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Dopo il referendum Piazza Affari ad alta volatilità (-0,21%)

Dopo una giornata in altalena, la Borsa di Milano limita i danni dell’esito referendario ma chiude in rosso, a differenza di tutti gli altri listini europei e del Nasdaq – Pagano il fio soprattutto le Popolari (anche per effetto della sentenza del Consiglio di Stato), Mediobanca e naturalmente Mps – In progresso i titoli che possono sfruttare il dollaro forte: Fca, Cnh, Saipem e Buzzi.

Dopo il referendum Piazza Affari ad alta volatilità (-0,21%)
Affondano i bancari, soprattutto le popolari (Bpm -7,91% e Banco Pop -7,44%), dopo il parziale stop del Consiglio di Stato alla riforma, ma i titoli industriali, a partire da Fca, +4,58%, fanno da diga alla Borsa di Milano che, dopo una giornata sull’ottovolante, chiude praticamente in parità, -0,21%, sopra la soglia dei 17.000 punti (17050.21).

Le piazze europee e New York restano indifferenti alla situazione politica italiana. Wall Street, in apertura vola verso nuovi record e i listini europei chiudono in territorio positivo: Francoforte +1,63%, Parigi +1%, Madrid +0,67%, Londra +0,24%. Piazza Affari risulta quindi la peggiore del continente, ma non c’è l’atteso crollo dopo il no al referendum costituzionale e le dimissioni del premier Matteo Renzi.

Lo spread fra decennale italiano e bund tedesco si allarga: +1,83%, a 166,70 punti base, rendimento 2,01%. Un movimento prevedibile e contenuto, perché probabilmente nessuno osa scommettere contro la Bce, pronta ad aprire il suo scudo protettivo in caso di speculazione. 

Persino il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble appare rassicurante: “Gli italiani – dice – hanno molta esperienza a trattare questo tipo di situazioni”. Ciò non toglie che ci sia “urgente bisogno di un governo capace di agire e spero si riprenda presto il percorso delle riforme”. 

L’euro, che stanotte sembrava destinato a collassare nel cambio col dollaro, vive al contrario una giornata frizzante: +1,79%, 1.0724 nei confronti del biglietto verde. Il petrolio sale e sulla bilancia che misura il pessimismo e l’ottimismo dei mercati imprime una buona spinta: Brent +0,95%, a 54,98 dollari al barile, dopo aver superato abbondantemente i 55 dollari in giornata.

Il Ftse Mib infine appare spaccato in due: da una parte troviamo i titoli industriali e i petroliferi in grande spolvero, dall’altra i bancari in caduta libera. In dettaglio: oltre a Fiat; Ferrari +1,67%; Buzzi Unicem +4,42%; Cnh +3,79%; Leonardo Finmeccanica +3,72%; Stm +2,74%; Prysmian +2,89%; Saipem +3,89%; Tenaris +2,51%.

Sull’altra sponda del fiume, dove infuria la battaglia, ci sono invece le due popolari già citate, insieme a Mps -4,21%, con i vertici dell’istituto e gli advisor impegnati a decidere come proseguire nell’operazione di ricapitalizzazione. Unicredit, -3,36%, a pochi giorni dall’illustrazione del piano industriale e in vista di un aumento di capitale che potrebbe rivelarsi ora più problematico. Pesano inoltre le voci che la cessione di Amundi possa avvenire a un prezzo nella fascia bassa delle aspettative e che ci sia un piano di pulizia totale delle sofferenze con la cessione di 50 miliardi di Npl lordi. Mediobanca -4,58%; vendite consistenti su Finecobank -2,66%; Intesa San Paolo -1,03%. In controtendenza nel settore Azimut +2,26%. Arretra pesantemente Telecom -2,98%. 

Miglior titolo di giornata, fuori dal listino principale è Stefanel +12,39%, secondo notizie stampa la società punta a trovare un investitore entro l’anno in modo da arrivare entro i termini concessi dal tribunale a un accordo che eviti il fallimento.

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