bancario meridionale, solo grazie alla circostanza che, nella prima repubblica, al contrario di quanto abbiamo potuto constatare nella seconda, la classe dirigente meridionale arrivava davvero ai gangli del potere nazionale e, per questa strada, si garantiva il controllo, nel bene come nel male, delle banche meridionali e la loro sopravvivenza. Sradicati quei gangli, ed essendo inesistente una cultura municipale, che si alimenta del suo risparmio e delle proprie conoscenze – qualcuno potrebbe qui riconoscere una anticipazione delle radici logiche del singolare federalismo da decentramento riproposto successivamente dalla lega – al mezzogiorno rimaneva uno strano dilemma.

“La finanza pubblica è quasi per compensazione storica chiamata a sostituire da fuori quella privata e quella privata – quella che c’è – non è comunque propria del mezzogiorno”. Questa affermazione di Tremonti è davvero centrata: non esiste, nell’economia meridionale, dipendente da sempre e sussidiata da almeno cento anni, la capacità endogena di canalizzare il proprio risparmio verso un investimento che alimenti la crescita. Quel risparmio c’è ma prende sempre altre e diverse destinazioni. Come si nota anche oggi e nonostante la radicale trasformazione del sistema bancario nazionale, che si è realizzata dal 2004 ai giorni nostri. Alla ipotesi di Tremonti, aggiungere un’altra banca nel mezzogiorno, magari in forma cooperativa, e certamente espressione delle risorse umane e della cultura locale, per darsi uno strumento adatto a creare il proprio futuro da parte dei meridionali stessi, rispose negativamente Antonio Fazio. Con un discorso pronunciato a Lecce, per l’avvenuto restauro della filiale della banca d’Italia. Il 25 settembre del 2004. Tempestivamente.

Quel discorso di Fazio si può leggere a http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2004/lecce/fazio_25_09_04_lecce.pdf. Secondo Antonio Fazio “Non si avverte l’esigenza di nuovi intermediari o di nuove categorie di enti creditizi. Lo sviluppo attuale e prospettico dell’economia presiede all’impianto di strutture creditizie; non viceversa. La promozione della maggiore efficienza delle banche e la capacità di analizzare il merito di credito e di sostenere i progetti imprenditoriali, in una con forme più decise di collaborazione tra banche, imprese e istituzioni, possono migliorare l’assistenza creditizia, concorrere a promuovere la ripresa economica, dare la migliore spinta propulsiva per la crescita e l’occupazione”.

Passano gli anni e la banca del sud, denominazione originaria, muta perché ne esiste già un’altra, piccola e controllata dall’unica fondazione bancaria italiana che, non avendo più una banca in portafoglio, ne ha creato una nuova. L’Istituto Banco di Napoli, che ha ceduto la propria banca, il Banco di Napoli, alla BNL. Per varie traversie il Banco di Napoli passa dalla BNL ad Imi-San Paolo ed approda nel gruppo Intesa, dove si trova ora come prima banca meridionale, la banca del territorio nel mezzogiorno continentale. Questo nuovo Banco di Napoli, che non è la società originaria incorporata da Imi-San Paolo, è una banca molto simile alla Banca del Sud che, nella sua prima intervista, quella del 2004, aveva suggerito Tremonti. E’ una banca retail molto articolata sul territorio ed, essendo controllata da una grande banca europea, agisce anche trasferendo prodotti e servizi complessi al territorio, attraverso la sua rete di sportelli. Non ha, ovviamente, una intelligenza finanziaria strategica, essendo una società controllata da un gruppo, e, per questa strada, dunque, non esaurisce in sé l’idea di Tremonti: una perfetta identità tra territorio e destino dello stesso. La banca del sud diventa, quindi, anagraficamente, una banca del mezzogiorno. E come tale viene perseguito, con cadenza biennale, il tentativo di darle vita. Nel 2006, prima, poi nel 2009, infine nel 2011. L’architettura di questa nuova istituzione è cambiata anche più del suo nome: Sud per Mezzogiorno è una variazione quasi inavvertita a Nord di Caserta. Roba da filologia del meridionalismo.

