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Il Rapporto SACE Export: alcune riflessioni sul rilancio dell’export

 

Si è tenuta mercoledì scorso, a Milano, nella splendida cornice del Palazzo Mezzanotte, la prima presentazione del Rapporto SACE Export 2012-16, il settimo Rapporto sull’argomento. Sulle conclusioni di questo Rapporto FIRST online ha già pubblicato una prima sintesi. Dal dibattito seguito alla presentazione di Alessandro Terzulli, il Chief Economist di SACE, sono scaturite alcune considerazioni e riflessioni che ci sembra importante sottolineare e riportare di seguito. Alle quali aggiungiamo una nostra proposta per migliorare l’accesso al credito per i nostri esportatori.

Quando l’export diventa necessario
La prima, e più evidente, considerazione contenuta nel Rapporto è già contenuta nel suo titolo: “Quando l’export diventa necessario”. Non è una cosa nuova, e l’andiamo ripetendo da quando è nato il nostro quotidiano: l’export è l’unico motore che ci può trainare fuori dalla crisi. Ma il Rapporto (che si può leggere sul sito SACE a questo link) sostiene questa argomentazione con continue prove logiche e statistiche. Per tutte, vogliamo ricordare quella contenuta nella premessa scritta da Raoul Ascari, il Chief Operating Officer della nostra Export Credit Agency (ECA), che serve anche a puntualizzare la mission di SACE:
“L’evidenza empirica dimostra ormai inequivocabilmente che le aziende che si internazionalizzano sono più forti e solide ed offrono le migliori opportunità di impiego (Tab.1, riportata nella foto sopra): maggiori salari; prospettive di crescita professionale; migliori standard di lavoro. Ciò non dovrebbe costituire una sorpresa: quello che migliora l’azienda, che la spinge ad innovare continuamente prodotti e processi, è la necessità di competere su scala più vasta possibile. Per questa ragione le nostre società migliori, i nostri National Champions, sono quelle che impongono i loro marchi nel mondo. Difficilmente un tessuto di aziende competitive si sviluppa in un Paese che non è competitivo. Anche di questo abbiamo una evidenza inconfutabile: il rischio Paese si traduce in uno svantaggio non solo per lo Stato, che si deve finanziare sui mercati internazionali a costi elevati, ma anche per tutti i soggetti privati il cui rischio è assimilato a quello del Paese in cui operano. La finanza, prudente e sostenibile, è una leva della crescita. Per questo l’obiettivo di SACE è stato nel 2012, e lo sarà ancora di più nel 2013, quello di assistere le imprese che si internazionalizzano non solo nella gestione dei rischi, attraverso i tradizionali prodotti assicurativi, ma anche e soprattutto nell’accedere ai finanziamenti per le loro attività, operando in collaborazione con tutti i soggetti, privati e pubblici, nazionali ed internazionali.”
E’ quindi evidente la necessità, per un paese come il nostro, di usare la leva dell’export per superare il momento più difficile della nostra economia. Ma dobbiamo chiederci anche: quale export, e per quali imprese? E solo export, o anche altre forme di internazionalizzazione attiva?

