In base a una valutazione pubblicata sul sito Race to the WH venerdì scorso, il partito democratico avrebbe l’88,1% di possibilità di conquistare la maggioranza dei seggi alla Camera dei Rappresentanti e il 71,9% di ottenere il controllo del Senato nelle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre.
L’indice di approvazione del presidente Donald Trump è in caduta libera (pari ad appena il 35% alla fine di settembre, secondo l’autorevole settimanale britannico The Economist) dopo l’avventato attacco militare all’Iran dello scorso 28 febbraio, il cui risultato più tangibile è stato l’aumento del prezzo delle fonti energetiche e conseguentemente del costo della vita per gli statunitensi (e non solo per loro).
Pertanto, per il tycoon l’unico modo per impedire l’ormai preventivata débâcle dei repubblicani alle urne tra un mese sembra quello di manipolare le procedure elettorali in modo da penalizzare i candidati democratici.
È una strategia che parte da lontano, con il gerrymandering, la ridefinizione delle circoscrizioni elettorali, attuata da alcuni Stati governati dai repubblicani già nell’estate dello scorso anno.
In tempi più recenti, Trump ha provato a disporre una drastica limitazione della possibilità di ricorrere al voto per posta. Questa modalità è utilizzata soprattutto dagli elettori democratici, che in maggioranza sono lavoratori dipendenti e se ne avvalgono in maniera da evitare di prendere permessi non retribuiti per recarsi ai seggi.
Le restrizioni al voto postale avrebbero, quindi, sottratto consensi al partito democratico. La Corte Suprema, però, lo scorso 14 settembre, ha stabilito l’illegittimità del provvedimento di Trump, vanificando questo tentativo del tycoon.
La prerogativa del Congresso di giudicare l’elezione dei propri membri
Nondimeno, Trump ha altre frecce al proprio arco. La più devastante si avvale del primo comma della sezione V dell’articolo I della Costituzione federale: “Ciascuna Camera [del Congresso] sarà giudice delle elezioni, dei risultati elettorali e dei requisiti dei propri membri”. In concreto, significa che la Camera e il Senato possono rifiutarsi di far insediare uno o più membri, anche se costoro sono risultati vincitori di un seggio alle elezioni.
Trump potrebbe indurre i repubblicani a escludere un numero sufficiente di democratici per consentire al proprio partito di mantenere la maggioranza nei due rami del Congresso.
Per certi aspetti, sarebbe una riproposizione di quanto il tycoon provò a fare il 6 gennaio 2021, quando spinse un gruppo di deputati e senatori repubblicani a presentare una mozione, che comunque alla fine fu bocciata, per non certificare l’elezione dei grandi elettori dell’Arizona e della Pennsylvania che avevano votato per Joe Biden alla carica di presidente degli Stati Uniti.
Esistono pochi precedenti di membri del Congresso a cui fu impedito di insediarsi, ma alcuni casi risultano particolarmente significativi, in quanto la decisione di non riconoscere la legittimità dell’elezione di un deputato o di un senatore fu determinata non solo da ragioni procedurali o presunte tali, alcune volte in modo del tutto pretestuoso, ma anche da esplicite motivazioni ideologiche e partitiche.
Gli anni della guerra civile
Il primo esempio di un deputato eletto che si vide sbarrate le porte del Congresso si verificò nel 1861, dopo lo scoppio della guerra civile tra l’Unione e la Confederazione. S. Ferguson Beach fu eletto alla Camera nell’area della Virginia che, nonostante la secessione dello Stato, era rimasta fedele all’Unione.
Il governatore filounionista, Francis H. Pierpont, lo proclamò vincitore del seggio in nome della convenzione statale che si era schierata dalla parte dell’Unione, anziché in ragione dell’autorità conferitagli dall’assemblea legislativa dello Stato, come richiesto invece dalla Costituzione federale. Sembrava una scelta sensata, ancorché irrituale, perché l’assemblea legislativa della Virginia era filoconfederata, cioè era controllata da quelli che per il Congresso federale di Washington e per il presidente Abraham Lincoln erano dei traditori che avevano abbandonato l’Unione.
Però, l’atto compiuto da Pierpont non rispettava formalmente la procedura e, con questa giustificazione, la Camera non permise a Beach di insediarsi. In realtà, i suoi mancati colleghi guardavano Beach con sospetto perché, malgrado la sua lealtà all’Unione, era un proprietario di schiavi.
