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Riforme in cambio di investimenti: l’Italia proponga un contratto all’Unione europea

Uno studio condotto da Marcello Messori e Carlo Bastasin della School of European Political Economy della Luiss evidenzia come l’Italia da sola non ce la faccia a tirarsi fuori dalla stagnazione economica senza un rilancio degli investimenti pubblici e privati: per questo serve un accordo con Bruxelles per velocizzare le riforme in cambio di un progetto di investimento

Riforme in cambio di investimenti: l’Italia proponga un contratto all’Unione europea

Sono trascorsi oltre otto anni dal fallimento di Lehman Brothers e sette dall’inizio della crisi europea dei debiti sovrani e del settore bancario, ma la sostenibilità dell’euro-area è tuttora in dubbio. Tranne che negli ultimi mesi, il tasso medio di crescita di questa area continua a rimanere al di sotto di quello statunitense soprattutto a causa della divergente performance di alcuni dei suoi paesi più fragili.

L’Italia, terza economia dell’EMU, appare come il principale imputato. La sua persistente recessione macroeconomica oggi sfociata in una troppo debole ripresa, la stagnazione delle sue diverse forme di produttività e la vulnerabilità del suo settore finanziario rappresentano una minaccia non solo per la sua stabilità ma per quella dell’unione monetaria, rendono problematica una politica monetaria comune e allontanano la costruzione di meccanismi di condivisione dei rischi. Ciò alimenta le tensioni tra gli stati membri e condiziona le iniziative delle istituzioni centrali.

La divergenza tra le economie europee si riflette anche nelle opinioni dei cittadini. Si affermano infatti visioni contrapposte dell’EMU: i paesi più fragili, in particolare l’Italia, percepiscono sempre più le regole europee come una gabbia e resistono alle richieste di riduzione dei propri rischi; i paesi più competitivi, in particolare la Germania, avvertono ogni forma di condivisione dei rischi nell’euro-area come il ‘cavallo di Troia’ per addossare a essi costi di altri. Tale contrapposizione mette a rischio la sostenibilità dell’unione monetaria.

Nel nostro studio introduciamo una spiegazione della dinamica della crisi che si incentra sugli shock istituzionali, provocati da un’incertezza irriducibile a calcoli probabilistici, in primo luogo rispetto alla possibile rottura dell’euro. Definiamo tale incertezza come ‘incertezza radicale’. La nostra analisi sostiene che questa incertezza si scarica, prevalentemente, sulle decisioni di investimento e di risparmio. Per di più gli effetti degli shock istituzionali sono persistenti: essi sopravvivono all’assorbimento del loro impatto squilibrante di breve termine e, anche, alla rimozione delle loro cause.

Gli stati membri dell’euro-area risultano, così, colpiti da una forma di isteresi – cioè, di persistenza degli effetti di un fenomeno anche dopo la scomparsa dei fattori che lo hanno causato. Questa forma di isteresi spiega la mutata dinamica degli investimenti e dei risparmi in molto paesi dell’euro-area, che ha soffocato il processo di formazione del capitale. La centralità degli shock istituzionali e della connessa isteresi segnala l’inadeguatezza dell’attuale sistema di governo economico dell’EMU, che si fonda sui principi dell’area monetaria ottimale ed esamina l’impatto degli shock (idiosincratici e sistemici) soprattutto sugli squilibri nella domanda di consumo e sulle inefficienze dell’offerta.

Pur dovendo confrontarsi con le proprie specifiche anomalie (in primis, l’inefficiente allocazione delle risorse) e pur dovendo perciò utilizzare alcune delle ricette convenzionali di aggiustamento, l’Italia non può correggere la sua posizione di fragilità nell’EMU senza nuove strategie di intervento europeo. Poiché l’incertezza riguarda la tenuta istituzionale dell’euro-area, anche la soluzione deve avere natura istituzionale. Si tratta di disegnare un programma di riforma del paese che sia volontario ma concordato con le istituzioni europee. La principale caratteristica di questo accordo risiede nel delegare alle istituzioni europee la funzione di controllo delle misure nazionali che realizzano il programma di riforma concordato.

L’accertata implementazione dell’accordo deve essere poi accompagnata da un flusso di investimenti, finanziati da risorse europee, che rispondano a criteri di efficienza e che siano anch’essi sottoposti a verifiche sovranazionali lungo un arco di tempo quinquennale.

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