Esportare o produrre altrove?
L’eterno dilemma “make or buy” è stato risolto nella moderna economia d’impresa, nella quale, come ha detto il prof. Giacomo Vaciago, la specializzazione verticale ha sostituito la produzione verticale, raggruppata in uno o pochi stabilimenti in un solo paese. Infatti, la maggior parte del commercio internazionale riguarda componenti o semilavorati (oltre che task e servizi per la produzione) piuttosto che prodotti finiti.
Quindi l’interrogativo attuale è: produrre nel nostro paese ed esportare oppure produrre altrove e vendere sui mercati locali e vicini? O, in altri termini,  investire all’estero in reti commerciali oppure in siti produttivi? Ma, anche in questo caso, non basta dire esportare, né basta dire investire all’estero.
Come ha sottolineato la dottoressa Alessandra Lanza, responsabile ricerca e analisi economica di Prometeia (che tornerà su questi temi con un suo articolo nei prossimi giorni), l’esperienza e la forza dell’export tedesco risiede nella loro capacità di  esportare un pacchetto completo, che abbraccia tutto l’ambito dei prodotti / servizi di un settore dal momento dell’ingresso su un mercato fino al post-vendita; mentre il punto debole del nostro export sta nelle limitate dimensioni delle Pmi italiane, e soprattutto nella mancanza di una strategia di filiera. E’ proprio su queste carenze quindi che bisogna intervenire, favorendo l’aggregazione delle Pmi, i consorzi per l’internazionalizzazione, le strategie di filiera che mirino alle combinazioni prodotti/mercati con le maggiori possibilità di espansione (ben descritte e dettagliate nel Rapporto  di SACE).
Anche per quanto riguarda gli IDE, investire va bene, ma non (o non solo) delocalizzare.  L’esperienza degli ultimi anni ha insegnato che chi ha investito all’estero solo per cercare convenienze e risparmi di costi sui vari fattori produttivi  (principalmente il lavoro) non ha avuto successo, particolarmente dopo la crisi e in settori, come quelli del Made in Italy, dove la competizione non è più sul prezzo, ma sulla qualità e sul design.  Il Rapporto sottolinea che in tutti i paesi avanzati sono in atto fenomeni di backshoring e nearshoring, cioè di imprese che hanno fatto marcia indietro: dopo aver constatato il fallimento di una delocalizzazione basata solo sul risparmio sul costo della manodopera, sono tornati a produrre in patria o in paesi vicini e fortemente integrati in aree di libero scambio (tipico il caso Stati Uniti / Messico).
Bisogna quindi mirare alle strategie di integrazione verticale e internazionale (come hanno fatto le nostre imprese più competitive), oppure a insediamenti produttivi a presidio di mercati strategici, che non possono essere coperti dalle semplici esportazioni dall’Italia, e possono essere una piattaforma per l’espansione commerciale su mercati vicini. L’immagine che caratterizza oggi l’internazionalizzazione è quella di un imprenditore che sempre più deve orientarsi a rimanere vicino al proprio mercato di sbocco.
Infine, non bisogna sottovalutare i mercati che avranno un potenziale sviluppo maggiore nei prossimi anni: non solo BRIC, dunque, ma anche i  mercati maturi e i cosiddetti “next generation markets”. L’ufficio studi di SACE infatti indica tra i mercati chiave per l’export italiano non solo economie emergenti come Cina (verso cui si prevede una crescita media annua dell’export italiano pari al 12,3% nel quadriennio 2013-16), Brasile (+11,3%), Romania (+10,6%), Turchia (+10,2%), Russia (+9,4%) e Polonia (+8,4%) ma anche economie mature come Svizzera (+11,5%), Stati Uniti (+11,2%), Francia (+7%) e Germania (+6,6%). Sono questi i paesi che genereranno maggior valore per il nostro export nei prossimi anni. Invece, in una logica di medio-lungo termine il Rapporto segnala un numero significativo di mercati di prossima generazione, localizzati prevalentemente nel Sud-est asiatico, verso i quali il nostro export ha raggiunto livelli ancora non elevati ma si prepara a mettere a segno tassi di crescita sostenuta nei prossimi anni: Indonesia (+10,1%), Filippine (+10,8%), Malesia (+9,6%), Cile (+8,9%), Nigeria (+9,4%), Angola (+10,2%) e Qatar (+9,7%).

Sostenere la parte migliore del nostro export
Sul fatto che non bisogna fermarsi a proteggere le grandi industrie in decozione (a parte la tutela dei lavoratori più deboli), ma soprattutto sostenere la parte migliore del nostro export, hanno concordato tutti i relatori. Con la sua consueta divertente ironia, il prof. Vaciago ha detto di temere, nella prossima legislatura, un governo che salvi ancora l’Alitalia. Bisogna invece puntare su quelle imprese (alcune grandi aziende, ma soprattutto gli alfieri del quarto capitalismo) che sono già competitive sui mercati internazionali e in grado di fare da traino alle Pmi dei rispettivi settori. Il che non vuol dire che si debbano ritardare i processi di aggregazione e sviluppo di cui si parlava prima, ma semplicemente prendere atto che essi produrranno effetti solo nel medio periodo, mentre la crisi c’è adesso, e non ci aspetta.

Più formazione per la crescita di una cultura internazionale d’impresa
Un problema di fondamentale rilevanza è quello della creazione di una cultura internazionale d’impresa, problema che si pone sotto diverse prospettive. Da un lato, i piccoli imprenditori faticano a capire che non bastano le loro capacità (intuizione delle possibilità di crescita di un mercato, flessibilità, capacità di innovazione) ma ci vogliono caratteristiche particolari nei manager che vanno all’estero e magari vi devono risiedere (conoscenza delle lingue, capacità di adattamento a situazioni logistiche e culturali diverse, conoscenza dei fondamenti del marketing e della finanza internazionale, oltre che del settore produttivo in cui si opera); bisogna insomma investire nella formazione e nella crescita di giovani manager in grado di rispondere a questi requisiti, e soprattutto crederci. Dall’altro, i giovani devono essere pronti a una piena disponibilità verso tutte le occasioni di crescita nella professionalità e di esperienza di lavoro in ambito internazionale. Poter lavorare all’estero, anche in posizioni non di primissimo piano, ma accompagnati da figure professionali di provata conoscenza tecnica ed esperienza dei mercati internazionali, comporta per un giovane l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze e formazione che è insostituibile nella sua evoluzione futura sul mercato del lavoro. Dal punto di vista del legislatore, in un paese da tempo alle prese con una decrescita e con una disoccupazione giovanile a livelli elevatissimi, quale miglior misura di crescita, per l’economia e l’occupazione, ci può essere rispetto al sostegno ai percorsi di formazione e inserimento di giovani laureati in imprese con elevata vocazione all’export e all’internazionalizzazione?

