I ladri più ambiziosi prendono di mira, da sempre, i tesori più preziosi, quelli dei re e delle regine, riuscendo non di rado a farcela poichè spesso non sono adeguatamente protetti. La clamorosa rapina della collezione reale di Napoleone, avvenuta al Louvre domenica 19 ottobre, era addirittura stata preceduta in novembre da un altro furto “reale” quello al Museo Cognac-Jay dove, insieme a preziosissimi reperti, sono scomparse due splendide e uniche tabacchiere prestate per la mostra dalla Royal Collection di Londra.
Il museo francese ha dovuto risarcire al Royal Collection Trust di Londra con oltre 2 milioni di sterline. Una di queste tabacchiere era appartenuta alla famiglia reale russa, poi alla regina Maria, moglie di Giorgio V. Solo la fretta dei quattro rapinatori armati di ascia e arrivati su scooter, ha fatto trascurare una grande quantità di tesori reali provenienti da Versailles e dal Louvre.
Due ingredienti: un basista e Protezioni inadeguate
Una rapida panoramica dei colpi più noti dimostra proprio questo, e cioè che la storia dei furti reali è particolarmente ricca tanto che i primi dettagliati racconti risalgono addirittura al 1300. E tutte queste clamorose violazioni dei tesori reali hanno in comune due fatti oggettivi, come il colonnello Guido Barbieri, una lunga carriera a capo dei nuclei di diverse regioni dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e tra i massimi esperti nel contrasto ai crimini e nel recupero di beni culturali, racconta a Firstonline. Oltre al fatto che, a differenza degli altri, i tesori reali sottratti spariscono per sempre, smembrati, separati, per non essere riconosciuti. “Una condizione fondamentale per l’esecuzione del furto è la complicità, spesso scoperta successivamente, di un complice all’interno del Museo-dichiara Barbieri.
Parallelamente c’è anche la evidente criticità di inadeguati sistemi di protezione. Gli esempi sono del resto numerosi, come il furto avvenuto nel 2004 alla Palazzina Reale di Stupinigi in Piemonte dove vennero rubati 35 pregiatissimi mobili e oggetti. Si scoprì che i ladri avevano potuto contare sulla complicità di qualcuno che lavorava all’interno del museo. La rapina alla Galleria d’Arte Moderna di Roma era stata resa possibile grazie alla complicità del custode, così come il furto del 2025 al Museo Civico di Castelvecchio era stato preparato grazie a un operatore della vigilanza che faceva parte della banda. “Quante volte abbiamo verificato che le misure di sicurezza di tanti musei non non erano adeguate o non funzionanti. E quando lo facevamo notare, ci veniva risposto che provvedere alle necessarie protezioni costava troppo…Senza un basista e senza criticità come quelle rilevate al Museo del Louvre, certi colpi non avrebbero potuto verificarsi” dice Barbieri.
Il committente nascosto nell’ombra
Quando avvengono gli scambi di opere d’arte tra Musei non vengono richieste garanzie precise? “Certamente. E infatti quando Torino ospitò nel 2015 una grande mostra di Monet, il Museo francese richiese al nostro nucleo TPC l’assicurazione che le misure di sicurezza sarebbero state adeguate” dice Barbieri. Quando avvengono grandi rapine come quella de Louvre, si parla sempre di committenti nascosti nell’ombra. Come è possibile finanziare furti di tesori così riconoscibili e non commerciabili? “Chi commissiona furti come quello del Louvre o di altri tesori reali può innanzitutto contare su enormi risorse personali ma soprattutto intende soddisfare la propria vanità”.
1303, il tesoro reale dall’Abbazia ai bordell
Quando il nobiluomo Richard Pudlicote nel 1303 ruba, come prima prova per un furto molto più audace e importante, alcuni stoviglie e oggetti preziosi dal refettorio dell’abbazia di Westminster, i sospetti cadono subito sull’abbate e sui monaci. Ma il re non volle inimicarseli. Il Pudlicote nel frattempo, aveva scoperto dal furto di “ispezione”, che era possibile entrare senza problemi nelle stanze del grandioso tesoro del re Edoardo 1 che costituiva, tra l’altro, la garanzia e la riserva per le finanze reali assai dissestate. Tornato con strumenti e “motori” professionali, il ladro lavorò per giorni e giorni indisturbato -evidentemente con la complicità di qualche monaco- riuscendo a portar via tutto l’immenso tesoro. Ma quando il bottino cominciò a comparire nei bordelli e nei banchi dei pegni, Pudlicote fu arrestato con 2.200 sterline di refurtiva in suo possesso e condannato a morte nel novembre del 1305, portato su una carriola e impiccato alla forca dell’Abbot in Tothill Lane. La sua confessione salvò dalla gogna i monaci ma il furto con la dispersione di buona parte dei tesori causò a re un danno enorme sia finanziario sia di immagine.
