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Produttività, digitalizzazione, crescita: le 5 riforme davvero irrinunciabili

C’è chi sostiene che per la crescita occorra fare deficit e chi ridurlo, ma tutti concordano che per una crescita sostenibile nel medio-lungo periodo occorra aumentare la produttività del sistema economico. Gli investimenti che incorporano nuove tecnologie sono elemento essenziale dell’aumento della produttività così come le skill di lavoratori e manager. Ma anche il contesto in cui sono utilizzati capitale e lavoro è essenziale. Se si scompone la crescita nelle sue componenti, come nella figura sottostante, vediamo che non erano gli investimenti né il lavoro, ma la produttività totale, che include il contesto istituzionale e politico, che tirava la crescita nell’Italia del boom. E la crescita si è ridotta quando la produttività totale (Tfp) è divenuta negativa, malgrado contributo praticamente costanti, nelle ultime due decadi illustrate, da parte del capitale e del lavoro.

Eguale consenso c’è sulle cause del differenziale negativo di crescita della produttività totale in Italia rispetto alle altre maggiori economie avanzate a partire dall’inizio anni duemila: piccola taglia delle imprese, management familiare, mancata riallocazione delle risorse, ovvero mancata uscita dal mercato delle aziende decotte che hanno intrappolato risorse importanti di capitale e lavoro. Inoltre in Italia è mancato il re-training dei lavoratori per permetterne la collocazione nelle imprese efficienti e in crescita, e cambiamenti nei curricula scolastici per fornire le skill richieste dalla società contemporanea ancor prima che dal mercato, e sono crollati investimenti sia pubblici che privati. Infine, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, ora in via di riforma, è aggravata dalle interazioni con la giustizia amministrativa e civile ancora da riformare. Per rimuovere queste cause sono davvero piccole le riforme da fare, come sostiene qualcuno?

Da alcuni anni, ovvero da quando sono stati resi disponibili -da privati- i dati a livello d’impresa, le nostre conoscenze sulla produttività sono aumentate enormemente e l’OCSE è stata la prima istituzione a studiare questi dati e tirarne le conclusioni: nelle imprese alla frontiera la produttività cresce in media del 2,5% annuo (la produttività del lavoro del 3,5%), ovvero come nei migliori anni del dopoguerra. Ma la diffusione delle tecnologie alle imprese che non sono all’avanguardia non avviene più allo stesso ritmo di allora creando un divario sempre più profondo tra le imprese perché la diffusione delle tecnologie digitali avviene a una velocità crescente e contribuisce alle divergenze nella crescita della produttività aggregata tra paesi (Van Ark et al 2008) ovvero al potenziale di crescita di medio-lungo periodo.

In un altro studio (Determinants of digital technology use by companies, 2017) l’ OCSE trova che solo il 50% delle 250mila unità esaminate in 19 paesi tra il 2000 e 2012 ha aumentato le spese per il software dal 2006 e sono quelle di taglia più grande, nei settori knowledge-intensive e gli headquarters. Gli effetti delle politiche sono diversi per i diversi tipi d’impresa: le politiche di facilitazione del credito favoriscono gli impianti più recenti, politiche per il mercato del lavoro e ambiente imprenditoriale sono favorevoli all’utilizzo di Ict tangibile, meno per Ict intangibile (tecnologie software). E’ quindi di fondamentale importanza conoscere la composizione delle imprese per selezionare le politiche rilevanti e comprendere l’uso di Ict come servizio e open source software nei diversi paesi per individuare la prossima generazione della digitalizzazione.

Dunque, le (piccole?) riforme per la ripresa della produttività sono facili da elencare:

1. Taglia delle imprese: non si compete a livello globale e non si introducono tecnologie avanzate senza una struttura adeguata che le piccole imprese non possono avere. Le misure di politica industriale utili a questo riguardo sono gli incentivi a crescere: occorre disegnare incentivi alle piccole imprese che si riducono nel tempo e si annullano dopo alcuni anni. Con la nostra struttura di imprese, più del 90% piccole, non sarà facile imitare Macron che è aiutato certamente dal fatto che la Francia ha una struttura industriale meno sbilanciata verso le imprese più piccole.

