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Intervista a Roberto De Wan: l’arte senza etichetta del fashion designer

Intervista a Roberto De Wan: il fashion designer che unisce arte, moda e design in una de-costruzione onirica. “Creatività e artigianalità devono poter essere fruite da tutti”

Intervista a Roberto De Wan: l’arte senza etichetta del fashion designer

In una Milano che torna a pulsare non appena terminate le due settimane dedicate al design e alla moda, incontriamo nel suo atelier in via Manzoni, il fashion designer Roberto De Wan, oggi alla guida del brand De Wan. L’azienda fu aperta a Torino nel 1955 da Erika De Wan – nonna di Roberto – con un concetto che oggi possiamo definire di “lusso sostenibile” ossia accessori moda e oggetti di design ma accessibili a tutti. Un concetto poi sviluppato dal figlio Enrico, dalla moglie Rosalba e oggi dai due figli Elisabetta e Roberto.

Dopo la laurea in Scienze Politiche si è subito dedicato all’azienda di famiglia, ma allo stesso tempo ha continuato a perfezionare studi ed esperienze nel mondo dell’arte soprattutto come forma di espressione personale, ed è proprio attraverso l’arte che trova la sua vera dimensione, definendosi lui stesso “autore estraneo ad ogni forma di etichetta”.



Il suo spazio di Milano, dove garbatamente ci rilascia questa intervista – è un luogo pieno di luce dove vi convivono con complicità accessori moda e opere d’arte che lo stesso De Wan realizza con grande intimità, quasi la pittura fosse la sua amante segreta. Mentre gli accessori, come per i foulards in edizioni numerate, prendono ispirazione proprio dai suoi dipinti.

Al piano terra troviamo gli accessori moda e le particolarissime creazioni di bijoux, ma a basta scendere le scale e capire che stiamo entrando in quello che è il suo vero mondo segreto. Ed è qui che troviamo la sua passione, l’arte pittorica. Opere piene di colore, a volte eccessivo, ma capaci di suscitare forti emozioni che ci riportano in un mondo onirico. Non è difficile percepire che vi è un sogno nella sua pittura e un modo di dipingere che dialoga con forte inquietudine tra figurazione e astrattismo, ma mai casuale. 

Il vaso di Pandora, 2021

Chiediamo ora a Roberto De Wan di raccontarci un po’ la sua storia per comprendere meglio il suo mondo.

Torinese di nascita ma milanese di adozione soprattutto per stile, perché ha scelto questa città? E quali sono stati i momenti più belli della sua vita che ricorda?

Quando nel 1986-87 abitavo fra Monaco, Torino e Parigi venni per qualche giorno a Milano ospite di un’amica e rimasi affascinato da questa città,  così internazionale come Parigi ma di gran lunga più divertente. Soprattutto nell’ambito Moda ed Arte poi Milano era ed è la realtà metropolitana che offre maggiori opportunità in quanto intellettualmente vivace. (I milanesi, anche d’adozione, amano tanto le novità…) Il momento più bello? La nascita di mio figlio Leonardo, ora alla Facoltà di Architettura di Mendrisio. Ma comunque mentre disegno e dipingo sono quasi sempre felice, a volte un po’ insoddisfatto ma felice…

Lei è sicuramente un fashion designer affermato, ma cosa pensa la contraddistingua rispetto ad altri?

Onestamente non ho la consapevolezza di essere un grande Fashion-Designer ma ho certezza di rappresentare un certo design soltanto mio, senza etichette, estremamente personale e questo vale anche in campo artistico. Nasco infatti come artista, allievo di Pontecorvo durante gli studi liceali, e divento fashion-designer come figlio d’arte durante l’università avendo avuto la fortuna di essere concepito da due creativi, mio padre e mia madre che lavorano ancora unitamente a mia sorella Elisabetta nell’azienda di famiglia occupandosi anche loro di accessori-moda. Rispetto alla maggioranza dei colleghi in ambito Fashion, io trovo spesso ispirazione dai miei quadri per le nuove linee Moda. Non soltanto per quanto concerne sciarpe e foulard ma anche per gioielleria e pelletteria. A volte basta anche solo uno spunto.

