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Rossi (Banca d’Italia) e Giunta: “Che cosa sa fare l’Italia”

CHE FARE, DUNQUE

Per far recuperare all’economia italiana le posizioni perdute, bisogna innanzitutto mettere le nostre imprese nelle condizioni di aumentare la loro dimensione media. Che non significa che tutte debbano farlo, chiariamo subito. Alcune di loro, quelle che ne hanno la concreta possibilità di mercato, devono poter crescere molto, saltando nella categoria dimensionale superiore: grande, se stanno nella media; media, se stanno nella piccola. Questo al momento non avviene, o avviene in misura insufficiente.

Ma perché la dimensione media delle imprese italiane è asfittica e statica? Sono fenomeni connaturati col paese, con la sua società, con la sua storia? Forse no, visto che sono relativamente recenti: fino a tutti gli anni Sessanta l’Italia vantava numerose grandi imprese, che sono poi morte o si sono rimpicciolite. Forse, invece, dipende da fattori che stanno intorno alle imprese, questi sì parte integrante della storia nazionale: l’ordinamento giuridico e le condizioni che ne discendono (legalità, concorrenza, efficienza della pubblica amministrazione); il sistema d’istruzione. E forse dipende anche dalla struttura finanziaria del paese, con la forte dominanza delle banche.

Sono conferme di situazioni già osservate e dibattute in passato, anche se noi le scioriniamo tutte insieme in modo che formino un quadro organico. Ma la novità relativa è che, nella lunga recessione nel frattempo intervenuta, un pezzo della nostra economia ha incredibilmente retto sotto il fuoco incrociato e talvolta amico, internalizzando le diseconomie di un paese senza: senza fattori abilitanti di sistema. È la nostra eccellenza, ma un’eccellenza parziale e confinata, che non fa “standard”. Le imprese vincenti sono diventate tali nonostante il paese, le perdenti a causa di esso.

La novità è relativa perché parliamo di fenomeni già emersi prima della crisi, proprio per l’agire selettivo dai “fattori abilitanti”. Ma la lunga recessione li ha fatti esplodere, per l’operare di una classica selezione darwiniana: le imprese meno produttive sono uscite dal mercato, sono sopravvissuti i migliori.Veniamo allora al ruolo delle politiche pubbliche. È un ruolo davvero importante, val la pena di ripeterlo. Un’importanza che va al di là della superficiale convinzione che pure c’è nell’opinione pubblica. Il fatto è che a impedire alle imprese, o almeno a quelle che già potrebbero, di fare un salto dimensionale, quindi di diventare meno familiste, più produttive, più innovative, sono fattori in larga parte sotto il controllo delle autorità pubbliche. Fattori abilitanti di sistema, ma anche incentivi/disincentivi che influiscono sul comportamento dei singoli imprenditori.

In altri termini ci vuole quella che J.F. Kennedy in un suo discorso di oltre mezzo secolo fa definì “l’onda che solleva tutte le barche”: trasposto nell’Italia di oggi, una politica organica che migliori il clima generale entro cui gli imprenditori e le imprese vivono. La prima e più importante riforma riguarda l’ordinamento giuridico. Essa non concerne solo le norme che regolano il funzionamento della macchina giudiziaria o anche tutta la pubblica amministrazione, ma proprio l’intero impianto giuridico. Che va reso più coerente con il funzionamento di un’economia moderna, delle imprese, dell’efficienza.

È una riforma che non costa nulla alla finanza pubblica, anzi probabilmente consente sostanziosi risparmi di spesa pubblica. Eppure è una riforma difficilissima in questa fase storica di riflusso oscurantista anti-mercato e anti-efficienza. Vi si oppongono non solo la maggioranza degli addetti ai lavori – avvocati, magistrati, operatori del diritto di ogni specie – ma vasti strati di popolazione, ciascuno badando alla protezione che a volte un tale ordinamento gli offre, ma senza affatto tenere in considerazione i costi che esso impone a tutti. Una riforma possibile solo dall’interno della professione giuridica, a opera di persone illuminate, che certo non mancano.

