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Credit Suisse: Borsa ok ma azioni legali sui bond At1 al via. Altre nubi sul cielo elvetico

Il puzzle di Credit Suisse ha ancora molte tessere mancanti. Gli studi legali sono pronti a difendere gli obbligazionisti. Mentre il colosso che nascerà dalle due banche avrà bisogno di qualche alleggerimento

Credit Suisse: Borsa ok ma azioni legali sui bond At1 al via. Altre nubi sul cielo elvetico

Il dossier Credit Suisse per ora pare essere stato catalogato dai listini europei come non rischioso dal punto di vista sistemico. Ma per la Federazione Elvetica e per le sue banche la faccenda della fusione tra le due non pare possa chiudersi con l’iniezione di fondi e con l’azzeramento di asset. Molti nuvole si stanno alzando dense di dubbi e ricorsi legali.

Alla borsa di Milano il Fitse Mib sale del 2,60% con il settore dei bancari che sale del 4,90%. Il titolo di Ubs guadagna il 6,38% e persino il titolo di Credit Suisse porta a casa un +1,94% a fine mattinata.

Azioni legali ai blocchi di partenza

La faccenda di dare la precedenza agli azionisti rispetto agli obbligazionisti, invertendo le regole dettate dalla Brrd (Bank resolution regulatory directive) non va proprio giù agli investitori. Come è noto, in base all’accordo di fusione UBS-Credit Suisse, i detentori di obbligazioni Credit Suisse AT1 non riceveranno nulla, mentre gli azionisti, che di solito si collocano al di sotto degli obbligazionisti in termini di chi viene pagato quando una banca o una società fallisce, riceveranno 3,23 miliardi di dollari. E le azioni legali iniziano già ad arrivare.
Un esercito di avvocati di Svizzera, Stati Uniti e Regno Unito stanno discutendo con alcuni detentori di AT1 di Credit Suisse per possibili azioni, ha detto lo studio legale Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan, secondo quanto riporta Reuters. E lo stesso Quinn Emanuel ha detto di essere in trattative con gli obbligazionisti del Credit Suisse AT1 che rappresentano una “percentuale significativa” del valore nozionale totale degli strumenti.
Negli Stati Uniti a muoversi sono alcuni studi legali di New York tra cui Levi & Korsinsky e Bronstein, Gewirtz & Grossman che hanno già notificato agli investitori due iniziative, secondo quanto riporta Bloomberg. “La causa per conto degli investitori del Credit Suisse è stata avviata nella Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto del New Jersey” dice la nota di Levi & Korsinsky. L’iniziativa è rivolta agli investitori che “hanno comprato o acquisito in diverso modo determinati titoli Credit Suisse Tra il 1° dicembre 2022 e il 17 febbraio 2023”.

Su che cosa di basa l’azione legale

Il dossier depositato dallo studio Levi & Korsinsky sostiene che la banca avrebbe reso dichiarazioni false e/o contraffatte in merito a questi fatti: (i) contrariamente a quanto dichiarato nel dicembre del 2022 dal presidente del Credit Suisse, Axel Lehmann, il forte aumento dei deflussi di clienti che Credit Suisse ha iniziato a registrare nell’ottobre 2022 è continuato; (ii) di conseguenza, il Credit Suisse aveva sottovalutato l’impatto della recente serie di perdite trimestrali dell’azienda, i rischi e i fallimenti di compliance sulla liquidità e sulla sua capacità di trattenere i fondi dei clienti; (iii) di conseguenza, Credit Suisse aveva sopravvalutato la posizione finanziaria e/o le prospettive della società; e (iv) di conseguenza, le dichiarazioni pubbliche della società erano sostanzialmente false e fuorvianti in tutti i momenti rilevanti.

Ma c’è un’altra questione che potrebbe essere attaccata dagli studi legali: quella che riguarda la decisione dei regolatori della Finma, presa con l’appoggio del governo e dei manager delle due banche di procedere alla fusione senza passare da un voto di approvazione nelle assemblee degli azionisti.