Inoltre, rappresentava uno Stato del Sud in un momento in cui i membri del Congresso che erano portavoce degli interessi degli Stati settentrionali vollero approfittare della guerra civile per chiudere a vantaggio del Nord la diatriba su alcune questioni, che prescindevano dallo schiavismo, quali il protezionismo doganale, il tracciato della prima ferrovia transcontinentale e la normativa per l’accesso alle terre demaniali federali nelle regioni del Midwest e dell’Ovest non ancora colonizzate.
Così anche un secondo deputato eletto in Virginia nel 1861, Charles H. Upton, fu oggetto di una controversia sulle modalità della propria elezione che, dopo alcuni mesi di mandato regolarmente svolto, portò alla sua destituzione alla fine di febbraio del 1862 per iniziativa dei suoi colleghi della Camera.
Le conseguenze della guerra civile
Gli effetti del conflitto militare tra l’Unione e la Confederazione sulle elezioni al Congresso si trascinarono nel dopoguerra. Tra il 1867 e la fine dell’Ottocento la Camera e il Senato, su iniziativa soprattutto dei membri del partito repubblicano, non fecero insediare oltre trenta rappresentanti eletti negli Stati del Sud.
Si trattò soprattutto di democratici che avevano ottenuto il seggio in forza di intimidazioni e violenze ai danni degli ex schiavi afroamericani, da poco liberati e politicamente legati al partito repubblicano, oppure di personaggi che avevano ricoperto cariche di rilievo nell’ormai disciolta Confederazione.
Fu quest’ultimo, per esempio, il caso di Zebulon Vance, che era stato governatore della Carolina del Nord secessionista durante la guerra civile e fu eletto al Senato nel 1870. Quattro anni prima, la Georgia aveva cercato di inviare al Senato addirittura Alexander H. Stephens, l’ex vicepresidente della Confederazione, candidatosi per i democratici, ma la maggioranza repubblicana non gli permise di insediarsi. Tuttavia, la scure del Congresso cadde anche su politici afroamericani, per l’opposizione dei membri del partito democratico.
Nel 1868 John W. Menard, un repubblicano della Louisiana, divenne il primo candidato afrodiscendente a venire eletto alla Camera, ma la sua vittoria fu contestata per presunti brogli e non venne riconosciuta da quelli che avrebbero potuto essere i suoi colleghi a Washington. Stessa sorte toccò a un altro repubblicano afroamericano, Pinckney B.S. Pinchback, che nel 1872 conquistò in Louisiana un seggio sia alla Camera sia al Senato.
I riflessi della diatriba con i mormoni
Il rifiuto di insediare un candidato regolarmente eletto ebbe anche motivazioni religiose. Nel 1898 il democratico Brigham H. Roberts ottenne l’unico seggio dello Utah alla Camera. Roberts era un esponente della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni e, come gran parte dei mormoni a quel tempo, praticava la poligamia.
Questo regime matrimoniale, però, era stato vietato dallo Edmunds Act del 1882. Su tale base, la Camera stabilì che Roberts era inidoneo a ricoprire il mandato e dichiarò vacante il suo seggio. Sulla decisione, tuttavia, pesò anche il retaggio delle forti tensioni tra i mormoni e lo Stato federale che, tra il 1857 e il 1858, avevano addirittura causato una ribellione armata nello Utah, con ripetuti scontri a fuoco tra unità dell’esercito statunitense e la Nauvoo Legion, la milizia territoriale della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni.
L’anti-socialismo
Le ragioni ideologiche per escludere un membro del Congresso regolarmente eletto divennero palesi nella vicenda di Victor R. Berger. Costui era un immigrato dall’impero austro-ungarico che era stato tra i cofondatori del Socialist Party of America nel 1901.
Nove anni dopo era diventato il primo socialista nella storia degli Stati Uniti a venire eletto alla Camera federale in una circoscrizione del Wisconsin. Il suo partito si oppose all’intervento di Washington nella prima guerra mondiale e Berger, che era tornato a fare il giornalista dopo essere stato sconfitto nelle elezioni del 1912, pubblicò alcuni articoli di contenuto neutralista e pacifista sul periodico di cui era il direttore, il “Milwaukee Leader”, anche mentre gli Stati Uniti stavano combattendo contro la Germania e l’Austria-Ungheria.
Per questo motivo, fu imputato di tradimento e condannato in primo grado a venti anni di carcere all’inizio del 1919. Mentre il processo a suo carico era ancora in corso, Berger si ricandidò alla Camera nel 1918 con un programma apertamente pacifista e venne eletto quando il primo conflitto mondiale stava ormai volgendo al termine. Tra il giorno delle votazioni (5 novembre 1918) e quello del suo previsto insediamento (4 marzo 1919) giunse la sentenza di colpevolezza.
