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Come si sono rotti i Google Glass

Il tramonto dei tanto attesi Google Glass, che avevano affascinato anche Andrea Guerra in Luxottica, è l’emblema del complesso modo di lavorare di Google che – a differenza della maniacale Apple – lancia in continuazione prototipi che, se non funzionano, vengono lasciati al loro destino con il cerino che rimane acceso nelle mani del partner d’occasione

Come si sono rotti i Google Glass

Google, diversamente normale

Spesso ci occupiamo di Google perché Google è un grande spettacolo. È avventuroso e felicemente anarchico, candido e caotico, in permanente reorg e utopistico come un’architettura del Piranesi, ma anche cinico e opportunista come Frank Underwood. Sarà perché rispecchia la formazione montessoriana dei suoi fondatori, sarà perché incarna lo spirito del web, Google rappresenta la modernità. È la modernità che affascina e spaventa, ma che non può essere tenuta fuori della porta. I tecnofobi ne hanno fatto un capro espiatorio e Dave Eggers si è ispirato a lui per il suo romanzo orwelliano, The Circle.

Gli europei sono indispettiti con Google al pari di un padre che vede uscire la propria figlia con un ragazzo che non gli piace e pertanto cerca di tenerlo lontano. La massima preoccupazione di Google non è certo quella di eliminare gli spifferi dalle finestre, un’attività che invece è al vertice delle preoccupazioni dei tedeschi secondo Angela Merkel. Ma gli europei non hanno ancora capito niente sulla natura di questi grandi gruppi tecnologici che dalla Silicon Valley si avventurano nei loro territori senza chiedere il permesso.

Google è una piattaforma con la quale non è per niente facile lavorare. Le terzi parti sono, a dir poco, frastornate. Ogni giorno esce un prodotto o un servizio nuovo che è ancora un prototipo e che, se non funziona, viene presto lasciato a se stesso con il cerino che rimane acceso nelle mani dei partner. Vedi quello che è successo con i Google Glass che sembravano la next big thing e invece erano poco più di un prototipo imperfetto. Ma non è sempre così frustrante lavorare con Google, anzi, può essere enormemente edificante.

Per esempio Uber e Lyft stanno costruendo un business colossale fondato sulle mappe di Google senza dover versare un centesimo a Google, anche se Google ha investito, tramite il suo fondo di VP, 250 milioni di dollari in Uber. Google Maps sta diventando una delle maggiori centrali elettriche della nuova economia. Questo servizio è incorporato in innumerevoli applicazioni che stanno rivoluzionando interi comparti economici come quelli della ristorazione e dell’hôtellerie. Tutto questo avviene per gentile concessione di Google. Lo stesso si può dire per Android che accende il 70% degli smartphone del mondo. Si stima che questo tipo di  “gratis” valga dal 3% al 5% del PIL degli Stati Uniti, pur non trovando nessuna menzione nei dati ufficiali.

Non c’è area di attività umana nella quale Google non voglia espandersi. “Google vuole essere dovunque, anche nel nostro corpo”, scrive Conor Dougherty sul NYTimes commentando un accordo con Johnson & Johnson per la chirurgia robotica. Ed è proprio cosi, essere ovunque c’è da sviluppare una qualche innovazione. È il contrario di quello che fa Apple che è maniacale nel focalizzarsi su un segmento e nell’elaborare tutti i dettagli di un un’idea prima di farne un prodotto. Apple ricorda l’esercito prussiano alla battaglia di Sedan quando Google fa venire alla mente i comunardi di Parigi.

Gli ultimi giorni del Quantitative Easing (QE)

Questa “vaghezzapiace a Wall Street che ha premiato Google con un rapporto prezzo/utili alto, cinque punti superiore ad Apple.

