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C’è davvero un rischio deflazione?

CIRCOLO REF RICERCHE – Per anni la principale preoccupazione in tema di prezzi è stata costituita da rischi di aumenti eccessivi dell’inflazione – Nel nuovo millennio, in particolare in Europa, con il protrarsi della crisi economica, il rischio si è spostato dall’inflazione alla deflazione.

C’è davvero un rischio deflazione?

Per deflazione si intende un calo generalizzato dei prezzi. Vi sono due diversi tipi di deflazione e definiscono una “buona” e una “cattiva” deflazione. La deflazione “buona” ha origine da uno shock positivo dal lato dell’offerta, causato da un aumento di produttività dovuto all’uso di nuove tecnologie, o semplicemente da un buon raccolto agricolo, che riduce i costi di produzione e ne aumenta la quantità. Data la maggiore offerta, le quantità vendute aumentano e i prezzi calano. La caduta dei prezzi è solitamente temporanea.

Alla deflazione d’offerta si associa una crescita del Pil, maggiori profitti per le aziende, aumenti dei prezzi degli asset e una migliore performance del settore finanziario. Un ottimo esempio della “buona” deflazione sono “i ruggenti anni venti” (1921-1929), caratterizzati da diverse innovazioni tecnologiche che hanno rivoluzionato il nostro stile di vita, come l’introduzione dell’auto, del telefono e della radio, e che hanno segnato un periodo di veloce crescita economica, accompagnata in vari paesi da una lieve deflazione.

La deflazione “cattiva” si caratterizza invece per un protratto calo dei prezzi, dovuto alla contrazione della domanda aggregata. La domanda di beni e servizi diminuisce e di conseguenza i produttori vendono di meno e a prezzi ridotti, e il Pil si contrae. Questo scenario è quello del Giappone, che da anni lotta contro la caduta dei prezzi iniziata a fine anni ’90.

La deflazione di per sé non è quindi né buona né cattiva, ma semplicemente il sintomo di un cambiamento nella domanda e nell’offerta, che può portare a una crescita del Pil nel caso di uno shock positivo dell’offerta, mentre porta ad una contrazione del Pil nel caso di uno shock negativo della domanda. Il problema della “cattiva” deflazione è che se protratta nel tempo può aggravare ulteriormente la contrazione economica e dar luogo a una profonda recessione, come successe negli Stati Uniti e in Europa nella Grande Depressione negli anni ’30.

I COSTI DELLA “CATTIVA” DEFLAZIONE 

Il principale problema della deflazione è l’impatto che essa ha sui mercati finanziari e di conseguenza sull’economia, e sull’efficacia delle politiche monetarie. Un calo dei prezzi aumenta il tasso d’interesse reale, ovvero il costo di prendere in prestito denaro. Consumatori e investitori sono quindi dissuasi dall’utilizzare credito, e di conseguenza riducono la propria spesa, inasprendo la caduta del Pil. La spesa può ulteriormente contrarsi se la deflazione persiste nel tempo, influenzando così le aspettative dove consumatori e investitori preferiscono rinviare la spesa, attendendosi prezzi più bassi.

Un secondo fattore che aggrava ulteriormente le condizioni dell’economia è che i debiti aumentano in termini reali, poiché il valore del denaro aumenta quando i prezzi calano. Questo rende più difficile ripagare i debiti, ed aumenta le probabilità di bancarotta. In un clima di incertezza e di diffuso rischio di default, il costo del credito aumenta ulteriormente e i creditori sono dissuasi dal fare prestiti. La deflazione ha quindi l’effetto di ridurre sia la domanda che l’offerta di credito, contraendo fortemente il mercato finanziario.

La deflazione costituisce quindi un elemento aggravante in paesi in cui i mercati finanziari sono già molto deboli o dove sono presenti alti debiti. Questo è il caso dei paesi della periferia europea, soprattutto Grecia, Portogallo e Spagna, e in parte anche dell’Italia, caratterizzata da un alto debito pubblico e da un mercato del credito pressoché immobile.

