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Brexit, per il Made in Italy costo da 1 miliardo di euro

Secondo un rapporto di Prometeia l’Italia non sarà tra i Paesi più colpiti, da un punto di vista economico, dalla Brexit – Il costo dei dazi per le nostre imprese sarebbe di circa 1 miliardo di euro, che rappresenta una quota dello 0,25% dell’export italiano nel mondo.

Brexit, per il Made in Italy costo da 1 miliardo di euro

L’uscita UK dal mercato unico rappresenta un passo indietro rispetto all’obiettivo di integrazione e nell’immediato, un costo aggiuntivo per le imprese. Anche, ma non soprattutto, italiane. A dirlo è un rapporto pubblicato da Prometeia per valutare l’impatto del Brexit sulla nostra economia.

Per la prima volta da 40 anni, le imprese italiane si potranno trovare ad affrontare dazi sul mercato britannico. Anche ipotizzando tariffe contenute, secondo gli odierni profili UE verso paesi terzi, il dazio medio applicato alle imprese italiane dopo la Brexit potrebbe essere superiore al 5% del valore esportato, in linea con la perdita tedesca e francese (e inferiore a paesi la cui offerta è più sbilanciata verso settori tradizionali, generalmente esposti a dazi più alti).

Immaginando che le imprese italiane mantengono invariati i prezzi in euro e si facciano carico del dazio, la Brexit potrebbe costare nel complesso più di un 1 miliardo di euro (comunque solo lo 0.25% dell’export italiano nel mondo).

La forte specializzazione dell’offerta italiana nel Regno Unito nei settori della meccanica, della farmaceutica e degli altri mezzi di trasporto (un quarto dell’export manifatturiero Italiano nel paese) dovrebbe rendere la Brexit per alcuni settori della media-alta tecnologia meno stringente.

Potrebbero uscire invece molto penalizzati diversi comparti del made in Italy tradizionale. Applicando le tariffe medie di comparto ai flussi effettivi del 2015, le imprese dell’alimentare arriverebbero infatti a perdere 450 milioni di euro (il 14% delle proprie vendite sul mercato), la moda oltre 200 milioni di euro (il 9% di quanto esportato).

La svalutazione della sterlina potrebbe rappresentare per l’offerta italiana un rilevante, seppur temporaneo, svantaggio competitivo, agendo sulla competitività italiana sia sul mercato britannico (rispetto ai produttori nazionali) sia in paesi terzi dove le imprese italiane e britanniche competono più intensamente.

Da questo punto di vista, in realtà, Italia e Regno Unito non presentano elevati punti di “attrito”: negli oltre 120 microsettori analizzati da Prometeia, in meno di 30 Italia e Regno Unito risultano contemporaneamente tra i primi 10 esportatori mondiali. Di questi un terzo appartiene alla meccanica, mentre gli altri sono equamente distribuiti tra produzioni di beni di consumo (alimentare, abbigliamento, cosmesi, gioielleria e articoli sportivi), beni intermedi (chimici e per le costruzioni) e d’investimento (mobili per ufficio, aerospazio).

Non mancano comunque casi di maggior competizione diretta, come i prodotti da forno, le forniture mediche e dentistiche, i mobili per ufficio, le specialità medicinali e, soprattutto, l’oreficeria e gioielleria (per cui oltre il 70% delle vendite extra Ue si rivolge agli stessi mercati). Oltre a Cina/Hong Kong e Stati Uniti, l’area geografica che mostra le maggiori sovrapposizioni è quella costituita dai paesi arabi, in particolare Arabia Saudita (per meccanica, mobili, intermedi chimici e prodotti da forno) ed Emirati Arabi Uniti (gioielleria, articoli sportivi, prodotti in carta, cosmesi, rubinetti e valvolame industriale, tubi in acciaio, mobili, aerospazio e apparecchi per la generazione, trasformazione e distribuzione dell’energia).

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