La “leggerezza” di Google è figlia del QE che sta vivendo gli ultimi giorni di baldoria. Con la fine annunciata del QE negli Stati Uniti anche il mood di Wall Street sta cambiando. Infatti, quello che è successo a Google non è frutto del caso o delle circostanze. A Mountain View è arrivata, come nuovo direttore finanziario, un pezzo da novanta di Wall Street. Si tratta di Ruth Porat che dal 2010 ha ricoperto un’analoga posizione alla banca d’affari Morgan Stanley, ribattezzata “Margin Stanley” sotto la gestione della Porat. Dal 26 maggio 2015 la Porat prenderà il posto di Patrick Pichette, 52 anni, CFO di Google dal 2008 e autentico googler nell’aspetto e nello spirito.

In un post molto discusso, che ha lasciato basito lo stesso Larry Page, Pichette ha raccontato come ha maturato la decisione di lasciare la sua posizione a Google. Dopo una scalata notturna fino alla vetta del Kilimangiaro insieme alla moglie Tamar, con ai piedi la piana maestosa del Serengeti (in realtà dista 325 chilometri e non può essere scorsa da lì), ha capito che era venuto il tempo del “Carpe Diem”. Il suo post è un vero saggio di candore googoliano. Ha ispirato anche la penna caustica di Lucy Kellaway sul “Financial Times” che aveva già bacchettato Larry Page per alcune dichiarazioni in occasione dell’acquisizione di Motorola Mobility.

Il nuovo CFO di Google avrà una missione precisa: dovrà portare sotto controllo le spese scapigliate di Google in attività di Ricerca & Sviluppo che finora non sono riuscite a influire sul business del motore di ricerca che dipende ancora per il 95% dalla pubblicità, un territorio verso cui si va indirizzando anche il potente esercito di Facebook, un altro beniamino di Wall Street che lo sta premiando con un rapporto prezzo/utili doppio di quello di Google. Se guardiamo a come Facebook sta sottraendo a Google il business delle notizie, c’è da dare credito a quanto sostiene Peter Thiel quando dice che i monopoli di Internet non sono dei monopoli veri, come storicamente li conosciamo, ma dei monopoli transienti, creati dalla tecnologia e spazzati via dall’azione erosiva di una tecnologia più evoluta. Farhad Manjoo, il tech columnist del “New York Times”, in un articolo dal titolo Google, Mighty Now, but Not Forever ha ipotizzato e discusso un potenziale declino di Google proprio nel suo core business, quello della pubblicità online, che rischia di migrare verso servizi che connettono direttamente le persone, come i social  media. È una possibilità remota, ma non del tutto da escludere.

Siccome i soldi facili stanno finendo, occorre in futuro evitare quello che è successo con i Google Glass, un classico della commedia googoliana che l’inappuntabile Nick Bilton ha raccontato con dovizia di particolari sul suo blog “Bit” sul NYTimes. Le favole tecnologiche sono la specialità del giovane columnist del quotidiano di New York. Ne ha già scritta una su Twitter, Hatching Twitter, da cui Lionsgate sta traendo una serie televisiva. Da New York si è trasferito a San Francisco per essere più vicino alla scena degli eventi. Il nostro collaboratore Giuseppe di Pirro ha tradotto in italiano l’articolo di Bilton, Why Google Glass Broke, in cui Nick racconta la poco normale storia dei Google Glass. Una storia che descrive il metodo di Google al suo acme e che vede protagonista uno dei suoi fondatori, Sergey Brin formatosi in una scuola montessoriana.

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Molto rumore per nulla

Questa è una storia che chiama in causa un grosso intrigo pubblico, una tecnologia futuristica da indossare, un laboratorio segreto, modelle, paracadutisti acrobatici e un triangolo amoroso nato all’interno degli uffici che ha posto fine al matrimonio di un miliardario. Questa è la storia dei Google Glass.

Prima di iniziare, questa sarebbe la parte del racconto dove dovrei forse spiegare cosa sono i Google Glass. Se non fosse che non devo farlo. I Google Glass semplicemente non sono mai venuti al mondo. Invece, sono esplosi con il clamore e la pompa di solito riservati a un Apple iQualcosa.