La conseguenza peggiore della deflazione, come del resto anche dell’inflazione, è che alimenta se stessa, creando una spirale di riduzione dei prezzi e di aspettative. Mentre nel caso dell’inflazione le politiche monetarie possono intervenire attraverso un aumento dei tassi di interesse che riducono la domanda aggregata e riducono le tensioni inflazionistiche, poco possono fare le banche centrali con politiche monetarie convenzionali per contrastare la deflazione. L’inefficacia della politica monetaria è dovuta al “limite zero” dei tassi di interesse: una volta raggiunto un tasso di interesse pari a zero, le banche centrali non posso più utilizzare i tassi di interesse per rilanciare l’economia perché essi non possono diventare negativi. Se fossero negativi, sarebbe semplicemente più conveniente tenere il proprio denaro in contanti.

E’ così che varie banche centrali in questi ultimi anni hanno fatto ricorso a politiche monetarie “non convenzionali” per aumentare in modo più o meno diretto (ovvero senza l’intermediazione dei tassi di interesse di breve termine) l’offerta di credito e garantire la stabilità dei mercati finanziari. Tra le misure più utilizzate troviamo il quantitative easing, ovvero l’acquisto da parte delle banche centrali di titoli, sia privati che pubblici, per aumentare la liquidità nel settore privato e pubblico. Tali politiche monetarie hanno però esiti incerti.

SI PUO’ PARLARE DI DEFLAZIONE ITALIANA?

In Italia, come nel resto dei paesi industrializzati, si è registrato nel corso degli ultimi mesi un forte rallentamento della crescita dei prezzi. In particolare nel corso di quest’estate, l’inflazione misurata dal Cpi si è spinta sotto l’1%, La variazione rimane in ogni caso positiva, e non può quindi essere classificata come deflazione. Ciò che preoccupa però non è il livello attuale, ma la sua tendenza. La variazione del Cpi è oggi più bassa rispetto agli ultimi quattro anni ed è ai minimi della storia economica del dopoguerra.

Larga parte della caduta dei prezzi è imputabile al crollo della domanda aggregata, corrispondente innanzitutto alla riduzione del reddito disponibile delle famiglie e a un conseguente crollo dei consumi. Sembra quindi che la riduzione dei prezzi possa avere le caratteristiche della deflazione “cattiva”. D’altro canto, quando si scompongono i vari elementi dell’inflazione, è rasserenante vedere come il crollo dei prezzi avvenuto durante l’estate sia in parte spiegato da fattori legati all’offerta. Calano i prezzi delle materie prime alimentari, grazie alle buone condizioni climatiche nel Nord America e nell’Est Europeo, e calano, dopo anni e anni in aumento, i prezzi delle materie prime energetiche, grazie all’allentamento delle tensioni geopolitiche nel Medio Oriente, e all’aumento dell’offerta petrolifera nei Mari del Nord e in particolare negli Usa, per via delle nuove tecnologie di estrazione (fracking).

Se i timori di una fase di deflazione prolungata appaiono in questa fase esagerati, va comunque riconosciuto che le dinamiche dei prezzi in Italia hanno sorpreso, considerando che negli ultimi mesi si sono osservati significativi rincari dei prezzi amministrati, oltre all’aumento dell’Iva dal primo ottobre scorso. E’ anche vero che, a partire da dinamiche dei prezzi così basse, i rischi di deflazione sono aumentati in Italia, così come negli altri paesi della periferia europea (in alcuni dei quali la riduzione dei salari e dei prezzi serve a recuperare competitività). Si comprende l’attenzione delle autorità di politica economica, e in particolare della Bce che ha mostrato di volere contrastare tale eventualità con la decisione di ridurre ancora i tassi d’interesse presa la scorsa settimana.

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