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Stablecoin, pro e contro di una criptovaluta il cui successo dipenderà dalla credibilità della Fed che Trump continua a picconare

Il mercato delle stablecoin cresce e attira sempre più attenzione, tra innovazione e regolamentazioni. Ma la loro forza dipende da un delicato equilibrio: fiducia, riserve reali e il ruolo del dollaro nel mondo. E non a caso la Ue si preoccupa

Stablecoin, pro e contro di una criptovaluta il cui successo dipenderà dalla credibilità della Fed che Trump continua a picconare

Il motivo per cui si parla molto di stablecoin non sta tanto nella loro crescita passata – un valore di mercato cresciuto dai 160 miliardi di dollari del 2021 a oltre 260 miliardi oggi – bensì nelle aspettative che in futuro le stablecoin possano registrare un vero e proprio boom.

Come noto, le stablecoin sono criptovalute (digitali e basate sulla tecnologia Blockchain o simile) che mirano a mantenere un valore stabile rispetto a un asset specifico, un pool o un paniere di asset. L’asset specificato può riferirsi a una valuta fiduciaria (in generale attività finanziarie denominate in dollari Usa), materie prime o altre criptovalute. Il meccanismo su cui si basa la stabilità del valore di una stablecoin può essere affidato a un algoritmo oppure alla disponibilità effettiva di riserve, a seconda dei casi, di valuta fiduciaria, materie prime o altre criptovalute.

Il Genius Act: regole “geniali” o cavallo di Troia?

Il più recente punto di svolta è stato l’approvazione, a luglio scorso, del Genius Act (Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act), legge federale Usa che regola le stablecoin ancorate a un asset reale in dollari. La legge stabilisce norme su chi può emettere stablecoin, i requisiti di riserva per garantirne la stabilità (copertura del 100% con asset liquidi) e misure di protezione per i consumatori e la stabilità del sistema finanziario.

Il timore in giro per il mondo è che il Genius Act faciliti e moltiplichi le emissioni di stablecoin perpetuando e accrescendo il ruolo dominante del dollaro. Ad esempio, Jürgen Schaaf, consigliere della Bce, ha scritto che un’ampia diffusione delle stablecoin in dollari fornirebbe agli Stati Uniti vantaggi strategici ed economici, che potrebbero consentire loro di finanziare il proprio debito a costi più bassi, ampliando la loro influenza globale. Al contempo, gli europei potrebbero sperimentare costi di finanziamento più elevati, una riduzione nell’autonomia della politica monetaria e un’accresciuta dipendenza geopolitica. In altri termini, sebbene l’Ue si sia già dotata dal 2023 di una propria regolamentazione che riguarda anche le stablecoin (il regolamento sui mercati delle criptovalute – MiCAR), si paventa che il Genius Act possa in qualche modo cortocircuitare il MiCAR.

Pro e contro delle stablecoin

Dal lato dei pro, le stablecoin rappresentano un’innovazione capace di fornire servizi apprezzabili per migliorare l’investimento in criptovalute, i pagamenti crossborder, la copertura contro l’iperinflazione, il commercio e l’impegno umanitario nei paesi finanziariamente repressi (es. in alcune parti dell’Africa).

Dal lato dei contro, però, le stablecoin possono presentare nuovi rischi, oltre all’erosione della sovranità monetaria, sulla conformità in materia di antiriciclaggio/finanziamento del terrorismo, sull’aumento della volatilità e il possibile contagio sui mercati finanziari, sull’aumento del rischio di controparte e la mancanza di trasparenza sulle riserve a supporto delle stablecoin.

Al solito, dove far pendere l’ago della bilancia tra i pro e i contro dipende da quali aspetti si sceglie di mettere in primo piano.

TerraUSD e la questione fiducia

Per i malpensanti il nome stesso “stablecoin” può essere visto come uno stratagemma per indurre una “falsa impressione”, chiamando stabile ciò che non lo è. In questo senso va citata la caduta nella polvere di TerraUSD, una delle principali stablecoin che si inabissò nel 2022 determinando perdite per 45 miliardi di dollari. I benpensanti, però, potrebbero obiettare che TerraUSD era una stablecoin la stabilità del cui valore si basava su algoritmi e non sulla effettiva disponibilità di riserve sottostanti. Quindi, conviene concentrarci sulle stablecoin basate su riserve effettive.

E allora, per non gettar via il bambino con l’acqua sporca, la domanda più rilevante diviene se la regolamentazione stabilita dal Genius Act sia affidabile per tenere a bada l’ultimo dei contro – la trasparenza sulle riserve – che sembra essere il rischio principale. Ebbene, il primo tra i regolatori indicati dalla legge è il Federal Reserve Board, cioè la Fed.

Da questo punto di vista, la credibilità della Fed sarà essenziale per mantenere la fiducia degli investitori mondiali nelle stablecoin su attività in dollari Usa. Ed è facile prevedere che tale credibilità sarà messa a repentaglio se il presidente Trump proseguirà nel tentativo sistematico di indebolire l’indipendenza della Fed, con le varie reprimende sgraziate al presidente Jerome Powell così come, più di recente, con la defenestrazione della governatrice Lisa Cook prima che i comportamenti inappropriati a lei contestati siano acclarati da un tribunale.

Il “privilegio esorbitante” in bilico

Riferendosi ai vantaggi di cui gli Stati Uniti godono per il fatto di detenere la valuta di riferimento internazionale, negli anni Sessanta del secolo scorso il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing coniò il termine “privilegio esorbitante”. Il concetto è stato riassunto così dal famoso economista americano Barry Eichengreen: “Alla Fed costa solo pochi centesimi produrre una banconota da 100 dollari, ma altri paesi hanno dovuto sborsare 100 dollari in beni reali per ottenerne una”.

Se le stablecoin saranno credibili per gli investitori internazionali, indubbiamente potranno contribuire a mantenere ed espandere tale privilegio esorbitante. Ma, sebbene le stablecoin potranno svilupparsi comunque anche al difuori dell’area del dollaro, nelle contingenze per la Fed richiamate sopra le stablecoin in dollari potrebbero avere difficoltà a convincere gli investitori internazionali.

Dalla crisi del 2008 al “Liberation Day”: il dollaro in bilico

Vale la pena di ricordare come la People’s Bank of China abbia ridotto significativamente il peso del dollaro Usa all’interno delle sue riserve in valuta estera dopo che la crisi finanziaria globale del 2008, nata a Wall Street, erose la credibilità degli Stati Uniti. L’impressione è che, oggi più di ieri, nonostante le prorompenti innovazioni tecnologiche, la capacità di convincere gli investitori finanziari internazionali richieda soprattutto una credibilità istituzionale che gli Stati Uniti sembra stiano progressivamente smarrendo, specie dopo il cosiddetto “Liberation day”, che ha goffamente cancellato ottant’anni di politiche verso il libero scambio. Non a caso, il forte aumento dell’incertezza all’indomani del Liberation day ha prodotto una temporanea fuga dal dollaro anziché la corsa verso il dollaro che si era sempre verificata nelle crisi precedenti. Insomma, anche il privilegio esorbitante ha bisogno di quel soft power che dipende non solo dalla potenza ma anche dalla credibilità istituzionale. In assenza di ciò, da parte della soluzione per il finanziamento a buon mercato del debito americano le stablecoin potrebbero diventare parte del problema.

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