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The French Dispatch, il film di Wes Anderson non convince

FIRSTonline

(Voto: **+) Quattro capitoli per quattro articoli in omaggio al New Yorker, una delle riviste più raffinate e colte dell’editoria Made in USA. Questa la trama essenziale di The French Dispatch, ultimo lavoro di Wes Anderson, già noto al grande pubblico per il suo precedente Grand Budapest Hotel con il quale ha ottenuto importanti e meritati riconoscimenti internazionali nel 2015, tra i quali Oscar, Orso d’Oro e Golden Globe. Dello stesso regista meritano di essere ricordati pure I Tenenbaum e il delizioso Il treno per il Darjeeling.

Il marchio di fabbrica del regista si vede subito già dalle prime immagini: surreale e grottesco, ironico e graffiante tutto condito con una maniacale cura della fotografia. Ogni sequenza è un quadro: colori brillanti, dettagli minuziosi e grande attenzione all’impaginazione ai limiti della perfezione stilistica e ogni fotogramma si può prendere e incorniciare. Abbiamo ancora negli occhi il film precedente citato prima che senza dubbio ha strabiliato e colpito nel profondo ogni schema narrativo finora proposto sul grande schermo. Grand Budapest Hotel è stato un colpo micidiale nella fantasia, nel movimento scenico, nella cinepresa usata in modo magistrale, nella scelta dei personaggi e dei dialoghi. In questo caso Anderson ha ripetuto un po’ se stesso cercando però di ancorare il racconto ad un mondo, quello del giornalismo sofisticato per pochi intenditori e palati molto raffinati, che invece forse sfugge al grande pubblico. Quanti infatti hanno mai sfogliato le pagine del New Yorker e quanti sanno del prestigio di cui gode nel mondo intero? The French Dispatch senza dubbio raccoglie consenso e viene apprezzato tra coloro che sono costretti a visionare una dimensione cinematografica spesso e volentieri ristretta tra le solite melense storielle sentimentali e le grandi produzioni infarcite di effetti speciali. Forse però, in questo caso, non è sufficiente avere a disposizione volti noti ed apprezzati: Frances Mc Dormand un nome che spicca su tutti, insieme a Benicio Del Toro, Tilda Switon, Buill Murray e Timothée Chalamet.

Il film di Anderson non ci ha convinto e anche il resto della critica non lo ha accolto con particolare entusiasmo. Non regge sul fronte della narrazione, della sceneggiatura, dei dialoghi. Un’opera sul grande schermo non può essere solo colore ed effetti speciali. Occorre quel qualcosa di più che in The French Dispatch sembra mancare del tutto: l’attenzione verso lo spettatore. La storia del cinema ci ha dato illustri precedenti ma gli autori si chiamavano Bergman o Antonioni dove la scelta è semplice: prendere o lasciare. In questo caso si lascia facilmente.

Certo, se dobbiamo collocare questo lavoro nel determinato momento di mercato del cinema può anche trovare il suo spazio e il suo pubblico, specie se rapportato a quanto si può vedere in questi giorni nelle sale dove, purtroppo, la scelta non è ampia.

Cogliamo l’occasione per citare un film che invece segna appunto la debolezza della proposta cinematografica nazionale: 3/19 di Silvio Soldini con una sola protagonista, Kasia Smutniak, che da sola occupa il 95% delle sequenze. Troppo di lei per poco del tutto: una affermata avvocata milanese che si trova coinvolta in un incidente stradale dove non si capisce se si tratta di un giallo, di un’avventura sentimentale o di cosa altro. Finisce come è iniziato. Anche in questo caso, abbiamo sempre negli occhi le immagini di Pane e Tulipani dello stesso regista: sono passati oltre 20 anni, altra storia, altri tempi.

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