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L’Ue frena sulle sanzioni all’Iran: si va verso una proroga di sei mesi

Gli occhi del mondo della finanza, e non solo, rimangono puntati su ciò che potrebbe accadere intorno allo stretto di Hormuz, una sottile (in certi tratti addirittura sottilissima) striscia d’acqua tra il golfo Persico e il golfo d’Oman, attraverso la quale, però, transita circa il 20% del petrolio commercializzato in tutto il mondo, il 40% di quello che transita via mare e il 90% del petrolio del golfo Persico, circa 18 milioni di barili al giorno.

Nel complesso gioco delle parti oggi è intervenuta anche l’Unione europea, finora rimasta schiacciata in mezzo alle esibizioni muscolari da un lato di Ahmadinejad (l’Iran controlla la parte Nord dello stretto) che, in risposta alle paventate sanzioni contro il programma nucleare iraniano, minaccia di chiudere lo stretto (con le conseguenti, drammatiche conseguenze che questo comporterebbe sul prezzo del petrolio) e dall’altro dell’amministrazione Obama che, secondo la stampa statunitense, avrebbe recapitato direttamente a Khamenei il messaggio che un eventuale blocco dello stretto provocherebbe una reazione immediata, e dura, da parte del governo degli Stati Uniti

Secondo alcune agenzie stampa europea, infatti, gli Stati membri dell’Unione, mentre prosegue l’azione diplomatica dell’Eeas volta alla dismissione del programma nucleare di Teheran, sarebbero intenzionati a decidere per una proroga di 6 mesi nell’introduzione delle sanzioni al regime persiano, provvedimento che dovrebbe essere ratificato il 23 gennaio a Bruxelles, all’interno dell’incontro dei ministri degli Esteri.

La conseguenza più immediata della moratoria sulle sanzioni è il leggero calo del prezzo del petrolio, scivolato sotto la soglia dei 99 dollari al barile, con un ribasso di 88 centesimi rispetto alla chiusura di ieri. A lungo termine (in attesa di scoprire se, come appare probabile, Ahmadinejad stia bluffando sulla chiusura dello stretto) la frenata dell’Unione europea sull’embargo del petrolio iraniano potrebbe portare i mercati a concentrarsi sulla macroeconomia piuttosto che sulla geopolitica e consentirebbe inoltre ai Paesi che importano petrolio iraniano di trovare delle risorse alternative e permetterebbe agli accordi di fornitura preesistenti di giungere a scadenza.

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