Nel suo atelier troviamo anche molti dipinti, un percorso di diversi anni di lavoro, dal figurativo all’astratto, ma come si descriverebbe meglio? 

Dal figurativo subliminare e ritorno…Ovvero: non credo nell’astrattismo puro come non credo nell’iperrealismo. Entrambe le espressioni derivano dalla memoria che filtra le immagini. Inizio come figurativo ai tempi di Pontecorvo e mano mano le mie immagini divengono sempre più afigurali, per dirla alla maniera del mio amico e critico Prof.Rolando Bellini, cariche di simboli e di spiritualità come afferma il Prof.Mistrangelo che cura la mia prossima personale. Io però mi identifico soprattutto come “artista sempre in prima linea” come mi aveva definito la critica Francesca Bellola in occasione di una mia charity online a sostegno dell’emergenza Covid nel marzo 2019. Durante la pandemia venne allestita una mia mostra – unitamente ad alcuni fra gli autori più rappresentativi della pittura italiana –  presso la Galleria d’Arte Contemporanea Antonio Battaglia di Brera in occasione di Milano Moda Uomo e Milano Moda Donna a gennaio e febbraio 2020 e fummo davvero fra i pochi ad organizzare qualcosa. Si trattava della celebrazione dei 600 anni dalla dipartita di Dante Alighieri. Ma ora basta parlare di morti e malattie. Infatti in questo momento presso il mio atelier di via Manzoni a Milano è presentata una linea di opere dal titolo emblematico:  “Ripartenza”  “non soltanto economica ma anche sociale della Nazione” come ho dichiarato al Tg RAI durante una recente intervista.

Arte, Moda e design, un modello o un sistema imprenditoriale per il futuro?

Oggi più che mai, in un mondo volto alla ricerca e alla sostenibilità, è necessario che vi sia una sorta di contaminazione tra arte, moda e design che possa esprimere la creatività come l’artigianalitá che possa essere fruita da tutti e non da una sola élite. Perciò vedo un sistema imprenditoriale più consapevole del cambiamento della nostra società. E questa volta non possiamo più sbagliare, come successo negli anni passati.

Crede che ci sia ancora spazio per i giovani in questo suo settore, che consiglio si sente di dare ai ragazzi di oggi che vogliono trovare una propria strada in questo mondo? 
Meglio investire e restare a Milano o scegliere, come per tanti altri giovani, di andarsene all’estero?

Certamente la Moda emerge come sistema imprenditoriale per la futura occupazione giovanile, mentre l’Arte permane un modello da tenere sempre presente. I più giovani fanno bene a fare esperienza all’estero come a suo tempo abbiamo fatto noi. Le esperienze all’estero sono sempre utili, ma Milano è stata una grande capitale della creatività e lo sarà ancora, posso aggiungere che nel dopo Covid, la città presenta una ripartenza in una una forma morale e spirituale diversa. C’è solo da attendere per vederne gli sviluppi. L’Italia ha bisogno dei migliori, e fra questi spero anche di mio figlio che mi manca tanto… Consiglio ai giovani di coltivare le proprie passioni innanzitutto, devono avere il diritto di sognare e di credere senza però confondere sogni con ideali. Inoltre, di non escludere l’arte perché resterà sempre l’ispirazione per la moda e il design. C’è bisogno di arte e se assimilata, può essere espressa in tanti modi. 

Un’ultima domanda: qualche progetto per il futuro?

Programmi precisi non ne ho. Faccio quello che amo perché lo voglio, lavoro perché mi piace e se ci guadagno qualcosa è soltanto una delle conseguenze. Direi che per me é proprio una necessità per affermare quello che penso, indipendentemente dal consenso che ne possa conseguire. A me non importa il successo ma il risultato.

La preview « Festa d’autunno » con la presentazione delle nuove opere e delle collezioni si terrà giovedì 14 ottobre dalle 10 alle 19 (De Wan, via Manzoni 44 Milano).

Ph. Bruno Colombo

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