2. Cattiva allocazione delle risorse: è dovuta a vischiose procedure di uscita di imprese decotte oltre alle difficoltà di entrata delle nuove imprese: la finanza ha un ruolo nella mancata riallocazione perché le banche preferiscono non dover cancellare Npl dai loro conti, quindi continuano a finanziare le imprese zombie piuttosto che le start-up; l’inefficienza della giustizia civile ha un ruolo in questo comportamento delle banche, per la difficoltà a utilizzare i collaterali dei prestiti in tempi storici, ma anche per le farraginose procedure per l’insolvenza che beneficiano curatori fallimentari e speculatori vari. E non apriamo il vaso di Pandora della giustizia amministrativa. Mentre lo spettro dell’inefficienza della Pubblica Amministrazione e della lentezza e incoerenza (unpredictability) della giustizia civile tiene lontani gli investitori esteri e in particolare le imprese high tech che necessitano protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Dal canto loro, gli abusi della cassa integrazione guadagni (Cig) sono un’assicurazione per la cattiva allocazione delle risorse quando applicate a imprese zombie.

3. Investimenti pubblici: le regole europee per il consolidamento fiscale non adottano la golden rule che esclude gli investimenti dal computo del deficit. Vero è che la regola si presta ad abusi, ma soprattutto richiede una grande capacità dell’amministrazione di selezionare, disegnare, mettere in opera e monitorare progetti. Questa capacità in Italia dobbiamo svilupparla. Basta guardare ai modesti risultati dopo due anni del Piano Junker, che pure ha attirato numerosi, ben pagati esperti da tutta Europa, per capire che non sarà cosa rapida. Ulteriore conferma viene dalla cancelliera Merkel, che dichiara che in Germania non è il finanziamento, ma è la capacità di pianificare gli investimenti pubblici che manca e la Germania ha un’amministrazione pubblica che ha un’ottima reputazione a livello federale, meno buona a livello di lander.

4. Le riforme più facili sono quelle additive, che non infliggono perdite a interessi costituiti. In Italia, ma non solo, il mismatch tra le skill richieste sui luoghi di lavoro e quelle disponibili è ampio e potremmo imitare l’esempio inglese d’introdurre coding , programming come insegnamento dalle elementari. Con i bambini che imparano questo linguaggio in modo semplice –algoritmi come set d’istruzioni- i genitori possono familiarizzarsi con l’argomento, aiutando la formazione professionale continua. E’ un approccio di formazione alla logica, cominciando da quella Bolean, che aiuta tutte le materie, superando l’apprendimento passivo di programmi digitali che saranno obsoleti quando gli studenti atterreranno nel mercato del lavoro. Oltre che procurare l’anello mancante tra la scuola e il mondo del lavoro, un simile programma s’inserirebbe bene nella riforma della Buona Scuola e nel ponderoso Piano nazionale per la scuola digitale che ha già formato, almeno sulla carta, migliaia di docenti. Ma dovrebbe utilizzare risorse messe a disposizione dalle università e soprattutto dalle imprese del settore, magari anche gratuitamente come capita in UK.

5. I Centri di formazione, insieme agli schemi di apprendistato, sono nell’immediato la chiave per risolvere direttamente il problema maggiore per la crescita inclusiva, ovvero la disoccupazione dei giovani e delle persone con minori competenze tecniche. La mancata approvazione del referendum istituzionale ha però lasciato molte politiche attive del lavoro alle regioni e la cultura della valutazione e correzione rapida dei programmi non è ancora penetrata nelle burocrazie che li gestiscono. In questo campo, come in quello dell’investimento pubblico, dovremmo agire in coordinamento con l’EU, migliorando decisamente sia il Piano Junker che la Garanzia Giovani.

In conclusione, non bisogna sottovalutare lo sforzo politico, a livello nazionale ed europeo, per attuare le riforme strutturali necessarie all’aumento della produttività, ma questa è l’unica strada perché la crescita inclusiva non resti una formula di buona comunicazione.

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