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Centro Studi Confindustria: l’Italia è al bivio tra declino o rilancio e il futuro si gioca oggi

Le riforme non sono uno sprint breve alla Usain Bolt, ma una lunga maratona. Non sono un atto isolato ed episodico, da compiere in un tempo sospeso nell’agone partitico, da affidare a una squadra di pronto-soccorso, valente e valorosa. Non possono essere una parentesi per ricominciare poi tutto d’accapo. E per dirla come Angela Merkel, almeno in questo è difficile darle torto, “non c’è mai un’ultima riforma e in un mondo che cambia velocemente dobbiamo adeguarci”. Luca Paolazzi, direttore del Centro studi di Confindustria, parla chiaro al Convegno “Cambia Italia”: le riforme sono necessarie e il compito più difficile è proprio quello di creare le condizioni nella politica affinché ci sia “una sana competizione tra partiti, tra opposti schieramento ma senza delegittimazioni e dentro i paletti di una cultura delle riforme condivisa e radicata”.

TRIPLICARE LA CRESCITA DA QUI AL 2030

Dalla sua la forza delle cifre e i numeri che, precisa, non sono previsioni, ma trend e obiettivi: l’Italia è ad un bivio non solo economico, spiega Paolazzi, se rimane inerte resta inchiodata a una crescita inadeguata dello 0,7% annuo da qui al 2030 (+16% cumulato), se reagisce “con vigore, determinazione, coesione”, trasformando gli svantaggi competitivi in leve per lo sviluppo può triplicare al 2,2% annuo (+55% cumulato). In valori assoluti la scelta si traduce in differenze enormi: senza cambiamenti il Pil nel 2030 sarà di 253 miliardi più elevato di oggi, cioè 2.760 euro pro capite, mentre con le riforme potrà aumentare di 872 miliardi,11.160 pro capite in più.

Non sappiamo come sarà il mondo da qui a vent’anni – afferma Paolazzi – ma noi dobbiamo fare la nostra parte, tutto ciò che serve per chiudere il divario fra noi e gli altri Paesi ”. Per tornare a crescere a ritmi sostenuti bisogna chiudere il divario con gli altri Paesi in termini di produttività e ore lavorate. Le leve? Conoscenza, concorrenza, burocrazia, partecipazione al lavoro. Già, perché per il mondo nel suo complesso la crisi che si è aperta nel 2007 non è peggio di quella del ’29. Ma per l’Italia invece lo è. La mancanza di riforme penalizza soprattutto i giovani e i meno istruiti, che causa perdita di cervelli.

IL BIG BANG

La strada da seguire è quella del Big Bang. Quattro i motivi per Paolazzi: risponde al criterio di equità, perché nessun gruppo di interesse è privilegiato; ciascun gruppo compensa i propri costi con i benefici ricevuti in altri campi e quindi risponde a un criterio di efficienza; il cambiamento è così profondo che tornare indietro diventa (quasi impossibile); si creano complementarietà e sinergie.

LA POLITICA AFFRONTI I NODI ANOMALI DELLA DIVERGENZA

Spetta alla politica affrontare alcuni “nodi anomali che hanno condotto il Paese a divergere per così lunghi anni”: la società micro-corporativa, allergica allo Stato, che porta all’anarchia delle istanze; la frammentazione partitica, che coltiva interessi particolari, se non personali; l’apparato pubblico deteriorato;la cultura anti-meritocratica e familistica.

Con alcune raccomandazioni per una strada lunga e senza pozione magica: assecondare la formazione di maggioranze coese, con la riforma elettorale e norme parlamentari antitrasformismo; rendere più efficace l’azione del governo con procedure parlamentari sulla fiducia costruttiva, superamento del bicameralismo perfetto, nomina e revoca dei ministri; semplificare lo Stato, con una minore ingerenza diretta e una maggiore efficacia regolatoria, rendendo sistematica la revisione della spesa pubblica e ponendo fine allo scambio tra consenso e risorse dei contribuenti.

“Cogliere questo attimo fuggente?”, si chiede alla fine Paolazzi. Yes, we must. 

 

 

Per approfondire l’intervento di Paolazzi, clicca qui. 

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