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Nubank, i segreti della prima fintech sudamericana che ha convinto pure Buffett

La banca 100% digitale fondata nel 2013 da David Velez è la prima fuori dall’Asia per numero di clienti. Quotata al NYSE, aveva convinto pure Berkshire Hathaway, che nell’investimento ha guadagnato quasi mezzo miliardo di dollari. Nel board c’è l’ex presidente della Banca centrale brasiliana, indicato da Bolsonaro

Nubank, i segreti della prima fintech sudamericana che ha convinto pure Buffett

“122 milioni di clienti, nessuno di loro in fila”. Lo slogan rende benissimo il senso dell’attività di Nubank, la fintech brasiliana fondata nel 2013 e tuttora guidata da un colombiano, David Velez, e diventata in pochi anni la prima società di servizi di pagamento digitali dell’intera America Latina, con appunto oltre 100 milioni di clienti divisi tra Brasile, Colombia e Messico. Nessuno di loro è in fila perché i servizi offerti da Nubank (conto digitale, carta di credito e prestiti) sono interamente ed esclusivamente disponibili attraverso la app: niente filiali, anche perché tecnicamente Nubank non è nemmeno una banca e anzi lo vorrebbe a breve diventare con un’altra operazione che ne confermerebbe il rapido e solido sviluppo. Velez, che è anche il primo azionista, vorrebbe infatti acquisire una banca per accreditarsi presso la Banca centrale brasiliana e ottenere una licenza operativa come istituzione bancaria tradizionale.

Dal 2021 Nubank è quotata al NYSE e ha convinto pure Warren Buffett

Sul mercato, tuttavia, Nubank non ha certo bisogno di altri riconoscimenti: prima fintech fuori dall’Asia come numero di clienti (la policy zero costi ha tra l’altro permesso a 20 milioni di brasiliani di accedere per la prima volta ad un conto bancario), dal 2021 oltre che sulla Borsa di San Paolo è quotata al NYSE di New York, dove continua a convincere gli investitori, essendo passata dai 3,47 dollari per azione del 2022 agli attuali 14,16 dollari. Solo nell’ultimo mese, le azioni hanno guadagnato il 12,3% e adesso il board ha comunicato che a breve Nubank lascerà l’indice Bovespa brasiliano per concentrarsi solo sulla Borsa statunitense.

Negli Usa la fintech brasiliana, grazie ai suoi risultati più che solidi (nel secondo trimestre 2025 ha superato le attese degli analisti con l’utile netto a 637 milioni di dollari, +34%), ha già da tempo conquistato la stima del mondo finanziario: è nella lista delle 100 imprese più influenti del pianeta secondo Time e in quella delle migliori banche stilata da Forbes, ma soprattutto ha richiamato l’attenzione di una vecchia volpe, di un pezzo grossissismo del mondo degli affari come Warren Buffet. L’oracolo di Omaha, come viene chiamato nell’ambiente, non è nuovo a operazioni fuori dagli Stati Uniti (in Italia ad esempio aveva scommesso su Cattolica Assicurazioni) e aveva così investito in circa 40 milioni di azioni di Nubank.

Adesso alla veneranda età di 94 anni ha annunciato che lascerà a fine anno la guida di Berkshire Hathaway, e per questo negli ultimi mesi la holding ha deciso di diversificare il portafoglio e di dismettere parecchie partecipazioni, compresa quella in Nubank di cui ha venduto il 100% delle azioni per un valore alla cessione – avvenuta lo scorso maggio – di 416 milioni di dollari, ma anche quelle in Citigroup e Bank of America. L’addio di Buffett non cambia di una virgola le ambizioni: la stella polare rimangono gli Usa, con l’obiettivo di diventare una delle prime banche digitali al mondo, puntando senza indugi sull’Intelligenza artificiale.

Obiettivi: espansione internazionale, Intelligenza artificiale e criptovalute

Per accelerare sull’espansione internazionale, negli ultimi mesi ci sono stati importanti novità nel board: a luglio come vice-presidente è stato ingaggiato nientemeno che l’ex presidente della Banca centrale brasiliana Roberto Campos Neto (scelto nel 2018 dall’allora presidente Jair Bolsonaro), che sarà prezioso per un salto di qualità nelle relazioni pubbliche e per districarsi nella giungla dei regolamenti, e anche per dare a Nubank – che ancora viene percepita come una startup di successo – un maggiore riconoscimento istituzionale. Per accelerare sul tech invece ad agosto è arrivato come nuovo Chief Technology Officer un grande nome come lo statunitense Eric Young, ex Google e Amazon.

Non solo: il Ceo Velez è convinto, e non a torto, che sotto l’amministrazione di Donald Trump Washington sarà sempre più favorevole al mondo fintech, in particolare alle criptovalute che pure rientrano nei radar di Nubank. Anzi, sulle quali Nubank crede molto, al punto che offre ai propri clienti un portafoglio di ben 25 valute virtuali, dal Bitcoin in giù, e ha appena lanciato il primo ETF in Brasile di futures del Bitcoin, in collaborazione col Nasdaq. “Con le politiche di Trump – ha detto Velez in occasione nell’ultimo World Economic Forum di Davos -, fintech e criptovalute sono tornate di moda. Quando un governo vede improvvisamente la fintech come un vantaggio per i consumatori e per una maggiore concorrenza, il mercato diventa più attraente”.

Nuova sede: Stati Uniti o Regno Unito?

In effetti il tycoon è talmente favorevole da averci lui stesso investito, entrando tra l’altro in palese conflitto d’interesse con l’operazione Crypto. Potrebbe dunque essere il momento buono per aggredire il mercato statunitense e aprire magari una sede di Nubank negli States. Se ne riparlerà, anche se al momento sembra più probabile l’ingresso nel Regno Unito, per buttare un occhio pure sul mercato europeo, giudicato al momento meno attraente. La banca digitale brasiliana, che per la verità ha domicilio legale alle Isole Cayman, in Europa ha già un ufficio a Berlino. E poi c’è il resto del mondo, altri mercati emergenti con le stesse caratteristiche di quelle di Messico e Brasile: lo scorso dicembre Nubank ha investito 150 milioni di dollari nella fintech Tyme Group, con sede a Singapore e clienti in Sudafrica e nelle Filippine.

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