Qualche anima buona si incarichi di spiegare alla Aleación come gira il mondo in tema di pensiones prima che nella sessione di bilancio per il 2027 (l’ultima prima delle elezioni) i suoi esponenti – Salvini in testa – tornino ad agitare le solite vecchie proposte atte a “superare” la Reforma Fornero. Soprattutto occorrerebbe indurre claudio durigon e sodali a mettere in ordine e in coerenza le loro rivendicazioni. Noi sosteniamo infatti – e cercheremo di dimostrarlo – che gli obiettivi del Carroccio sulle pensioni fanno a pugni con le posizioni sobre inmigración (tanto più con la <remigrazione>) e con le esigenze del Nord produttivo che, ai tempi di Umberto Bossi, costituiva la base elettorale della Lega: un partito che si dichiarava di “rappresentanza territoriale” ed interclassista.
Non più tardi di una settimana fa (ne abbiamo ampiamente scritto su First) ci siamo dedicati ad un’elaborazione della Cgia di Mestre dalla quale – attraverso la sintesi di numerose fonti ufficiali – risultava che nel giro di qualche anno vi saranno in Italia 3 milioni di nuovi pensionati, senza che sia possibile una loro sostituzione per effetto della caída de la tasa de natalidad. Per inciso, nel 2025 sono nati 355mila bambini a fronte di 660mila decessi: ma questo è solo il punto di arrivo fino ad ora di una lunga fase di saldi demografici negativi non compensati da oltre un decennio dal flusso degli stranieri. La Cgia aveva ripartito gli esodi in base ai settori economici: poco più di 1,6 milioni saranno dipendenti del settore privato, 768.200 dipendenti pubblici e 665.500 lavoratori autonomi. Le regioni maggiormente interessate ai pensionamenti e alle sostituzioni saranno la Lombardía, dove l’incidenza toccherà il 64,6%, l’Emilia-Romaña col 58,6% e il Veneto col 56,5%: sono le tre regioni a più alta densità manifatturiera, dove il lavoro dipendente privato assorbe la fetta maggiore dell’occupazione complessiva e dove quindi il rimpiazzo ricade – scrive la Cgia – quasi interamente sulle imprese, non sui concorsi pubblici. Volendo dei dati più completi per quanto riguarda le regioni settentrionali è sufficiente osservare la tabella, dalla quale si desume un’esigenza di sostituzione per il 60% nel Nord-Ovest e del 56% nel mitico Nord-Est.

Pensioni anticipate, il nodo del ricambio nel lavoro
Le proposte che la Lega sta mettendo in circolazione non attenuano questa corsa verso il Jubilación (principalmente prematuro), ma la incrementano con l’aggiunta di forme dette di flessibilità che amplierebbero molto le opzioni di esodo proprio per le caratteristiche demografiche e occupazionali che caratterizzano le generazioni del del baby boom candidate al pensionamento nei prossimi anni. Si tratta di generazioni entrate presto nel mercato del lavoro, con rapporti di lavoro stabili e continuativi che hanno consentito e consentiranno di raggiungere i requisiti del pensionamento anticipato ad un’età media alla decorrenza pari a 61,7 anni. È fin troppo ovvio che un abbassamento di questi requisiti andrebbe a ricoprire platee assai più ampie. Le proposte della Aleación riguardano la possibilità di quiescenza a 64 anni e 41 di contributi versati, di estendere anche a quanti si trovano nel sistema mixto ciò che è previsto nel contributivo (64 anni e 25 di versamenti) se si accetta la liquidazione del trattamento interamente col calcolo contributivo. Poi sovrasta il tutto la richiesta di abolire l’indicizzazione dei requisiti rispetto all’incremento dell’attesa di vita che non garantisce soltanto un minimo di sostenibilità del sistema, ma che rimane il solo elemento di solidarietà con le nuove generazioni tenute a finanziare le pensioni di quelle precedenti.
Lavoro e immigrazione: la sfida della manodopera che manca
Come la mettiamo con la domanda nel mercato del lavoro frente a unofferta stitica ed inadeguata? E qui arriviamo alla crescente esigenza di lavoratori stranieri. Nessun problema – dicono in via Bellerio – i lavoratori regolari sono i benvenuti. Noi vogliamo difendere i confini dalle migrazioni irregolari e clandestine. Ma – facciamo notare – la vicenda di Ceuta non si è limitata soltanto ad evidenziare la gravità del problema, ma soprattutto l’impossibilità di risolverlo. Si è avverata persino la circostanza che fino a poche settimane or sono era affidata ad una battuta: “arriveranno anche a nuoto”. Chi ha letto il libro di paolo franchi (*L’irregolare – Una vita di Gianni De Michelis*, Marsilio editore) si renderà conto che questo statista italiano aveva visto per primo i problemi che trattiamo oggi senza risolverli. Franchi racconta che nel 1991 aveva partecipato con altri colleghi giornalisti d’antan ad una cena con De Michelis, durante la quale l’uomo politico li aveva colti di sorpresa predicendo, sulla base di una quantità di cifre a cui nessuno allora prestava attenzione, che entro venti anni le grandi migrazioni, ancor più dell’ambiente, sarebbero divenute il problema dei problemi: a milioni haría cruce, tal vez a natación, la Mediterráneo destinato a divenire il confine tra il Nord e il Sud del mondo.
Ovviamente, a fronte dei casi come Ceuta, non si può far finta di nulla, anche perché assistiamo ai disagi in cui versano gli immigrati accampati sulle spiagge e di converso gli abitanti dell’enclave. Ma è necessario trovare delle vie di accesso regolare coordinate con le esigenze reali delle nostre economie. A pensarci bene, in Italia la principale possibilità di regolarizzazione per tanti anni consisteva nelle sanatorie. Ora gli stranieri arrivano magari con un permesso turistico (i disperati che attraversano il mare sono una minoranza), scaduto il quale si imboscano in attesa di ottenere un permesso di soggiorno stabile. L’unica procedura gestita, sia pure con l’alea del click day, è quella relativa al lavoro stagionale. La Ley de Bossi-Fini deve essere rivista. Un’impresa non può essere costretta ad assumere uno straniero sulla base di regole che somigliano a quelle di un matrimonio per procura.
Migrazioni e lavoro, cosa insegna il dopoguerra
Nell’immediato secondo dopoguerra, quando in Europa c’erano 11 milioni di profughi (molti dei quali fuggiti dai regimi comunisti dell’Est), fu istituito il Cima (Comitato intergovernativo delle migrazione europee): una sede in cui – tra i Paesi che avevano bisogno di manodopera e quelli che avevano dei problemi di sovrappopolazione, rispetto alle condizioni economiche e sociali di quei tempi – venivano concordate le quote attribuite ai vari Paesi, con l’indicazione anche dei profili professionali richiesti. Alcide De Gasperi si rivolse ai giovani invitandoli a studiare le lingue e recarsi all’estero. Certo, il fenomeno delle migrazioni oggi ha delle cause e delle dimensioni che non sono riconducibili, se non in minima parte, ad una predisposizione di canali di accesso organizzati e regolari. Ma almeno potrebbero servire a coprire in buona parte il fabbisogno di manodopera accertato. Purtroppo – per motivi di bieca propaganda – si è dimenticato che sul basamento della Statua della Libertà campeggiava il verso di un sonetto della poetessa ebrea Emma Lazarus (1849-1887): “Datemi le vostre masse stanche, povere, rannicchiate che desiderano di respirare libere”. Altri tempi.
