È iniziato alle 9 di questa mattina lo sciopero dei lavoratori dell’appalto dell’ex Ilva di Taranto. Gli operai hanno occupato la provinciale per Statte e avviato un corteo verso il Comune, con pesanti ripercussioni sulla viabilità. La protesta arriva dopo il rigetto della sospensiva sullo stop all’area a caldo, que deverá fermarsi entro il 28 ottobre. Una scadenza che rende ancora più incerto il futuro di circa 2.500 addetti.
La mobilitazione precede il nuovo confronto tra governo e sindacati previsto per domani, martedì 15 settembre, a Palazzo Chigi. Alla giornata di ieri, però, non risultava ancora arrivata una convocazione formale. Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato la mobilitazione dopo l’assemblea che si è tenuta questa mattina davanti alla portineria imprese dello stabilimento. Le organizzazioni hanno annunciato le prime 24 ore di sciopero, indicando l’inizio alle 9 di oggi e la conclusione alle 7 di domani. I lavoratori hanno occupato la strada provinciale per Statte. Successivamente è partito un corteo che ha attraversato il rione Tamburi, diretto verso Palazzo di Città. I blocchi hanno mandato in tilt la circolazione. È stato inoltre annunciato un ulteriore blocco sulla statale in direzione Bari.
I sindacati chiedono interventi straordinari e avvertono che la protesta potrebbe proseguire. “Sia chiaro che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti lavoratori”, si legge nella comunicazione dello sciopero.
Lo stop all’area a caldo e la scadenza del 28 ottobre
A far precipitare la vertenza è stato il rigetto della richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria. La Corte d’Appello civile di Milano ha lasciato in vigore il provvedimento adottato a fine luglio, che impone la fermata dell’area a caldo entro il 28 ottobre. Le aziende avevano chiesto di sospenderne l’efficacia in attesa della Cassazione, prospettando danni economici gravi e irreparabili, conseguenze sulla capacità produttiva e migliaia di posti di lavoro a rischio. I giudici hanno però ritenuto prevalente la tutela della salute dei cittadini.
Lo stop dovrà proseguire fino alla rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e all’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro limiti di sicurezza. Tra le criticità evidenziate dalla Corte figurano oltre 2.000 tonnellate di amianto e tutele considerate insufficienti rispetto alle polveri PM10 e PM2,5.
O recurso ao Supremo Tribunal de Cassação permanece aberto., ma il ricorso, dopo il rigetto della sospensiva, non ferma l’esecuzione del provvedimento.
Licenziamenti congelati, futuro incerto per 2.500 addetti
La conferma della fermata produttiva pesa sulla tregua raggiunta nei giorni scorsi. Ventotto aziende dell’appalto e dell’indotto avevano congelato le procedure di licenziamento collettivo per circa 2.500 lavoratori, accogliendo l’appello del governo e facendo affidamento sulle garanzie di continuità produttiva.
La sospensione delle procedure non ha però risolto la crisi. Con lo stop ancora esecutivo, i sindacati chiedono garanzie sull’occupazione e sul reddito, per evitare che la chiusura dell’area a caldo si trasformi in una nuova emergenza sociale per Taranto. Nelle motivazioni, la Corte ha osservato che le ricadute occupazionali prospettate dalle società non rappresentano uno scenario improvviso, ma un rischio prevedibile, da affrontare negli anni attraverso gli interventi necessari sugli impianti.
I giudici hanno inoltre richiamato la possibilità, indicata dalla Procura di Milano, di impiegare i lavoratori nelle bonifiche e nell’adeguamento dello stabilimento. Una prospettiva che non costituisce ancora un piano operativo in grado di garantire il futuro degli addetti.
Domani il tavolo previsto a Palazzo Chigi
La protesta di oggi, hanno precisato le organizzazioni sindacali, non è rivolta contro il provvedimento della Corte d’Appello, ma contro le responsabilità dei governi che si sono succeduti nella gestione dell’ex Ilva.
“Abbiamo chiesto al governo di sederci a un tavolo, ma non c’è stata risposta sui lavoratori”, ha dichiarato questa mattina dal presidio Francisco Brigati, segretario generale della Fiom Cgil di Taranto. “Ancora non è arrivata la convocazione per domani a palazzo Chigi”. Brigati ha poi chiamato in causa le responsabilità politiche della crisi. “La chiusura dell’area a caldo è responsabilità di tutti i governi: il decreto della corte di appello di Milano ha colmato un vuoto della politica”.
Il confronto tra governo e sindacati è previsto per domani, mentre fino a ieri la convocazione formale non era arrivata neppure ai commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia. Garanzie occupazionali, tutela del reddito e un piano industriale per Taranto restano le richieste al centro della mobilitazione. “Il tempo è scaduto”, ribadiscono i sindacati, mentre lo sciopero è in corso.