La Camera, pertanto, si rifiutò di riconoscere la sua elezione non solo in quanto pregiudicato, ma anche perché con il suo comportamento aveva messo in imbarazzo il governo degli Stati Uniti nel corso della guerra.
Il suo seggio fu dichiarato vacante, ma l’indomito Berger si candidò nelle elezioni suppletive, svoltesi il 19 dicembre 1919, e le vinse. La Camera lo bandì una seconda volta e nelle successive consultazioni del 1920, nelle quali Berger corse nuovamente, venne sconfitto dal repubblicano William H. Stafford.
I limiti all’intervento del Congresso
L’interdizione dal Congresso per ragioni etiche continuò a essere praticata. Per esempio, il repubblicano William S. Vare si vide negato il seggio del Senato, al quale era stato eletto in Pennsylvania nel 1926, non perché avesse commesso dei brogli, ma in quanto aveva speso una cifra ritenuta spropositata (quasi 790.000 dollari corrispondenti a circa 15 milioni di dollari odierni) nelle primarie per aggiudicarsi la nomination del proprio partito. Poi, nella seconda metà anni Sessanta del Novecento, avvenne una svolta che limitò il potere del Congresso nel negare il seggio a un candidato vincitore delle elezioni.
La Camera si oppose all’insediamento di Adam Clayton Powell Jr., un deputato uscente confermato nelle elezioni del 1966, in base a una sua presunta malversazione di fondi pubblici: era sospettato di aver chiesto rimborsi per spese di viaggio superiori alle cifre effettivamente pagate per trasferte legate alla sua attività legislativa e di avere stipendiato la moglie come membro del proprio staff senza che costei avesse di fatto mai svolto alcun lavoro per lui.
Powell fece causa ai suoi colleghi per conservare il proprio seggio e la Corte Suprema gli dette ragione. Con la sentenza Powell v. McCormack del 1969, i giudici stabilirono che il Congresso può rifiutarsi di insediare un proprio membro soltanto se costui o costei non ottemperano ai requisiti di età (25 anni per la Camera e 30 per il Senato), possesso della cittadinanza statunitense (almeno da 7 anni per la Camera e da 9 per il Senato) e residenza nel distretto della candidatura, stabiliti per ricoprire il ruolo di deputato o senatore dal secondo e terzo comma delle sezioni II e III dell’articolo I della Costituzione. In altre parole, secondo la Corte Suprema, il Congresso non ha la prerogativa di introdurre criteri aggiuntivi come l’integrità morale o l’essere incensurato nel giudicare la legittimità di un’elezione.
Tant’è che l’ex giudice Alcee L. Hastings, che era stato destituito per corruzione nel 1989 a seguito di una procedura di impeachment, venne eletto alla Camera nel 1992 e, dopo essere stato confermato quattordici volte, rimase in carica fino alla morte, sopraggiunta il 6 aprile 2021.
Il principio della Corte Suprema in Powell v. McCormack è in sostanza che, in una democrazia elettorale quale gli Stati Uniti ritengono di essere, il popolo è sovrano, a tal punto da essere legittimato a farsi rappresentare anche da un farabutto, se questa è la sua volontà.
Il XIV emendamento
Questi precedenti in teoria garantirebbero il regolare insediamento di deputati e senatori democratici, eletti il prossimo 3 novembre, impedendo la realizzazione di tentativi di negare loro un seggio per ragioni di natura esclusivamente partitica.
Tuttavia, la sezione III del XIV emendamento contempla un’altra motivazione di estromissione dal Congresso: “avere dato aiuto o sostegno ai nemici” degli Stati Uniti. La norma fu introdotta nel 1868, al termine della guerra civile, per impedire che gli ex Stati secessionisti del Sud inviassero alla Camera e al Senato esponenti della disciolta Confederazione, come era successo con Alexander H. Stephens due anni prima, che erano considerati traditori dai vincitori dell’Unione.
Però, per come è formulata in termini generali e non limitati a una specifica vicenda storica, la misura risulta applicabile anche a casi successivi di “aiuto o sostegno ai nemici”.
Negli Stati Uniti trumpiani il concetto di traditore è alquanto flessibile e, con una buona dose di forzature alle quali il tycoon ci ha ormai da tempo abituati, tra i sostenitori dei “nemici” potrebbero essere annoverati deputati e senatori democratici eletti in seguito a quelle presunte interferenze con le votazioni da parte della Repubblica Popolare Cinese che The Donald ha iniziato a denunciare preventivamente già in un discorso alla nazione tenuto lo scorso 16 luglio.
