comparatilhe

FIRSTonline Banner

A antiga fábrica da Ilva aguarda a análise do Supremo Tribunal Federal sobre seu recurso contra o fechamento do alto-forno. As demissões coletivas em setores relacionados foram suspensas por ora.

Questo è il passaggio cruciale che ha contraddistinto tutta la vertenza: nessun giudice è stato in grado di dimostrare che l’ex Ilva non fosse in linea con i parametri che, a livello europeo, erano disposti per la produzione dell’acciaio. L’ex Ilva era ‘’colpevole di innocenza’’ perché non violava le normative attinenti ai limiti previsti per le sostanze inquinanti

A antiga fábrica da Ilva aguarda a análise do Supremo Tribunal Federal sobre seu recurso contra o fechamento do alto-forno. As demissões coletivas em setores relacionados foram suspensas por ora.

Nei giorni scorsi, la riunione del Tavolo permanente sull’ex Ilva si è chiuso praticamente con un adiamento. Mentre era in corso la riunione presieduta dal sottosegretario Alfredo Mantovano è arrivata la notizia che la Tribunal de Cassação faria esaminato il 20 ottobre il ricorso straordinario contro l’ordinanza della Corte di Appello di Milano che aveva confermato la chiusura dall’altoforno entro il 28 ottobre.

Il governo quindi ha proposto alle sindicatos di vedersi dopo quell’udienza per avere un quadro più definito su cui decidere. Pertanto sono slittati tutti gli impegni che erano stati programmati nel pomeriggio quando il consiglio dei ministri avrebbe dovuto adottare i provvedimenti straordinari per la difesa del reddito e dell’occupazione e indicare le linee generali per la vendita e la reindustrializzazione. Nel frattempo il governo ha effettuato un’azione di persuasão moral verso le imprese dell’indotto affinchè restassero ancora sospese le procedure dei licenziamenti collettivi. Il governo comunque ha dichiarato di avere già pronto il decreto riguardante le misure di tutela straordinaria di cui ci hanno informato le anticipazioni di stampa e che è illustrato in via di linee generali a Palazzo Chigi.

Il piano d’azione del governo sarebbe composto da tre grandi capitoli, che riguardano la prospettiva delle gare in corso, le misure di carattere sociale per affrontare le repercussões no emprego dell’eventuale sospensione dell’area a caldo (si è parlato di una cig in deroga per gli occupati diretti e indiretti) e i progetti di reindustrialização, con le possibilità di riassorbimento della manodopera dell’ex Ilva e dell’indotto eventualmente in esubero.

Vista la situazione dello stabilimento queste indicazioni vanno interpretate così: vi sarà il più grande piano di carattere assistenziale della storia industriale recente e nel contempo tutti faranno finta di andare a caccia delle farfalle dell’acciaio green sotto l’Arco di Tito. Una prospettiva produttiva compatibile con la guerra aperta dalla magistratura e le richieste di quella parte di opinione pubblica che ha preteso, subornando le istituzioni locali, la chiusura degli altoforni, richiederebbe tempi lunghi, ingenti risorse pubbliche e disponibilità imprenditoriali molto vaghe e comunque concentrate (si veda la cordata Federacciai) sull’area a freddo.

E as sindicatos? Raccolgono ciò che (non) hanno seminato, evitando per anni di chiamare per nome i loro veri avversari e di confutare la narrazione dominante della difesa della salute, perché – sia pure nel contesto del declino delle gestioni commissariali – nessun giudice è stato in grado di dimostrare che l’ex Ilva non fosse in linea con i parametri che, a livello europeo, erano disposti per la produzione dell’acciaio. Questo è il passaggio cruciale che ha contraddistinto tutta la vertenza.

Come per l’industria automobilistica, le prescrizioni di carattere ambientale vengono stabilite per fasi, in modo da rendere compatibili la produzione e il risanamento. Da decenni le tecnologie di produzione industriale nella UE sono stabilite sulla base degli obiettivi di protezione della salute identificati a livello europeo d’accordo con l’OMS. Ma, nello stabilire questi parametri, gli obiettivi di risanamento ambientale devono essere compatibili con altre esigenze riguardanti i diversi settori produttivi, come i problemi di ammortamento degli impianti, delle risorse da investire, di coordinamento tra i diversi Paesi.

Acima de tudo, eu sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi ai quali attenersi per essere in regola. Ma il cambiamento procede per gradi sulla base di regole uniformi che diventano di volta in volta non l’indicatore di una sicurezza assoluta, ma uno standard sostenibile e progressivo a cui attenersi in un quadro di certezza del diritto. Quando l’ideologia fa saltare questo equilibrio succedono i guai. Si pensi alla decisione assunta in sede europea di superare la fase del motore a scoppio nel 2035, quando in Europa nessuna azienda era attiva nel settore: una decisione che ha favorito l’industria cinese e messo in crisi il settore in Europa.

