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Draghi suona di nuovo la sveglia: l’Europa diventi federale se vuole salvarsi nel “nuovo mondo”. Parla Varvelli

Intervista a ARTURO VARVELLI, Head ECFR Rome, Senior Policy Fellow. Siamo in un momento di transizione in cui il vecchio ordine sta crollando ma il nuovo ancora non è emerso come tale

Draghi suona di nuovo la sveglia: l’Europa diventi federale se vuole salvarsi nel “nuovo mondo”. Parla Varvelli

Il monito, l’ennesimo, di Mario Draghi arriva questa volta dalla prestigiosa Università di Lovanio dove ha ricevuto la laurea honoris causa. L’ordine globale è defunto: se l’Europa vuole salvarsi nel “nuovo mondo” deve diventare un’entità politica federale.

Nella storia europea gli appelli alla via federale sono stati numerosi e pronunciati da europeisti illustri, quest’ultimo di Draghi riveste però un’urgenza mai sperimentata prima, dettata dal rapido esaurimento in corso del vecchio ordine globale novecentesco. “Per dirla con Antonio Gramsci siamo in una sorta di interregno: un momento di transizione in cui il vecchio ordine sta crollando ma il nuovo ancora non è emerso come tale. Ci aspetta un mondo multipolare? Ma sotto quali regole? Se ci saranno ancora delle regole…», commenta Arturo Varvelli, senior policy fellow del prestigioso European Council on Foreign Relations e capo della sezione Italia.

Il passaggio del discorso di Draghi sull’ombrello difensivo degli Stati Uniti che ha garantito la difesa europea mentre l’Europa si concentrava nell’integrazione commerciale e finanziaria è significativo. Le relazioni transatlantiche sono cambiate per sempre?

“Sono cambiate per ragioni strutturali, certo Donald Trump sta fungendo da grande acceleratore. Il mondo che gli Stati Uniti avevano in qualche modo contribuito a costruire nel Secondo Dopoguerra si sta decomponendo: è un processo che comincia almeno un ventennio fa, concomitante con l’ascesa della potenza cinese. Oggi si aggiunge il risveglio di una potenza militare apertamente revisionistica come la Russia, l’emergere di medie potenze regionali che aspirano ad essere attori globali, come l’India o l’Arabia Saudita. Ma le relazioni transatlantiche sono segnate profondamente da una spinta all’interno dell’opinione pubblica americana che vede il mondo in un modo molto diverso rispetto al passato”.

Per l’Europa è una questione fondamentale: un conto è far parte del “nuovo mondo” in un’alleanza con gli USA, un altro è giocare la partita in proprio. Mettendo da parte ottant’anni di politica estera ed economica.

“La nuova politica estera degli Usa, che oggi è influenzata dal gruppo MAGA, continuerà ad esistere anche dopo Trump. Le vecchie relazioni transatlantiche non torneranno. Aggiungo una cosa: Trump ha nella realpolitik la sua caratteristica principale, nel senso che volontariamente non distingue tra alleati e avversari. Per lui sono un po’ tutti uguali, è capace di cogliere solo le relazioni di forza, vede e tratta solo con le grandi potenze. Riconosce chi conta e chi ha un potere, le relazioni privilegiate non esistono più”.

Sempre Draghi a Lovanio: una volta che la Cina è entrata nel WTO (nel 2001), i confini tra commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere. Più che il cambio della politica estera statunitense, per il futuro dell’Europa dobbiamo temere l’overcapacity cinese?

“I cinesi fanno dumping su tutti i settori industriali grazie a un investimento di tipo politico: lo Stato cinese mette i soldi per entrare nei singoli mercati facendo fuori tutti gli avversari. Lo abbiamo visto con il motore elettrico, anche se va detto che sono stati agevolati dalle stesse nostre normative comunitarie. Quello che descrive Draghi sta già avvenendo e rischia di continuare con effetti ancora più destabilizzanti”.

Se non saremo una grande potenza rimarremo solo un grande mercato. La strada per Draghi è quella di un’Europa federale. Qual è lo scalino più alto per questo passo dell’integrazione?