Qualche calcinaccio del vecchio intonaco è caduto in questi ultimi anni, con le faticose e pur incomplete riforme della giustizia e della pubblica amministrazione; questo dà speranza per il futuro. Ne discenderebbe ogni progresso possibile sui fronti della legalità,
della concorrenza fra i produttori e i distributori privati sul mercato, della efficienza delle amministrazioni pubbliche. Il sistema che produce le norme e la loro applicazione è l’istituzione-chiave di un paese moderno e avanzato. Ma viene costruito nel corso di secoli, sicché farlo evolvere in accordo coi tempi è difficile, il peso delle decisioni collettive del passato è gravoso, vi si frappongono inerzie culturali e ideologiche, resistenze psicologiche, la difesa di interessi soggettivi.

Si tende a restare sul sentiero conosciuto (path-dependence), almeno finché l’occorrere, o il timore, di una catastrofe non faccia coagulare le energie della società e le convogli verso la scoperta di un sentiero nuovo. La seconda riforma che invochiamo riguarda il sistema di istruzione. L’Italia si caratterizza per un livello d’investimento pubblico in istruzione tra i più bassi tra i paesi Ocse. Anche da tale sottoinvestimento dipendono i macrofenomeni che vengono normalmente discussi quando si parla dell’università italiana: il basso numero di laureati e l’alto tasso di abbandono. Questi determinano una parziale inadeguatezza dell’offerta di lavoro, in termini di capitale umano idoneo per un’economia moderna e avanzata.

D’altro canto, le imprese che dovrebbero domandarlo non sono, in realtà, quasi mai attrezzate a riconoscerne i diversi gradi di qualità, a richiederlo, ad assegnargli il giusto compenso. Occorre dunque investire in istruzione, adottando una visione lunga, ma occorre anche intervenire su quelle caratteristiche di impresa che ostacolano lo sviluppo di una domanda di personale più istruito. E qui veniamo a quell’insieme di politiche che un tempo si sarebbero dette “industriali”, larga parte delle quali di carattere orizzontale. Sono politiche quasi tutte costose per l’erario, quindi esigono uno spostamento di risorse pubbliche da altri usi meno produttivi, il che non è politicamente banale.

Sono misure volte a favorire la Ricerca & Sviluppo nelle imprese, ad attenuare i costi di transazione internazionale, a incentivare gli investimenti privati e l’attrazione di investimenti esteri, ad agevolare l’apertura al controllo esterno delle imprese familiari, a favorire lo spostamento del lavoro, ma soprattutto del capitale, verso impieghi più efficienti; di quest’ultimo capitolo fanno parte misure per migliorare la governance nelle banche e per favorire la presenza nella struttura finanziaria di intermediari diversi dalle banche, più adatti a far crescere le imprese.

Alcune di queste misure sono state già parzialmente prese, si tratta innanzitutto di sospingerne l’attuazione. Gli errori, quando non i fallimenti, di attuazione svuotano di efficacia anche il migliore degli interventi pubblici. Perché essi abbiano un impatto adeguato sul sistema economico occorre ciò che da tempo si sa e si auspica e, purtroppo, non si pratica: obiettivi ben definiti (soggetti dunque alla possibilità di valutazione ex post della propria efficacia); un assetto istituzionale che garantisca un congruo stanziamento di risorse; un orizzonte temporale di medio periodo; regole semplici e certe per le imprese; pochi e stabili interlocutori istituzionali.  

Poi bisogna proseguire lungo la direzione intrapresa. L’effetto congiunto di politiche nazionali ed europee (i fondi strutturali europei di Horizon 2020, il programma Cosme di sostegno alle piccole e medie imprese, il Fondo europeo per gli investimenti strategici, il Piano Junker) può davvero contribuire ad alzare lo standard produttivo della nostra economia. Naturalmente, per ottenere risultati concreti occorre una maggioranza politica stabile, un governo nella pienezza dei suoi poteri, un programma di governo chiaro e organico. Il referendum popolare del 4 dicembre 2016, che ha rigettato la riforma costituzionale a suo tempo approvata dal Parlamento, ha reso
ancora più problematico raggiungere pienamente quelle condizioni, almeno per quanto ci è dato capire in questo scorcio del 2016.

