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Ocse: in Italia i precari di oggi sono i pensionati poveri di domani

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico esprime qualche preoccupazione sull’aumento dell’età pensionabile e i precari in Italia. Permetterà di conseguire notevoli risparmi in futuro per il bilancio pubblico – ammettono da Parigi – ma l’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema per le future generazioni di pensionati.

Dal 2021, si andrà in pensione a 67 anni e dopo il 2021 l’età pensionabile andrà ben oltre il limite di 67 anni. Il problema, secondo l’Ocse, riguarda i precari.

Con il metodo contributivo, infatti, le prestazioni pensionistiche sono legate strettamente ai contributi. I lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti saranno più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia e questo in un periodo di crisi come quello attuale, con alti tassi di disoccupazione e precariato, è un rischio elevato.

Ma c’è dell’altro. Oltre alle prestazioni sociali (assegno sociale) erogate in base al livello di reddito, per gli ultra-65enni, l’Italia non prevede alcuna pensione sociale per attenuare il rischio di povertà per gli anziani.

Per quanto riguarda il sistema pensionistico privato, per l’Ocse la situazione non è ancora soddisfacente. In seguito all’introduzione del meccanismo d’iscrizione automatica ai piani pensionistici privati nel 2007, la loro copertura raggiungeva solo il 13,3% della popolazione in età lavorativa alla fine del 2010.

D’altro canto, nota l’Ocse, gli anziani non di sola pensione campano. In Italia, per esempio, circa l’80% degli ultra-65enni è proprietario di casa, collocandosi un po’ al di sopra della media dei Paesi Ocse analizzati in ‘Pensions at a Glance 2013’, pari a circa il 76%.

E poi ci sono i servizi pubblici, come l’assistenza per persone non autosufficienti, che aumenteranno in futuro a causa del rapido invecchiamento della popolazione. Rispetto ad altri Paesi dell’Ocse, l’Italia spende molto meno per i servizi in natura, che contribuiscono in modo sostanziale al miglioramento dei redditi degli anziani.

“Oltre alla sostenibilità finanziaria, l’adeguatezza dei redditi pensionistici e la lotta contro il rischio di povertà degli anziani dovrebbero rimanere dei temi importanti nell’agenda politica in Italia”, sottolinea Anna Cristina D’Addio esperto sulle pensioni presso l’Ocse, aggiungendo che “il costo di assistenza per le persone non autosufficienti, per esempio, può ridurre in modo notevole il reddito disponibile dei pensionati futuri”.

Al momento la situazione, che però riflette gli effetti pre-riforma, registra una riduzione del tasso di poverta’ tra gli ultra 65enni, che nel 2007 in Italia era pari al 14,5% sotto la media Ocse pari al 15,1%, mentre nel 2010 si era ridotto all’11% contro la media del 12,8%.

Il tasso di povertà cresce con l’età, arrivando al 15% per gli ultra 75enni nel 2007 e all’11,7% nel 2010. Il reddito medio per gli ultra 65enni alla fine degli anni 2000 (quindi con il vecchio sistema previdenziale) era pari al 93,3% del reddito medio della popolazione (86% media Ocse) e risultava in media di 23mila dollari contro 21.500 in media nell’Ocse.

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