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Il Rischio Italia è più politico o più economico?

FIRSTonline

Romano Prodi non è uno che parla sempre, ma quando lo fa vuol dire che ha un messaggio da lanciare. È stato così anche nell’ampia intervista che nei giorni scorsi ha rilasciato al “Corriere della sera”. L’ex premier aveva tre cose da dire.

Primo: la manovra economica del Governo è pericolosa nella sua vistosa sfida all’Europa, non ha respiro, tratta gli investimenti come scelta residuale e ha effetti solo a breve, cioè è una furbata in vista delle prossime elezioni europee.

Secondo: il rischio maggiore che oggi l’Italia corre è quello di diventare una democrazia illiberale nella quale “chi ha avuto il mandato popolare pensa di avere diritto a fare o dire qualunque cosa, come se l’elezione portasse in dote la proprietà del Paese”.

Terzo: alla deriva populista bisogna reagire mettendo in campo uno schieramento politico “accomunato dalla stessa idea di Europa” che vada da Tsipras a Macron e che punti a una “politica economica da affiancare all’euro, alla lotta alle disparità, a una difesa comune e a una linea condivisa su immigrazione, sicurezza, giovani e lavoro”.

I prossimi mesi diranno se gli europeisti delle varie scuole e dei vari Paesi saranno in grado di costruire un’alleanza larga ma caratterizzata da una visione e da obiettivi di cambiamento e di sviluppo dell’Europa chiaramente riconoscibili. Ma quel che colpisce maggiormente nell’intervista di Prodi e nel sentimento comune che si sta affermando ogni giorno di più nel Paese è la crescente preoccupazione per i rischi che l’Italia corre di diventare una democrazia illiberale. È un incubo che ha preso forma in pochi mesi e su cui bisogna riflettere molto seriamente e soprattutto agire con forza. Ed è un punto – quello della democrazia illiberale – su cui, non caso, insiste da tempo anche “Il foglio” di Giuliano Ferrara.

Il Def rischia di far deragliare i conti pubblici e di portarci allo scontro frontale con l’Europa esponendoci al pericolo che i mercati finanziari si infiammino e che l’Italia si infili in un tunnel alla fine del quale o c’è l’uscita dall’euro o l’arrivo della Troika con un conto salatissimo da pagare. Di fronte alla nuova impennata dello spread,il vicepremier leghista Matteo Salvini impreca contro gli “speculatori alla Soros”, ma la speculazione, nel bene e nel male, è il sale del mercato e c’è da sempre. La saggezza di un governo non sta nell’abbaiare alla luna, ma nel prevenire la speculazione. Provi Salvini a chiedersi come mai, dopo la Caporetto finanziaria dell’estate 2011 dell’ultimo governo Berlusconi, di cui la Lega era parte integrante, lo spread Btp.Bund è costantemente sceso sotto i governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. E se non sarà accecato dalla demagogia sovranista, forse troverà una risposta.

Ma il Def e la manovra economica sono solo la punta dell’iceberg della deriva sovranista e populista in cui il governo della Lega e dei Cinque Stelle stanno spingendo l’Italia. Che cosa c’è realmente sotto?

“Il foglio” ha provato a mettere in fila tutte le sfide politiche ed istituzionali lanciate in questi mesi dalla Lega e dai Cinque Stelle e l’elenco è impressionante. Si parte dal superamento della democrazia rappresentativa ipotizzato da Beppe Grillo e da Davide Casaleggio all’archiviazione dello Stato di diritto teorizzato dai Cinque Stelle, dalla negazione della scienza con la delirante campagna No Vax alla chiusura dei porti e ora forse anche degli aeroporti sostenuta dal leader della Lega, Matteo Salvini, che si considera al di sopra della legge e che punta apertamente alla disgregazione dell’Europa, che ha certamente tanti difetti ma che ha garantito a tutti 60 anni di pace, per volgere lo sguardo allla Russia di Putin e al gruppo xenofobo e nazionalista di Visegrad. Poi bisognerebbe mettere nel conto l’aggressione verbale agli avversari politici (per Luigi Di Maio i promotori del Jobs Act sono notoriamente dei “terroristi”), gli attacchi quotidiani alla magistratura e alla stampa degni del peggior Erdogan. Purtroppo non è allarmismo, è la realtà che viviamo ogni giorno.

Quasi un secolo fa uno scrittore del calibro di Alberto Moravia scrisse il suo primo romanzo: si intitolava “Gli indifferenti” e stigmatizzava l’atteggiamento colpevolmente disimpegnato, irresponsabile e incapace di fare i conti con la realtà della borghesia italiana degli anni Trenta. Sarebbe imperdonabile se l’indifferenza, che già una volta ha favorito la nascita e l’affermarsi del fascismo, si manifestasse ora di fronte a chi piccona ogni giorno non solo l’economia e l’euro ma la democrazia liberale e l’Europa. Il declassamento più profondo dell’Italia è questo e obbliga ad aprire gli occhi senza colpevoli pigrizie. Prima che sia tardi.

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