Sono attese a breve nuove mosse

Se da una parte le autorità svizzere dal week end non si sono più espresse, dall’altra alcuni si aspettano nuove mosse, anche nei prossimi giorni. Lo studio legale Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan per esempio si aspetta per domani 22 marzo, che venga fatto un comunicato per gli obbligazionisti. Altre fonti si aspettano una ritrattazione di quell’azzeramento, trovando il modo di dare una sorta di rimborso.
Del resto sono le stesse autorità svizzere ad aver tenuto aperta una porta: “In un primo momento si è trattato di trovare una soluzione per la protezione dei risparmiatori e dell’immagine della piazza finanziaria svizzera”, ha detto un portavoce dell’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma), lo scorso weekend, aggiungendo: “In seconda battuta andranno chiarite altre questioni”.

Chi detiene i famigerati Credit Suisse At1 ? Pimco in prima linea

A fine febbraio, sulla base dei dati Morningstar rilevati da Reuters, i fondi gestiti da Lazard Freres Gestion, PIMCO e GAM Investments erano tra i più esposti al debito Credit Suisse AT1 in termini di ponderazione del portafoglio, il che li rende potenzialmente vulnerabili alle perdite dovute alla cancellazione delle obbligazioni.
PIMCO la maxi società di investimento con quasi 1800 miliardi di dollari di masse gestite, secondo i dati di Morningstar deteneva il 3,49% dei suoi 5,66 miliardi di euro del GIS Capital Securities Fund in obbligazioni Credit Suisse AT1 e dovrebbe vedere andare in fumo 807 milioni di dollari. Perdite che però sarebbero in parte compensate dal rialzo registrato su altri bond in pancia alla società e il cui valore è cresciuto dopo l’intervento di Ubs. Al secondo posto tra i detentori ci sarebbe invece Invesco per un valore di 370 milioni di dollari. Quanto a BlackRock, l’esposizione sui bond azzerati sarebbe di 113 milioni.

Ancora ombre sul cielo svizzero

Ci sono anche alcune considerazioni di fondo. C’è per esempio chi non si capacita dei numeri dell’operazione di salvataggio sull’istituto elvetico ad opera di Ubs. “Sborsare, seppure unitamente alla presenza di una linea di liquidità da 100 miliardi di franchi da parte della Banca nazionale svizzera, solo 3 miliardi mi pare un nonsense, ha detto in un’intervista al Sole24ore Antonio Foglia, vicepresidente della Banca del Ceresio e membro del Global Partners’ Council dell’Institute for New economic thinking, “considerando che Credit Suisse ha 39 miliardi di capitale e 99 miliardi di Tlac (Total loss absorbing capacity)”.

Altri lati oscuri riguardano la cosiddetta “pancia” di Credit Suisse. A giugno scorso un tribunale elvetico condannò la banca per non aver impedito il riciclaggio sui suoi conti da parte di una banda bulgara di trafficanti di cocaina. Del resto il tema del denaro non proprio pulito resta una delle voci del sistema bancario svizzero. Mesi fa l’associazione nazionale del credito ha rivelato a Reuters che i conti in Svizzera intestati a cittadini russi valgono ancora fra 150 e duecento miliardi di euro. Non se ne conoscono i beneficiari: si sa solo che il valore delle fortune congelate non supera i nove miliardi, mentre il resto è nella disponibilità di chissà chi. E a novembre il tribunale di Zurigo ha permesso il rimborso a tre oligarchi sotto sanzioni di molti milioni dal forte odore di sporco, come riporta il Corriere.

Che cosa si è portata a casa Ubs con Credit Suisse? Forse troppo ?

Ci saranno ancora diverse questioni da chiarire dunque, ma al momento quello che emerge è che, in base all’accordo, fra Ubs e Credit Suisse la Svizzera avrà una banca i cui attivi varranno il doppio del prodotto lordo del Paese, come sottolinea il Corriere della Sera, mentre i patrimoni in gestione varranno sei volte più dell’intera economia nazionale. La nuova entità esordirà con 120.000 dipendenti e a vigilare su di essa, oltre che sulle altre 240 banche svizzere, sarà un’autorità con una task forse con poco più di cinquecento dipendenti. Forse un po’ troppo. E da qui dovrà discendere una gran cura dimagrante.
Del resto era accaduto anche nel 2008, nel pieno della crisi-Lehaman, quando era stata la stessa Ubs ad essere in gravissime difficoltà, tanto da dover essere aiutata dalle stesse autorità che ora sono intervenute con Credit Suisse, in una specie di gioco dell’oca.
Credit Suisse contava più di 50.000 dipendenti alla fine del 2022, 17.000 dei quali operativi in Svizzera, ma ora molti temono per il loro posto di lavoro.

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