Trovare gli strumenti per superare il credit crunch
Marco Valli, Chief Eurozone Economist di UniCredit, ha aggiunto alcune importanti considerazioni sul credit crunch di questi anni. A suo parere le banche italiane, anche grazie agli interventi della BCE, hanno in gran parte risolto i problemi di funding; tuttavia sono frenate dal dare credito a causa di un outlook  negativo sull’economia reale. In altri termini, hanno soldi da prestare, ma il rischio di credito di famiglie e imprese italiane viene ancora percepito come troppo elevato. E’ proprio questo il problema di fondo: occorre trovare gli strumenti per superare la stretta creditizia, in particolare per gli esportatori, e rilanciare l’economia.
Occorre dire che SACE, dal canto suo, negli ultimi anni ha ampliato notevolmente la gamma dei suoi prodotti, includendo le garanzie finanziarie che sono proprio mirate a questo scopo: facilitare l’accesso al credito bancario tramite la garanzia, erogata da SACE a favore della banca, di una quota del 70% del rischio di un’impresa che si internazionalizza (Garanzia finanziaria per l’internazionalizzazione), che investe all’estero (Garanzia finanziaria per gli investimenti) o che deve effettuare un’importante fornitura all’estero (Garanzia finanziaria pre-shipment). Che cosa rimane fuori? Il capitolo più importante: le esportazioni con regolamento a breve termine, cioè tutte quelle forniture che vengono pagate dai clienti esteri a 60, 90, 120 giorni (e talvolta anche di più) dalla spedizione della merce. Perché solo queste? Perché quelle con pagamento anticipato o a vista non hanno bisogno di finanziamento, mentre per quelle con regolamento differito nel medio termine (dai 2 anni in su, stiamo parlando di macchinari, impianti, lavori) ci sono già gli strumenti finanziari e assicurativi per il finanziamento dell’operazione (crediti acquirenti, smobilizzi di crediti fornitore). Di quanto stiamo parlando? Di almeno la metà del totale export italiano (più di 400 miliardi di euro l’anno, in crescita). Se noi dessimo un volano per smuovere almeno in parte questa enorme massa di denaro, garantendo la ripartenza di una serie di finanziamenti che si sono spesso bloccati per i timori delle banche nel concedere crediti rischiosi, allora sì che l’economia potrebbe ricominciare a girare bene!
Ma c’è un problema: la SACE non può concedere finanziamenti né assicurazioni per le esportazioni con regolamento a breve termine: non è una banca, né una assicurazione privata del rischio di credito commerciale, e violerebbe le norme UE e OCSE in materia.

Una proposta per migliorare l’accesso al credito per i nostri esportatori
C’è un modo di superare questa impasse? Facciamo una proposta, che parte dal fatto che SACE, insieme a Simest, fa parte del polo finanziario per l’export che fa capo alla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).
Se si organizzassero delle linee per finanziamenti a medio termine (3 anni), erogati da banche italiane a favore di ditte esportatrici per smobilizzo di crediti fornitore a favore di clienti esteri con pagamento dilazionato da 60 a 180 giorni, SACE potrebbe garantirne una quota rilevante (ad esempio il 70%) senza infrangere norme UE in campo assicurativo. Le linee dovrebbero essere “committed”, cioè con l’impegno delle banche a erogare i fondi a fronte della presentazione di documenti attestanti la fornitura (fattura, documenti di spedizione etc.); ovviamente dovrebbero essere rotative (ossia ricostituirsi una volta effettuati gli incassi di alcune esportazioni); parte della raccolta potrebbe essere effettuata a valere sulla provvista di Cdp, in modo da abbassare il costo finale dei prestiti a favore degli esportatori. Inoltre si potrebbero stabilire delle condizioni aggiuntive sui crediti export e sui beneficiari dei finanziamenti: alcuni requisiti patrimoniali o di rating dell’impresa beneficiaria; una percentuale massima di insoluti o ritardi nel periodo precedente; l’assicurazione sul rischio di credito a favore del fornitore/esportatore con una polizza globale erogata da SACE BT o altre assicurazioni private del settore.
E’ uno strumento da affinare, ma non vediamo svantaggi o norme che ne impediscono l’attuazione. Comporterebbe indubbi vantaggi: per gli esportatori (imprese sane, che lavorano con l’estero e devono finanziare i propri crediti per continuare la produzione) un minor peso dei finanziamenti ricevuti (grazie alla garanzia di SACE) e probabilmente un minor costo (grazie alla provvista di Cdp); per le banche minor rischio (sempre grazie alla garanzia di SACE) e garanzia della provvista; per SACE e Cdp la prosecuzione di quella che sta diventando la loro mission principale, cioè facilitare l’accesso al credito delle imprese.
Restiamo in attesa di una risposta: se tutto ciò è fattibile, in quale tempo e per quali importi.

 

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