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Calenda, Orizzonti selvaggi: vincere le paure con una politica lungimirante

Imagoeconomica

Dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 e fino alla grande crisi del 2008 le democrazie occidentali, rimaste padrone assolute del campo, hanno portato avanti un disegno egemonico basato sulla globalizzazione e cioè sulla prevalenza del libero mercato delle merci e della finanza, con conseguente riduzione del ruolo degli Stati nazionali, e sulla convinzione che la diffusione delle libertà democratiche avrebbe portato benefici e tutti i cittadini sia delle varie aree geografiche che all’interno dei singoli paesi.

Il governo della globalizzazione ,invece, ha incontrato varie difficoltà per il difettoso funzionamento degli organismi multinazionali e poi è entrato in crisi di consenso con l’esplodere negli USA della crisi finanziaria che ha spazzato via tante illusioni ed accentuato le incertezze e le paure dei cittadini nei confronti del futuro.
Questa la tesi di fondo del saggio di Carlo Calenda, che ha ricoperto ruoli di primo piano nei vari governi della passata legislatura, e che dal suo osservatorio ha potuto vedere da vicino quanto stava succedendo sullo scenario internazionale e la crescente frustrazione e rabbia che si impossessava di larga parte degli italiani e che poi è sfociata nelle elezioni del 4 marzo in un rifiuto totale delle vecchie classi dirigenti sia politiche che economiche e professionali.

Il libro “Orizzonti selvaggi” (Editore Feltrinelli) è sottotitolato “Capire la paura e ritrovare il coraggio” proprio perchè conduce il lettore attraverso una analisi dettagliata, alle origini della “paura” che sta spingendo i cittadini di vari paesi dell’Occidente a chiedere maggiore sicurezza e protezione ai vecchi stati nazionali che, pur avendo perso alcune importanti prerogative a causa della globalizzazione e dell’avanzamento delle tecnologie, sono le uniche strutture a cui le persone possono rivolgersi per chiedere protezione da eventi complessi, lontani e poco comprensibili. Di qui il diffondersi di ricette sovraniste, di richieste di essere nuovamente padroni a casa propria, di rifiuto non solo dell’immigrazione ma anche del libero commercio attraverso l’introduzione di dazi o altre limitazioni, alla circolazione di merci e capitali.

L’analisi di Calenda parte da fenomeni che interessano tutto il mondo occidentale. E cerca di rintracciare il minimo comune denominatore delle scelte che hanno portato gli inglesi a votare per la Brexit, gli americani a scegliere Trump e la sua America First, gli ungheresi ed i polacchi a rispolverare un nazionalismo che si pensava scomparso dopo tanti anni di comunismo, la Le Pen e Salvini a contestare la costruzione europea. I paesi occidentali hanno avuto scarsi benefici dalla globalizzazione.

Con l’eccezione della fascia più alta della popolazione, tutti o hanno perso reddito o hanno visto diminuire le proprie sicurezze sul futuro. E soprattutto – afferma Calenda- né la politica tradizionale né le organizzazioni internazionali hanno saputo gestire questa fase di profonda transizione verso un nuovo tipo di lavoro ed un nuovo tipo di welfare- Questo sta mettendo in difficoltà le democrazie liberali che si erano rafforzate nel dopoguerra per poi uscire trionfanti dal confronto con il comunismo sovietico.

L’aspirazione quindi è per un ritorno della “politica” quella che si conosce e che si esercita entro lo Stato nazionale , alla quale si chiede protezione verso le incertezze del futuro, regolamentazione delle innovazioni, una maggiore presenza dello Stato in tutti i comparti cruciali della produzione oltre che nei servizi sanitari e nelle prestazioni pensionistiche. Il guaio è che questo tipo di richieste che, se ben concepite, sono corrette e normali, sono state raccolte da soggetti politici che propongono come risposta delle soluzioni irrealistiche che se messe in pratica porteranno ad un generale peggioramento della situazione economica e sociale.