Dalla loro prima presentazione nel 2012, sono stati considerati il gadget dei gadget, bramato da chiunque, dai nerd ai dirigenti, dagli chef ai modaioli. Sono stati il gingillo da possedere obbligatoriamente che si apprestava a rappresentare il termine di paragone per un nuovo genere di computer indossabile.

La rivista “Time” li ha definiti una delle “migliori invenzioni dell’anno“. Hanno ottenuto dodici pagine di pubblicità sulla rivista “Vogue”. I Simpson hanno dedicato un episodio ai Google Glass, sebbene Homer li abbia definiti “Oogle Goggles”. I Glass hanno fatto il giro degli spettacoli diurni e serali, e sono stati oggetto di numerosi sketch comici, compresi quelli del “Saturday Night Live“, il “The Colbert Report“e innumerevoli video su YouTube. I grandi di tutto il mondo li hanno testati. Il principe Carlo ne ha indossato un paio. Come hanno fatto Oprah, Beyoncé, Jennifer Lawrence e Bill Murray.

C’è stato anche un episodio alla New York Fashion Week nel 2012, quando Diane von Furstenberg ne ha sfoggiato un paio di color rosso e ha spedito in passerella le sue modelle con esemplari di diversi colori. Più tardi, in un video prontamente prodotto, la von Furstenberg (indossandone un nuovo paio creato da DVF | Made for Glass) ha confessato a Isabelle Olsson, la designer dei Glass, “Abbiamo rivelato i Google Glass al mondo”.

E altro indice della loro portata culturale, “The New Yorker” ha pubblicato un articolo di 5.000 parole in merito a cosa significasse indossarli, scritto da un cosiddetto Google Glass Explorer invitato da Google a testare il prodotto. Qui, Gary Shteyngart riferisce in maniera divertente di una dimostrazione improvvisata del prodotto che ha tenuto sul treno della linea sei della metropolitana di New York. “Sono quelli?” gli ha chiesto un uomo d’affari. “È così stimolante”, dice uno studente di college. “Sei fortunato”.

Ma forse la sensazione maggiore si è avuta la scorsa settimana quando, dal nulla, Google ha annunciato che i Glass, così come li conosciamo, erano prossimi a scomparire.

Puff! Andati. Tutta quella fanfara per nulla.

Secondo l’opinione di ex e attuali dipendenti di Google, coinvolti nel progetto Google Glass, non era questa la giusta conclusione del progetto.

Nasce il laboratorio Google X

Per capire cosa è andato storto, dobbiamo tornare indietro di qualche anno a Mountain View, California, ben addentro gli eleganti uffici di Google. Lì, tra i coloratissimi loghi del campus e i platani ondeggianti, i fondatori della società e una manciata di dirigenti di fiducia stilarono un elenco di cento idee futuristiche.

Tra queste c’erano un GPS indoor e un progetto chiamato Google Brain. Ma il maggior entusiasmo fu riservato a un nuovo genere di computer indossabili che potevano essere connessi alla pelle o, eventualmente, portati come degli occhiali.

Verso la fine del 2009, Eric Schmidt, allora amministratore delegato di Google, avvicinò Sebastian Thrun, un genio in molteplici discipline ricercatore presso la Stanford University, e lo reclutò per sviluppare queste idee. Thrun, incaricato di trovare un nome accattivante, chiamò temporaneamente il laboratorioGoogle X“, sperando di optare per qualcosa di meglio in seguito.

Secondo diversi membri dello staff di Google che hanno lavorato alle prime fasi del progetto X (tutti hanno accettato di parlare del progetto solo dietro la promessa dell’anonimato, perché stavano ancora lavorando o erano in rapporti d’affari con la società), il laboratorio ben presto trovò una collocazione segreta all’interno del Campus di Google, occupando il secondo piano di un anonimo edificio presso il 1489 di Charleston Avenue. Lì, nacque il primo progetto del laboratorio: una sorta di roba del tipo realtà virtuale che sarebbe poi divenuta nota come Google Glass.