Il progetto, adesso si presenta in questo modo. Le Poste Italiane hanno rilevato il Mediocredito Centrale da Unicredit. Le Poste si stanno modernizzando e si danno anche compiti di intermediazione finanziaria, sul risparmio a esse affidato dal pubblico, e sulla gestione dei mezzi di pagamento e dei trasferimenti monetari. Hanno una rete capillare, nel Sud ma anche nel Nord. Alle Poste si potrebbero accodare banche popolari e banche di credito cooperativo. Una sterminata rete di filiali in Italia, ma molto meno densa, per entrambe le categorie di banche nel Sud. Tra uffici postali, e banche popolari e di credito cooperativo, la rete della nuova banca del Sud – questo, infatti, dovrebbe diventare il Mediocredito Centrale – sarebbe garantita.

Il Mediocredito – creato da Guido Carli per finanziare a medio termine e garantire i crediti delle piccole e medie imprese italiane, alla fine degli anni cinquanta – ha ancora oggi, come tutti gli ormai obsoleti istituti di credito speciale, attitudine alla valutazione di progetti di investimento, alla gestione di agevolazioni finanziarie, che sono sempre più sostituite da sgravi fiscali, considerati più automatici e meno farraginosi da gestire, ed amministra un importante apparato di fondi per garantire il credito commerciale delle piccole e medie imprese. Dotare questa macchina, burocratizzata negli anni e domiciliata su Roma, delle gambe di Poste Italiane, e di una rete di filiali appartenenti a banche cooperative o di credito rurale, significa farne un ragionevole competitor del Banco di Napoli. Considerando il banco in sé come una rete coordinata e intelligente di filiali, ed il suo azionista di controllo come una fabbrica capace di offrire servizi e prodotti a famiglie ed imprese del territorio meridionale. Si potrebbe anche dire che ci sarebbe più competizione.

Ma di competitor ce ne sono già ora, sia nel sistema delle banche popolari, che si sono collegate tra nord e sud, che grazie alla presenza di UniCredit che nel Sud è molto presente e con efficacia. Insomma, come diceva anche Fazio nel 2004, basterebbe lasciare le banche libere di fare. Un laissez faire, laissez passer che non è nelle intensioni ma neanche nella lettera originaria del pensiero di Tremonti. Che, invece, credo volesse davvero ridare una identità al Sud attraverso un’istituzione capace di rappresentare la consapevolezza, le idee e le opinioni delle classi dirigenti meridionali.

Una istituzione che fosse capace, con quelle risorse intellettuali, di costruire un futuro all’economia meridionale: creando crescita e sviluppo attraverso le imprese e gli imprenditori meridionali. Per fare questo non serve l’architettura potenzialmente proposta da Poste, banche e Mediocredito Centrale. Potrebbe servire Mediocredito Centrale e potrebbero servire alcuni soci, aggiuntivi rispetto a quelli finora raccolti intorno al progetto. I nuovi soci dovrebbero essere imprese, banche e altre istituzioni meridionali: sarebbe strana davvero una banca del mezzogiorno che non fosse controllata da interessi meridionali. E se fosse, in futuro, e con gli anni necessari alla sua creazione ed al suo assestamento, sarebbe bello vederla anche quotata in borsa e capace di emettere obbligazioni ed altri titoli, quotati su mercati regolamentati. Magari dopo l’ingresso nel capitale anche di soci privati ed istituzioni domiciliati in altre nazioni mediterraneo. Cosa dovrebbe essere questa banca del mezzogiorno?

Una banca di sviluppo: capace di coordinare e dirimere le difficoltà e le opportunità che gli attori economici del mezzogiorno potrebbero offrire al nostro paese, intercettando le dinamiche finanziarie e commerciali che si agitano nel mediterraneo. Una banca di sviluppo che offra tutte le competenze e le capacità di provvedere fondi per infrastrutture e per la crescita delle imprese. Una banca che sia capace di dare al mediterraneo, al suo spazio trilaterale (Balcani, Turchia e medio oriente, nord africa) il respiro e le opportunità della civiltà degli scambi. Come accadde nella stagione degli empori fenici dislocati nei porti principali che facevano da perno alle rotte dei mercanti. Fuori di questa prospettiva, o rinchiusa nella gabbia di una ennesima banca retail, per famiglie ed imprese meridionali, la banca del Sud sarebbe una incompiuta. La pulzella che nessuno volle e diventò zitella.


Allegati: Profilo_di_Massimo_Lo_Cicero.pdf

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