In futuro, qualunque cosa succeda, si confermerà la centralità dell’evoluzione tecnologica. Ne è esempio l’annunciata quarta rivoluzione industriale, detta Industria 4.0. Anche in Italia una strada è stata tracciata: nell’autunno del 2016 è stato presentato dal governo un piano nazionale per la digitalizzazione del sistema produttivo italiano attraverso interventi infrastrutturali e incentivi agli investimenti, proprio per non mancare l’occasione della quarta rivoluzione industriale avendo perso, nella seconda metà degli anni Novanta, le opportunità della terza, quella delle tecnologie della informazione e della comunicazione.

Ciascuna nazione ha un volto preciso nell’immaginario collettivo del mondo. Un volto modellato nei secoli, a volte deformato dagli stereotipi, ma fondamentalmente corrispondente a ciò che quella nazione ha saputo fare fino a quel momento. Il volto dell’Italia è bello, sorridente, ma un po’ fané, un po’ flaccido. È sempre stato così nei secoli, almeno dal Rinascimento. Non è l’età a renderlo poco tonico, non c’entra l’invecchiamento demografico che è fenomeno al massimo dell’ultimo mezzo secolo. È il buon vivere, almeno quello che ci viene attribuito. Il clima dolce, la buona cucina, l’abitudine alla bellezza. Non sono qualità che aiutano un volto a mantenersi fresco e volitivo, ma lo rendono certo seduttivo.

Anche le cose che l’Italia sa fare o sa vendere sono così, nella convinzione profonda del mondo che le compra: belle, affascinanti, poetiche, non sempre affidabili, a volte un po’ fané. Auto, moda, cibo, film (negli anni Sessanta), luoghi. Se un emiro mediorientale vuole un’auto di lusso confortevole e affidabile compra una macchina tedesca, se vuole togliersi uno sfizio compra una Ferrari. Se un’infermiera slovacca vuole migliorare il suo tenore di vita compra un elettrodomestico tedesco, se sogna un momento di spensieratezza pensa a una vacanza in Italia.

Come si confronta questo riflesso condizionato di psicologia collettiva con la realtà dei fatti? I soggetti privati italiani che producono e vendono sul mercato beni e servizi, cioè le imprese, da quelle micro fatte di una persona sola a quelle macro con centinaia di migliaia di dipendenti, che cosa sanno fare? Soddisfano i desideri degli acquirenti, innanzitutto dei loro connazionali, poi dei clienti di tutto il mondo? A questi interrogativi ha cercato di rispondere questo libro, con analisi, fatti, dati. Metodi da economisti, quindi, i più rigorosi
possibili, ma usati alla fine per rispondere a una domanda che trascende l’economia: perché il nostro paese si è come ripiegato su se stesso da un quarto di secolo e che prospettive ci sono di rimetterlo in carreggiata?

La risposta che abbiamo dato è che l’Italia sa ancora “inventare cose nuove che piacciano […] e che si vendano fuori dei confini”, per dirla con Cipolla, ma questa capacità si è ristretta a un pugno di imprese di avanguardia. Si è aperto un “grande golfo” fra imprese vincenti e perdenti. Manca uno standard diffuso di buona qualità, innovatività, appetibilità dei beni e dei servizi prodotti, come quello che viene attribuito, ad esempio, alla Germania. Per crearlo, o ricrearlo, bisogna che un numero non piccolo di imprese venga messo nelle migliori condizioni ambientali possibili per crescere e trasformarsi. Questa è l’agenda necessitata di qualunque governo si ponga il problema di scongiurare il declino storico della nazione.

Far nascere nuovi imprenditori, convincere quelli che ci sono a far crescere le loro imprese, separandole dai destini della famiglia, premiare il coraggio e l’inventiva, disincentivare le rendite di posizione, questo è l’impegno prioritario della politica economica oggi nel nostro paese. Sgonfiare l’ipertrofia fiscale e normativa, raddrizzare i labirinti procedurali di cui è disseminato il cammino di chi intraprende, ci farebbe scalare tante posizioni nelle classifiche internazionali del “fare impresa”; avvierebbe un circuito di attese favorevoli che poi si autorealizzano; libererebbe le energie di cui il nostro paese resta ricco.

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