“Gran parte dei Paesi europei crede di vivere ancora in un mondo pacifico e governato dalle regole. Ma fuori dalle porte dell’Europa è tutto cambiato. In Europa le opinioni pubbliche sono sensibili a temi molto diversi: ad Est sono molto sensibili alla minaccia russa, noi italiani e gli spagnoli invece lo siamo molto meno. I francesi vorrebbero fare tutto senza gli Stati Uniti fin da subito, in maniera rapida e anche brutale. I tedeschi non sono ancora disponibili. Il richiamo di Draghi si rivolge alle élite politiche che si devono assumere la responsabilità di un salto nell’integrazione europea. L’alternativa è la morte politica dell’Unione”.

Molti Stati europei sono in bilico tra un latente euroscetticismo e un pieno sovranismo

“La soluzione sovranista porta all’irrilevanza completa. La Gran Bretagna è uscita sconfitta dalla Brexit sotto tutti i punti di vista. Economicamente conta molto meno, non ha avuto nessuna crescita. Si ritrova comunque a dover adattare la propria economia alle regole europee perché l’interscambio con l’Europa vale circa la metà del suo Pil. Non ha avuto nemmeno un maggior peso internazionale, anzi”.

I partiti sovranisti hanno rendite di consenso larghissime proprio in opposizione all’Unione

“Ma come possono pensare di competere in un mondo di predatori? La Russia dal punto di vista militare, la Cina da quello economico, con gli Stati Uniti che cambiano politica estera, nel prossimo futuro con l’India e le potenze emergenti. O gli Stati europei accetteranno una minore sovranità a favore dell’Europa o diventeremo solo un ricco mercato di sbocco”.

Ad un certo punto Draghi dice: dove l’Europa non ha proseguito nell’integrazione, nella difesa, nella politica industriale, negli affari esteri, “siamo trattati come un’assemblea sciolta di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza”. Partiamo dalla difesa: ottimista?

“Sulla difesa europea sono più ottimista che su altre questioni. La Germania sta facendo grandi investimenti nel settore della difesa, vanno verso il 5% del Pil in spesa militare. La Francia ha già una forza militare notevole e soprattutto l’arma nucleare. L’Italia è la seconda manifattura d’Europa e ha campioni nazionali del calibro di Leonardo e Fincantieri”.

Politica industriale? Abbiamo sotto gli occhi i recenti errori madornali sull’automotive

“In alcuni settori abbiamo perso la battaglia ma potremmo essere competitivi in altri settori ad alto contenuto tecnologico. L’Europa ha risorse scientifiche e culturali non meno importanti di quelle americane e cinesi. Si tratta di metterle a servizio di economie di scala ancora più grandi”.

Affari esteri? L’Ucraina, il Mediterraneo, la Groenlandia, la Nato. È un tornante della storia troppo complicato per ulteriori integrazioni?

“Se andiamo sparpagliati nessuno otterrà niente. Faccio l’esempio del piano Mattei: l’Italia ha individuato un’area di interesse prioritaria ed ha scelto un metodo diplomatico molto intelligente portando le industrie italiane in Africa. Abbiamo però un peso geopolitico limitato, diverso sarebbe affrontare i rapporti con i Paesi africani con il peso globale dell’Unione Europea. Questo può essere fatto solamente eliminando i diritti di veto a Bruxelles”.

Il vero punto: l’Europa a due velocità, chi vuole procede, chi tentenna perde un giro di integrazione

“Se l’Unione Europea non sarà in grado di riformarsi in questo senso alcuni Paesi creeranno cooperazioni rafforzate al di fuori dell’Unione”.

Germania, Italia, Francia, Spagna a livello governativo o le grandi famiglie politiche europee. Chi può dare gambe al discorso di Lovanio?

“Gli Stati costruiscono le confederazioni, per la federazione serve la spinta dal basso. Una presa d’atto storica da parte dei grandi partiti europei, delle élite e della società civile. Vedremo presto ulteriore caos negli Stati Uniti: potrebbe essere un monito senza precedenti per gli elettori europei”.

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