Thrun reclutò un gran numero di scienziati e ricercatori di primissimo livello affinché lavorassero ai Glass, tra cui Astro Teller e Babak Parviz, entrambi all’avanguardia nel campo dei computer da indossare, e Isabelle Olsson, senior industrial design. Di lì a poco, Sergey Brin, co-fondatore di Google, li raggiunse per coadiuvarli nel portare avanti X.

Il ruolo di Sergey Brin in Google X

È importante notare qui due cose riguardo Brin. A quel tempo era sposato con Anne Wojcicki, madre dei suoi due figli e imprenditrice nel campo dei test genetici. Bryn, aveva fama presso Google di possedere quello che veniva comunemente definito come “disturbo da deficit di attenzione da progetto“, diveniva ossessionato da un progetto per poi buttarsi sul successivo e abbandonarlo (Brin ha rifiutato di rilasciare una sua dichiarazione per questo articolo).

Con Brin e Thrun al timone, Google X e il progetto degli occhiali sono riusciti a rimanere segreti per più di un anno. “Ogni giorno i dipendenti di Google ci passavano davanti senza avere la minima idea di cosa stesse succedendo dentro X”, ha affermato un dipendente di Google.

Così è stato, fino al 2011 quando la mia collega Claire Cain Miller e io abbiamo dato la notizia in merito al segreto del Google X Lab, descrivendo dettagliatamente alcuni dei progetti in cantiere presso X.

All’epoca, ignota a chiunque fosse al di fuori di X, stava nascendo una rovente frattura tra gli ingegneri di X in merito alle funzioni più elementari dei Google Glass. Una fazione sosteneva che li si sarebbe dovuti indossare tutto il giorno, come un “dispositivo alla moda“, mentre altri ritenevano che si sarebbero dovuti portare soltanto per specifici scopi pratici. Eppure, quasi tutti ad X concordavano che il prototipo in uso fosse semplicemente questo: un prototipo, con grosse imperfezioni da eliminare.

C’era un illustre dissenziente. Brin sapeva i Google Glass non erano un prodotto finito e che necessitavano di ulteriore lavoro, ma voleva che ciò avvenisse pubblicamente, non in un laboratorio top-secret. Brin sostenne che X avrebbe dovuto rilasciare i Glass ai consumatori e utilizzare il loro feedback per reiterare e migliorare la progettazione.

Migliorare e potenziare i Glass diventava così un work in progress pubblico fatto con l’aiuto degli utenti. Google decise così di non vendere i Glass nei negozi al pubblico, ma limitarla ai Glass Explorers, un gruppo selezionato di fanatici della tecnologia e giornalisti che avrebbero pagato 1500 dollari per il privilegio di essere tra i primi a poterla adottare.

Una strategia controproducente

La strategia si rivelò controproducente. L’esclusività si aggiunse al forte interesse del pubblico più vasto, con gli organi di stampa che chiedevano a gran voce il proprio pezzo di storia. Allorquando l’eccitazione pubblica esplose, Google non solo fomentò le fiamme, ma le irrorò con carburante per aerei.

“Il team interno a Google X sapeva che il prodotto non era minimamente vicino a esser pronto per il debutto“, ha affermato un ex dipendente di Google. Il team marketing di Google e Brin avevano altri piani.

A un convegno di sviluppatori Google nel giugno 2012, per esempio, dei paracadutisti acrobatici, che indossavano i Glass, atterrarono sulla sommità dell’auditorium, gareggiando con delle moto dal tetto sino alla sala delle conferenze per ricevere un fragoroso applauso. (Ero lì e fu differente da quasiasi altra presentazione che avessi mai visto). Brin sembrava esultare dell’attenzione e fu etichettato come il Tony Stark della vita reale, dal personaggio del fumetto Iron Man. Più in là quell’anno, Brin sedeva in prima fila in occasione della sfilata della von Furstenberg, orgogliosamente accessoriato con un paio di Glass.