Inoltre, in considerazione dell’accanimento del tycoon contro i comunisti, presentati come una “minaccia” per gli Stati Uniti e per i valori della società americana nel discorso pronunciato ai piedi del Monte Rushmore lo scorso 3 luglio per celebrare il 250° anniversario della Dichiarazione d’indipendenza, tra i “nemici” potrebbero essere inclusi anche alcuni democratici progressisti di orientamento socialdemocratico da Alexandria Ocasio-Cortez, che è tornata a iscriversi ai Democratic Socialists of America in agosto dopo essersene allontanata negli anni precedenti, a Malat Kiros e Rashida Tlaib.
Il ruolo del segretario generale e dello Speaker della Camera dei Rappresentanti
Nel percorrere una strada di questo genere, nel ramo basso del Congresso, Trump potrebbe essere aiutato dal segretario generale della Camera dei Rappresentanti, il funzionario incaricato di redigere formalmente l’elenco dei deputati la cui elezione deve essere certificata ufficialmente per consentire la loro entrata in carica.
Su pressioni di The Donald, il segretario generale potrebbe escludere dalla lista alcuni democratici per presunti brogli attuati da parte di entità straniere come la Repubblica Popolare Cinese. Al momento, il segretario generale è Kevin McCumber, un repubblicano che tuttavia gode della reputazione di essere un burocrate integerrimo e non incline a prestarsi alle macchinazioni del tycoon.
Tuttavia, lo Speaker, cioè il presidente della Camera, ha il potere di destituire il segretario generale a proprio insindacabile giudizio e di sostituirlo con un altro funzionario di sua fiducia. È quello che potrebbe fare Mike Johnson, un repubblicano da tempo appiattito sulle posizioni del tycoon, che sceglierebbe un trumpiano disposto a prestarsi al gioco di The Donald.
Questo ipotetico scenario costituirebbe una specie di dejà vu: una riproposizione degli sforzi di Trump per indurre l’allora vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, a non certificare l’elezione di Joe Biden alla Casa Bianca al momento del conteggio formale dei voti dei grandi elettori il 6 gennaio 2021.
La principale differenza con quanto avvenne allora è rappresentata dal fatto che Pence non si piegò al diktat di Trump, mentre è molto improbabile che Johnson si rifiuti di assecondare i disegni del tycoon.
Del resto, alla convention repubblicana svoltasi a Dallas lo scorso 10 settembre, in vista delle consultazioni di midterm, la stessa assise nella quale Trump ha promesso 5.000 dollari a ogni cittadino statunitense maggiorenne in caso di vittoria del proprio partito il prossimo 3 novembre, proprio Johnson ha dichiarato, in riferimento ai democratici, “non possiamo permettere e non consentiremo che ottengano la maggioranza al Congresso”.
Altri ipotetici sviluppi
Trump potrebbe intervenire sui risultati elettorali anche a livello statale. L’iter che conduce all’insediamento inizia con la certificazione dell’esito del voto da parte dei funzionari degli Stati che gli eletti sono chiamati a rappresentare al Congresso.
Stati amministrati da governatori repubblicani potrebbero non rilasciare queste attestazioni ai democratici con il pretesto di presunte frodi elettorali o ingerenze straniere, dando vita a una sorta di ulteriore replica di quanto Trump aveva cercato di fare riguardo all’elezione dei grandi elettori nelle consultazioni presidenziali del 2020.
D’altra parte, la dinamica che condusse all’esclusione di Vare dal Senato dopo le elezioni del 1926 fu innescata proprio da una certificazione dubitativa. Il governatore della Pennsylvania, Gifford Pinchot, che Vare aveva sconfitto nelle primarie repubblicane, attestò che, in base al computo dei voti scrutinati, “sembrava” che Vare fosse il vincitore delle elezioni.
Per l’eventuale insorgere di conflitti di competenze sull’insediamento dei membri del Congresso vincitori di un seggio il prossimo 3 novembre, si può prospettare una crisi costituzionale che rischierebbe di paralizzare la politica degli Stati Uniti fino a un intervento della Corte Suprema per dirimere il contenzioso tra i democratici regolarmente eletti alla Camera e al Senato e coloro che cercassero di impedire loro di ricoprire il mandato al Congresso.
Sembra fantapolitica, ma sarebbe solo il seguito di quanto Trump ha già provato a fare tra il 3 novembre 2020 e il 6 gennaio 2021 nel vano tentativo di impedire l’insediamento di Biden alla presidenza.
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Stefano Luconi
Insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).
