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La Croazia all’assalto del nostro gas in Adriatico. Ma non possiamo (e non vogliamo) fare nulla

Dai Balcani la nuova campagna di conquista dell’energia custodita nei mari di confine. Per incrementare il loro fabbisogno nazionale. Ma anche per affrettare la corsa verso un traguardo ancora più ardito: superare l’Italia nella corsa per diventare un hub energetico per il quadrante europeo.

La Croazia all’assalto del nostro gas in Adriatico. Ma non possiamo (e non vogliamo) fare nulla

Il gas metano dell’Alto Adriatico? Se lo prende tutto, o quasi, la Croazia. Con una beffa, ma non certo con l’inganno. Semmai con un feroce monito implicito per il nostro suicidio energetico. Gli ipotetici danni ambientali ed ecologici che da noi bloccano le nuove estrazioni italiane? Toccheranno a noi, se ci saranno. Gli affari? Tutti a loro. Era già successo in passato, per la verità. Ora il nuovo assalto. Tutto si gioca sulle line di confine, sulle acque extraterritoriali, sulle cospicue “sacche” di metano che giacciono sotto le acque e possono essere captate da una parte e dell’altra. Ed ecco fatto. Di nuovo, più di prima.

La notizia rimbalza in questi giorni, condita di molte polemiche, sui mezzi di informazione del Nord Est. Questa volta la Croazia fa davvero sul serio: con il gas che è idealmente in coabitazione con noi vuole raddoppiare la sua produzione di metano nelle zone marine di confine per coprire almeno il 20% della domanda nazionale estraendo quasi 900mila metri cubi di gas. Promette di farlo con cinque nuovi pozzi. Il primo, denominato Ana-4 DIR, in realtà era già stato allestito con un’operazione di pre-rodaggio ed è già in produzione con un immediato successo. Estrae infatti 155mila metri cubi di gas al giorno e si è subito dimostrato il più produttivo dell’intera Croazia. Ma quello potenzialmente più ricco, Irena 3, sarà proprio quello più vicino all’Italia, al largo di Pola, a 80 chilometri dalle coste del Veneto e dell’Istria. Si stima che potrebbe regalare addirittura 300mila metri cubi di gas al giorno. Che potrebbero, come è logico intuire, alimentare non il loro ma il nostro sistema energetico.

Molto coraggio e investimenti ad alta redditività

L’operazione croata è affidata alla compagnia energetica di Stato, INA, che conta una forte partecipazione della ungherese MOL e ha deliberato un investimento iniziale tutto sommato modesto, 65 milioni di euro. L’intenzione è quella di completare l’intero pacchetto di cinque nuovi pozzi entro il 2029.

Chi in Italia volesse affidarsi ai rimpianti ha davvero buoni motivi per flagellarsi. O meglio, per flagellare chi ha manovrato e manovra la nostra politica energetica. Nel nuovo scenario geopolitico dell’energia la Croazia sta infatti mettendo in campo un numero crescente di infrastrutture metanifere aperte ai mercati continentali, a partire dal terminale di gas naturale liquefatto (Gnl) di Krk che non serve solo il mercato nazionale ma interconnesso al sistema di interconnessioni paneuropea. Insomma, la Croazia sta diventando quello che per il nostro Paese era stato teorizzato dai veri strateghi genuini delle politiche energetiche, troppo spesso inascoltati: un hub continentale del gas. Con relativi affari che potrebbero alleggerire non poco la maxi bolletta energetica italiana.

Una sfida non ancora perduta. Italia ancora in vantaggio

In realtà siamo, o per meglio dire, saremmo ancora in tempo. I rigassificatori Gnl non ci mancano: dopo decenni di lotte con le comunità locali insufflate dalla propaganda politica ne abbiamo cinque, per quasi 30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Il gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) che ci porta il metano dell’Azerbaigian attraversando la Puglia per andare a Nord, dopo anni di tormenti e di sciagurate opposizioni sta funzionando e promette anzi di raddoppiare la sua capacità dagli attuali 10 miliardi di metri cubi all’anno.

Ma se per assicurare all’Italia un degno futuro energetico, accanto a un nuovo doveroso sviluppo delle rinnovabili cominciassimo da qui? Ovvero dalle operazioni alla nostra portata e traguardabili in un orizzonte di qualche mese o al massimo di qualche anno, invece di affidarci solo alle rocambolesche suggestioni di un “nuovo“ nucleare che chissà quando verrà?

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