Quando i mandanti sono i re
I gioielli delle famiglie reali non sono solo oggetti di splendida fattura ma anche simboli unici del potere, della storia, di eventi terribili come le guerre e le razzi. E l’esempio certamente più calzante di questa origine spesso violenta di tesori coronati è quello perpetrato in Cina dagli eserciti inglese e francese nel 1860, dopo due terribili guerre condotte contro l’imperatore cinese che non voleva aprire l’immenso Paese al commercio dell’oppio, gestito dalla Corona inglese e dalla sua Compagnia delle Indie. Alla fine, dopo tante resistenze più che giustificate, i due eserciti, su ordini della Corona, nel 1860 misero a ferro e fuoco il Palazzo d’Estate (evento terribile chiamato Yuanmingyuan), residenza dell’imperatore a Pechino, ma dopo aver razziato sistematicamente oltre un milione e mezzo di immani tesori unici al mondo. Che vennero poi trasportati dalla Royal Fleet in Europa (molto nei forzieri reali inglesi) per dare origine al famoso secolo delle cineserie. E che ora, il governo cinese, rivuole indietro, bloccando aste e muovendosi con sotterranei lavori di intelligence mondiale.
Ma anche i nobili e i cortigiani
La chiamarono nel 1907 la rapina del millennio quando, a Dublino, rapirono i gioielli della Corona irlandese, ma lo scandalo non fu il furto quanto i sospettati perchè la lista comprendeva i nomi più importanti dell’élite irlandese, tra cui un cavaliere accusato di essere un “noto e abituale dedito alla sodomia”. I gioielli non furono mai recuperati.
Quando il re è molto distratto
Nel 2012, Re Carlo XVI Gustavo di Svezia decise di godersi una piacevole giornata sul lago e scese dalla sua imbarcazione per andare a pranzo in un ristorante. Ma, al rientro, la scatola con i cimeli di famiglia tra cui un anello di smeraldo e una tabacchiera d’oro dono di Napoleone, lasciata incustodita fu trovata vuotata da ladri che aspettavano soltanto un momento di distrazione del re e delle guardie. Come è accaduto per altri tesori reali depredati, non se ne seppe più nulla.
Spariscono per sempre
Così come non venne mai ritrovata la favolosa spada tempestata di diamanti utilizzata per l’incoronazione del Re Carlo X nel 1824 e rapita nel dicembre del 1976. Un destino terribile perchè un oggetto di inestimabile valore storico è stato, secondo le confidenze della malavita, rotto in diversi pezzi subito dopo il furto e i diamanti tagliati di nuovo e venduti.
Il caso del ladro graziato dal Re
Thomas Blood era un irlandese, nato nella contea di Meath nel 1618, che prese parte, cambiando più volte bandiera, alla guerra civile inglese scoppiata nel 1642. Avventuroso, audace, aveva un solo progetto in testa: rubare i tesori della Corona inglese custoditi molto bene nella Torre di Londra. Strinse un rapporto di amicizia con la famiglia del custode che abitava nella Torre di Londra. E, quando Blood chiese di vedere i gioielli, il custode, ignaro e anche stupido, aprì il portone di ferro della stanza del forziere e subito Blood lo colpì con un martello. Insieme a un parente cercarono di nascondere negli abiti e in sacchi i gioielli alquanto ingombranti, segandone alcuni di valore enorme. Il custode si risvegliò urlando e Blood e i suoi complici lasciarono cadere lo scettro e tentarono di scappare, ma vennero arrestati. Blood volle vedere il re al quale avrebbe -disse- confessato tutto. E in effetti Re Carlo che amava molto le imprese audaci lo graziò. E addirittura gli assegnò delle terre dopo che Blood fece solenne promessa di fedeltà assoluta.
Quando i tesori portano sfortuna
Nel 1791, Re Luigi XVI e Maria Antonietta tentarono di fuggire da Parigi. La loro carrozza era, prevedibilmente, carica di tesori, tra cui una famosa collana di diamanti. Furono catturati nella città di Varennes e i loro tesori furono confiscati. Ma questo furto da parte dei rivoluzionari non solo non li salvò ma segnò la loro esecuzione. Mentre una sorte incerta subìrono i tantissimi capolavori razziati in diversi modi da diversi criminali e rivoluzionari, tutti alla caccia di quei 10mila brillanti preziosissimi della Corona francese.