Nel caso dell’ex Ilva la magistratura non volle mai limitarsi ad accertare se lo stabilimento avesse rispettato le norme vigenti e ottenuto le autorizzazioni previste dagli organi preposti alla vigilanza. Anzi, nell’ordinanza della Corte d’Appello di Milano che nel luglio scorso che imposto lo stop delle attività produttive dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre p.v. I ricorrenti – l’associazione Genitori tarantini’’ avevano chiesto di disapplicare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) ritenendola non sicura per la salute. La Corte aveva accolto l’azione inibitoria e ordinato a Ilva e Acciaierie d’Italia di sospendere l’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto entro 90 giorni.

La chiusura era stata disposta per due ragioni principali: la presenza, non differita, di oltre 2.000 tonnellate di amianto senza prescrizioni di rimozione nell’AIA 2025 e il persistere del rischio sanitario da polveri sottili. La Corte era venuta allo scoperto: l’ex Ilva era ‘’colpevole di innocenza’’ perché non violava le normative attinenti ai limiti previsti per le sostanze inquinanti, ma la conformità normativa non significa necessariamente assenza di rischio sanitario: non era sufficiente, secondo la Corte, limitarsi a stabilire se le emissioni rispettino valori fissati dalla normativa, ma occorre garantire che l’impatto di quelle emissioni non produca rischi aggiuntivi sulla popolazione esposta, considerando esposizioni multiple, condizioni pregresse, vulnerabilità socio-ambientali e quadro epidemiologico del territorio.

Come se l’Arpa, l’autorità competente, non considerasse questi aspetti nelle sue autorizzazioni. L’azienda ha presentato ricorso che è stato rigettato il 9 settembre con un’ordinanza (n.496/2026) che costituisce – ad avviso di chi scrive – un caso di quelli che il penalista Filippo Sgubbi‘ nel saggio ’Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi’’ edito da Il Mulino, definiva la ‘’distorsione istituzionale’’ del diritto: ‘’la decisione giurisprudenziale diventa – secondo l’autore – una decisione non soltanto di natura legislativa, quale regola di comportamento, ma anche di governo economico-sociale imperniato sull’opportunità contingente’’.

Ma la critica (‘’le norme penali così assumono un ruolo inedito. Sono fattori non di punizione, ma di governo’’) non si fermava qui. ‘’Il sequestro di aree, di immobili, di un’azienda o di un suo ramo, il sequestro di un impianto industriale e simili incide direttamente sui diritti dei terzi. Con tali provvedimenti cautelari reali – proseguiva Sgubbi – la magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari’’. Basta leggere il decreto n.426 con cui la Corte ha respinto il ricorso per riconoscersi nelle denunce di Sgubba.

La Corte ha ritenuto insufficienti le argomentazioni sugli impianti

Mettere in discussione l’ordine di spegnimento significava contestare il merito della decisione già resa. Inoltre, la presunta irreversibilità non era stata provata con elementi concreti, né erano stati forniti i costi comparativi tra l’adeguamento e il rifacimento degli altiforni. Quanto all’occupazione, la Corte ha osservato che la fermata dell’area a caldo non era un evento imprevedibile, dato che il giudizio dei cittadini durava dal 2021. In ogni caso, le maestranze avrebbero potuto essere impiegate nelle necessarie opere di manutenzione, adeguamento e sostituzione degli impianti.

Sulle risorse pubbliche e sulla decarbonizzazione, la Corte ha precisato che i finanziamenti pubblici citati erano già stati spesi per la gestione passata, mentre la decarbonizzazione presupponeva proprio il superamento dell’attuale sistema produttivo, giudicato insostenibile. Da ultimo, la Corte ha richiamato il bilanciamento degli interessi. In conformità all’art. 41, comma 2, della Costituzione e alla giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Cassazione, la tutela della salute e dell’ambiente è prevalente rispetto all’esercizio dell’iniziativa economica e alla continuità d’impresa.

esta balanceamento è discutibile e non corrisponde a quanto stabilito dalla Consulta nella sentenza n.58/2018 in cui era chiaramente espressa la necessità di un bilanciamento tra diritti ugualmente fondamentali: ‘’il bilanciamento deve essere condotto senza consentire “l’illimitata espansione di uno dei diritti, que diverrebbe ‘tiranno’ nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette, che costituiscono, nel loro insieme, espressione della dignità della persona” (sent. n. 85 del 2013). Il bilanciamento deve, perciò, rispondere a criteri di proporzionalità e di ragionevolezza, in modo tale da non consentire né la prevalenza assoluta di uno dei valori coinvolti, né il sacrificio totale di alcuno di loro, in modo che sia sempre garantita una tutela unitaria, sistemica e non frammentata di tutti gli interessi costituzionali implicati’’.

I provvedimenti della magistratura si rispettano, una volta che siano definitivi. Ma non è preclusa la critica. Le organizzazioni sindacali hanno avuto la coda di paglia del ‘’politicamente corretto’’ e non hanno mai osato contestare pubblicamente la guerra aperta che le varie Corti, da Taranto a Milano, hanno effettuato contro l’ex Ilva. Allo stesso modo non hanno mai portato argomenti che smentissero le narrazioni terroristiche propinate dalle associazioni ambientaliste radicali. Oggi sono i lavoratori a pagare pegno.

Comente