Questa non era modalità sbagliata per introdurre i Google Glass. Questo non era l’esperimento riservato che gli ingegneri di Google X avevano auspicato. Era come osservare qualcuno che spifferava un segreto con un megafono.

Ma i paracadutisti acrobatici e le modelle non potevano fare altro che questo, e lo sfavillio iniziò presto a svanire quando i blog tecnologici, che finalmente avevano messo le mani sui Glass, li descrissero come “il peggior prodotto di tutti i tempi“, notando giustamente che la batteria durava niente e che si trattava di “un prodotto afflitto da bug“. Furono sollevate delle riserve inerenti la privacy, le persone temevano di essere monitorate durante momenti intimi, come all’orinatoio, come ho esperito in un’altra conferenza di Google in cui ero circondato da persone che indossavano i Glass. Furono anche proibiti nei bar, nei cinema, nei casinò di Las Vegas e in altri luoghi ove non si voleva che i clienti fossero monitorati di nascosto.

Una storia degna di Beautiful

Poi, all’inizio del 2014, uno scandalo da rotocalco colpì i laboratori di Google X. Tra stampanti 3-D e microchip, era nata una storia d’amore tra Brin e Amanda Rosenberg, una marketing manager di Google Glass che aveva contribuito ad organizzare la sfilata di Diane von Furstenberg. Brin si stava separando dalla moglie per la Rosenberg, che a sua volta stava lasciando il suo fidanzato, che parimenti lavorava presso Google. Con un colpo di scena ancora più singolare riportato da “Vanity Fair”, si scoprì che la moglie di Brin era stata amica della Rosenberg.

Da quel momento, i Google Glass parvero appassire. I primi dipendenti abbandonarono X, tra cui Parviz, che levò le tende alla volta di Amazon. Brin, che stava affrontando le conseguenze della sua relazione sentimentale, smise persino di indossare i Glass in pubblico.

Ed è così che si giunge al Marzo 2015, quando Google ha improvvisamente annunciato che stava calando il sipario sul suo programma Glass Explorer. Ciò rappresenta la campana a morto per i Glass. Ma forse non è così.

Un nuovo inizio?

Tony Fadell, ex-Apple, ha preso la direzione del progetto Google Glass. Qui con il suo termostato intelligente Nest. Forse questo dispositivo è uno dei prodotti più bramati dal grande pubblico che fa fatica a capire come funzionano questi oggetti.

Nella loro nuova vita, i Glass sono supervisionati da Ivy Ross, un designer di gioielli che gestisce la divisione smart-eyewear di Google, e Tony Fadell, ex executive di Apple e creatore di Nest, il termostato intelligente.

“I primi sforzi sui Glass sono stati pioneristici e ci hanno permesso di apprendere ciò che è importante per i consumatori e le imprese“, ha detto in una dichiarazione Fadell. “Sono entusiasta di lavorare con Ivy per fornire direzione e supporto mentre lei guida il team e lavoriamo insieme per integrare quelle acquisizioni in futuri prodotti”.

Molte persone a conoscenza dei piani di Fadell riguardo ai Glass hanno riferito che aveva intenzione di ridisegnare il prodotto da zero e che non lo avrebbe rilasciato sino a quando non fosse stato completato. Un consulente di Fadell ha affermato:

Non ci sarà una sperimentazione pubblica. Tony è uno che si occupa del prodotto e non ha intenzione di rilasciare qualcosa finché non sarà perfetta.

Per quanto riguarda la von Furstenberg, non ha rimpianti. In un’intervista, ha dichiarato che i Google Glass erano a dir poco rivoluzionari:

Era la prima volta che si parlava di tecnologia indossabile. La tecnologia avanza sempre più velocemente, e i Google Glass rimarranno sempre parte della storia.

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