L’avversione verso i parlamenti “parolai” porta verso le democrazie illiberali o addirittura alla ricerca dell’uomo forte, che libero dai vincoli derivanti dai pesi e contrappesi delle attuali democrazie, possa prendere decisioni rapide e rassicuranti (la questione dei migranti ne è l’esempio lampante). Di qui il timore di vedere messa in discussione la democrazia liberale, l’unica che assicura le libertà dell’individuo, che tutela le minoranze, ed evita di trasformare gli “oppositori in traditori”, come è avvenuto in Turchia.

Il tentativo di trovare i fattori comuni della crisi dell’occidente trascura però di mettere il rilievo le profonde differenze tra i vari tipi di populismo. In Inghilterra, ad esempio la Brexit non sembra mettere in crisi la democrazia liberale anche se sta provocando spaccature nei partiti tradizionali. Negli USA ed in Svezia la questione dell’immigrazione appare di gran lunga preponderante rispetto alle questioni economiche( che pure pesano in quanto il malessere della classe media è assai diffuso).

L’Italia poi è un caso particolare dove la malattia generale dell’ occidente ha colpito di più perchè si è abbattuta su un corpo già debilitato da patologie di antica data come lo Stato debole, ma pervasivo; la sfiducia nelle istituzioni; lo squilibrio tra diritti e doveri; il diffuso analfabetismo funzionale. Sicuramente la responsabilità è di una classe dirigente, a cominciare da quella politica che da almeno quarant’anni ha trascurato di investire sui fattori di sviluppo del paese: istituzioni efficienti, PA funzionale alle esigenze del cittadino, produttività ed investimenti, scuola e ricerca. E tuttavia ci troviamo ora in una situazione in cui la toppa è peggiore del buco.

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Ci troviamo ad un passo dall’affermazione di una “democrazia illiberale” che è destinata ad accentuare tutte le paure degli italiani. Il progresso diventa una minaccia, ed infatti ci si oppone alle opere pubbliche e si aspira ad una decrescita felice. C’è un rifiuto della modernità ed un freno a qualsiasi cambiamento, che non sia una evidente restaurazione di un mitico passato ritenuto felice, mentre è stato irto di problemi e di contrapposizioni anche sanguinose come dimostra la lunga stagione del terrorismo.E questo alla faccia del “governo del cambiamento”.

Come si esce da questo cul de sac? Calenda abbozza alcune proposte, la principale delle quali è quella di riprendere nei fatti una politica cautamente riformista, badando bene a difendere coloro che dovranno sopportare drastici cambiamenti della propria vita.La nuova politica dovrà quindi farsi carico della rappresentanza dell’ Italia che ha paura, proponendo delle vie non illusorie per superare questa situazione senza tornare indietro ma garantendo una effettiva capacità di governare i nuovi mercati aperti e le forti evoluzioni della tecnologia.

Lo Stato nazionale c’è e deve essere rivalutato, ma non deve essere invasivo, deve concentrarsi su alcune questioni essenziali, stabilire le regole per stimolare gli investimenti e l’intrapresa individuale, e soprattutto deve poter garantire protezione a coloro che rimangono momentaneamente tagliati fuori dalle innovazioni, ma non con sussidi generalizzati, ma con strumenti atti ad un rapido reinserimento nella catena produttiva.

Insomma occorre contrastare con tutte le forze le illusioni degli attuali sovranisti al governo, ma proporre anche politiche capaci di ristabilire la fiducia verso la politica ed il futuro, e modificare così le aspettative degli italiani che da negative e rassegnate, come sono oggi, dovrebbero tornare a guardare con maggiore ottimismo alle potenzialità offerte dal nuovo mondo globale.

L’importante non è promettere regali a destra e manca, ma assicurare di avere un atteggiamento “lungimirante”, cioè capace di vedere per tempo i pericoli e di sapere come affrontarli. Al contrario di quello che fa oggi il governo in carica che chiaramente mira all’interesse immediato di vincere le prossime prove elettorali, senza preoccuparsi delle conseguenze disastrose sul medio termine delle sue decisioni.

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