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Clima, Ue: nuova risoluzione sulle emissioni di CO2

Per l’Europarlamento che si impegna a difesa dell’ambiente, va bene anche Papa Francesco. In vista della prossima Conferenza Onu di Bonn è stata approvata una nuova risoluzione contro le emissioni di Co2: le più pericolose per la salute pubblica. Il pianeta è in pericolo e allora anche l’enciclica “Laudato si” di Papa Francesco è finita nel testo del documento.

Ora la parola passa ai Parlamenti nazionali per la condivisione. L’impegno è di definire entro il 2018 una strategia climatica efficiente e valida per tutti. Dal 6 al 17 novembre si svolgerà a Bonn la Conferenza Onu Cop 23 e se ne inizierà a parlare. Occasione molto attesa e non dovrebbero registrarsi voci contrarie.

Ma di questi tempi la prudenza è obbligatoria, visto come stanno andando le cose dall’altra parte del mondo con le forbici di Donald Trump. Tra due settimane a Bonn si parlerà di decarbonizzazione, ulteriore momento per spingere in avanti e dimostrare nel concreto la conformità delle azioni all’accordo di Parigi 2015.

I Parlamenti nazionali dovrebbero accelerare e scostarsi dai ritmi poco incisivi. Secondo Confindustria ogni euro di spesa pubblica per l’efficientamento del sistema energetico, genera 1,5 euro in crescita occupazionale, investimenti, benefici ambientali. Se effettivamente entro il 20230 si ferma l’uso del carbone, la domanda interna può crescere di oltre 500 miliardi di euro. Questo il panorama italiano. In Francia il governo ha appena annunciato di 20 miliardi di euro per i prossimi 5 anni. Il traguardo Onu è al 2050 con la riduzione delle emissioni di gas-serra da parte di chi le produce.

I tempi si possono anche accorciare, evidentemente. Quando gli europarlamentari hanno discusso la risoluzione, si sono ricordati dei “progressi nei settori dei trasporti e dell’agricoltura, rispetto agli obiettivi per il 2020”. Progressi lievi, però, per varie ragioni: burocratiche e di sostanza. Rispetto alla Conferenza Onu di Parigi 2015 c’è chi teme un madornale flop e non solo (ancora una volta) per le posizioni del Presidente Usa. In ballo ci sono interessi che influenzano le strategie di un alto numero di Paesi.

La geopolitica è materia complicata, ma l’unica strada per continuare a credere negli obiettivi del climate change, resta quella tracciata, costata anni di fatiche e mediazioni. Ovviamente ci vogliono soldi. Se ne sono convinti anche a Strasburgo, dove hanno iniziato a chiedere a banche e istituzioni finanziarie di  allineare le pratiche di prestito e di investimento a favore di chi fa domanda. Il problema è che i tempi per ottenere prestiti e crediti devono essere compatibili con quelli utili a ridurre inquinamenti ed emissioni dannose.

Le aziende per riconvertire i  loro apparati, rivedere i cicli di produzione hanno bisogno di tempi e di certezze economiche. Le banche devono essere pronte. Le aziende devono pianificare per tempo. Il Piano nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, previsto dalla stessa Unione Europea, agisce su questo contesto, assai differenziato. L’Italia si sta attrezzando. Un recente studio di Enea e Cnr ha riunito in un database le macro aree del panorama energetico europeo: fonti tradizionali, rinnovabili, accumuli  cogenerazione.

Non è da sottovalutare, in particolare quando ragioniamo su dati che certificano che 9 persone su 10 ogni anno muoiono per livelli di inquinamento eccessivi. Il richiamo europeo all’enciclica di Papa Francesco, dunque, va bene. Non può restare solo nelle premesse di una risoluzione, per quanto di prospettiva. Non sarebbe nemmeno gratificante per un Parlamento rappresentativo di 27 Paesi.

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