X

Il Made in Italy a tavola: quota 50 mld è possibile

Come pubblicato nello studio SACE, le esportazioni italiane di prodotti agroalimentari hanno raggiunto, nel 2013, circa 33 miliardi di euro, con un ampio potenziale ancora da esprimere. Una dinamica, quella del Made in Italy, positiva nonostante la congiuntura internazionale sfavorevole. La crescita media annua, tra il 2010 e il 2013, è stata del 6,4%, in accelerazione rispetto al 4,7% dei tre anni precedenti. La performance dell’Italia è stata particolarmente positiva nei mercati emergenti extra UE (+15,1%), a evidenza dei buoni risultati che è possibile raggiungere nei mercati a maggior potenziale di sviluppo della domanda.

L’Italia detiene una quota di mercato mondiale nell’agroalimentare del 3,1%, in linea con quella spagnola ma inferiore alle quote dei principali competitor (tra il 4,6% della Cina e il 10,3% degli USA). Selezionando i dieci comparti di punta del nostro export agroalimentare (che rappresentano il 57% delle esportazioni agrifood italiane), i risultati sono però molto eterogenei a seconda dei settori, con picchi di eccellenza per pasta (37,5%), olio d’oliva (25%) e vini (19,3%). L’Italia risulta inoltre ben posizionata anche in comparti “minori”, come frutta fresca (soprattutto mele e pere), salumi e insaccati, formaggi e latticini e industria conserviera. Tuttavia, a eccezione del comparto della pasta, dove il nostro Paese è indiscusso leader mondiale, la Germania detiene quote di mercato più alte nei comparti di formaggi e latticini, salumi/insaccati e caffè, USA e Cina nell’industria conserviera e nella frutta fresca, mentre la competizione con la Francia sul vino e con la Spagna sull’olio è storia dell’ultimo decennio. Il momento attuale appare particolarmente propizio per un recupero di competitività del Bel Paese sui mercati internazionali: questo richiede la capacità di orientare lo sforzo verso pochi settori significativi, in grado di coniugare la ricerca della qualità tutta italiana con economie di scala e standard internazionali.

A detta di SACE, entro il 2018 sarebbe possibile incrementare l’attuale export agroalimentare italiano di oltre 7 miliardi di euro. In Europa, in cui vigono regole e normative comuni e armonizzate, sarebbe possibile conseguire un incremento delle esportazioni pari a 4,8 mld, mentre nei mercati oltre Atlantico 1,4 mld. USA, Germania, Regno Unito e Francia potrebbero contribuire da soli per circa 5 mld di export aggiuntivo. Le opportunità, con le dovute proporzioni, riguardano però anche alcuni mercati emergenti i cui consumatori stanno orientando i propri gusti sempre più verso la qualità delle produzioni italiane, tra questi Cina, Hong Kong, Corea del Sud, Brasile, Polonia ed Egitto. Un discorso a parte vale invece per la Russia, destinazione in alcuni casi molto rilevante per il nostro export agroalimentare, che sta subendo gli effetti negativi delle sanzioni sull’economia e del bando all’import di alcuni prodotti del settore. In questo scenario, i comparti a maggior potenziale sono il vino, l’industria conserviera e l’olio d’oliva, che rappresentano oltre il 50% del maggior export potenziale (3,9 mld). E non a caso si tratta di beni che possono ben coniugare la qualità italiana con processi di produzione industriali in grado di far fronte alla crescente domanda internazionale.

Tuttavia, la ricerca delle opportunità nelle destinazioni fin qui evidenziate richiede uno sforzo strategico importante. In mercati maturi come USA, Germania, Regno Unito e Francia, le imprese agroalimentari dovranno porre l’accento sul rafforzamento della competitività, che, oltre alla qualità dei prodotti offerti, passa attraverso la scelta di canali distributivi adeguati, l’adozione di strumenti di marketing e valorizzazione del marchio efficaci, senza dimenticare la capacità di offrire ai propri clienti modalità e dilazioni di pagamento finanziariamente vantaggiose. Nei mercati meno conosciuti, a questo va sommato uno sforzo ulteriore di comprensione delle dinamiche locali sotto molteplici punti di vista. I tratti distintivi dei prodotti alimentari Made in Italy rappresentano, infatti, un importante valore aggiunto, ma anche un limite, se non veicolati in modo funzionale al contesto e alle sue peculiarità. Gran parte delle imprese dei comparti agroalimentari esaminati nello studio SACE sono di dimensioni medio-piccole e difficilmente riescono a gestire in proprio i rischi dell’internazionalizzazione e a ottenere adeguato accesso alla finanza per lo sviluppo all’estero. Ecco allora che diventa essenziale tenere sotto controllo e fronteggiare tutti i rischi connessi all’internazionalizzazione, dal mancato pagamento a eventi di natura politica. Un modus operadi, dunque, che consenta all’impresa, specie se non molto strutturata, di concentrarsi sul business e sulla competitività della sua offerta commerciale nei Paesi di destinazione.

Related Post
Categories: News