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Pensioni ed elezioni: le insostenibili promesse di Lega, Fi e Cinque Stelle

Imagoeconomica

A firma di Marco Ruffolo, la Repubblica sabato 10 febbraio ha pubblicato un servizio nel quale – con la collaborazione di chi scrive e di Stefano Patriarca- vengono stimati i possibili oneri delle proposte contenute nei programmi elettorali dei maggiori partiti e/o coalizioni in materia di pensioni. Le stime – che si basano  su valutazioni o degli stessi soggetti proponenti quando disponibili o di dati fruibili presso soggetti istituzionali – ne mettono in evidenza l’onerosità come dato generale, ma anche la genericità e l’incompletezza, al punto che sono presumibili ulteriori costi. In alcuni casi, vi sono formulazioni equivoche che possono trarre in inganno gli stessi elettori. Vediamo di articolare un commento sintetico che riassuma i vari aspetti.

Ammesso e non concesso che la questione-pensionati (al di là del loro numero in quanto elettori) sia una priorità è palese la sproporzione tra le risorse impiegate per questa parte di popolazione (che si aggiunge a quanto già stanziato durante la legislatura) e quelle riservate all’occupazione, giovanile in particolare. Ciò premesso (il discorso, come vedremo, è diverso per quanto riguarda il programma del Pd) nella ricostruzione degli oneri sono state evidenziate alcune ‘’trappole’’ nelle proposte del M5S, di Lega e Forza Italia,  presumibilmente destinate a produrre nuovi oneri. Per esempio: è dato ritenere che per i trattamenti  di vecchiaia relativamente all’età delle lavoratrici si torni ai requisiti in vigore prima della riforma del 2011; è altresì presumibile che scompaia dall’orizzonte l’aggancio automatico all’attesa di vita. Il che comporterebbe danni emergenti e lucri cessanti (ovvero maggiori spese ora e minori risparmi in futuro) insostenibili.

Ci sono, poi, alcune ‘’volpi sotto le ascelle’’ a proposito dei ‘’ricchi premi e cotillons’’ che Forza Italia promette per le pensioni minime: non è chiaro se i criteri saranno gli stessi del ‘’milione’’ del 2001 (limitato a coloro che non percepiscono altri redditi tranne la pensione) oppure se diventerà una misura per tutti senza rendersi conto che garantire mille euro al mese a prescindere dai contributi versati, non solo manda a quel paese il calcolo contributivo, ma incoraggia l’evasione. Bisognerà pure cominciare a dire che molte delle pensioni integrate al minimo possono essere anche l’effetto di una vita lavorativa poco attenta al versamento dei contributi previsti. Quanto alle casalinghe si parla dei milioni di donne che svolgono lavoro di cura non retribuito (magari in età compresa tra i 60 e i 65 anni attribuendo loro un assegno mensile di mille euro) oppure delle poche centinaia di casalinghe iscritte o già in pensione nell’apposito fondo presso l’Inps?

Confronto proposte pensioni: guarda la tabella

Chiunque può notare poi che le proposte del M5S e quelle della Lega sembrano scritte usando la carta carbone o, se vogliamo, essere più moderni, la fotocopiatrice. Entrambe le proposte non si curano del trattamento di vecchiaia (che è un aspetto centrale per il pensionamento delle lavoratrici), ma puntano a ripristinare la pensione di anzianità con i requisiti esistenti prima della riforma Fornero (ed ovviamente immortalati ed immodificabili nel tempo). In sostanza viene re-innescata la miccia sotto il barile di tritolo su cui siede il sistema pensionistico italiano, se solo si pensa che nel Fpld nei flussi del 2017 vi sono state 180 pensioni anticipate per ogni 100 di vecchiaia e che la spesa per lo stock delle prime è doppia di quello delle seconde (60 miliardi contro 32 miliardi nel Fpld e in media 24mila euro annui contro 11mila ).

Questo trend non è destinato ad esaurirsi a breve, ma a subire un’accelerazione, perché da adesso al 2030 continuerà l’accesso alla pensione dei baby boomers, i quali saranno in grado – per come hanno potuto stare sul mercato del lavoro entrandovi presto e rimanendovi  a lungo in modo stabile e continuativo – di arrivare alla soglia di 41 anni o a quota 100 (sommando età ed anzianità)  intorno ai 60-61 anni di età (soprattutto se finirà in cavalleria l’aggancio all’attesa di vita come tutto lascia credere).

Quanto alla proposta dal Pd va riconosciuto che – al di là delle esigenze elettorali – essa si muove lungo il solco tracciato nella legislatura per rispondere all’offensiva scatenata contro la legge Fornero: vengono tutelati con requisiti più favorevoli quelli che presentano una condizione di particolare bisogno da anziani (è la logica dell’Ape e del Rita). È sicuramente una trincea difficile da difendere, perché ci saranno spinte ad allargare il numero dei lavori disagiati e delle categorie protette. Da segnalare poi una proposta per una pensione di garanzia per i giovani (con costi ovviamente differiti), come previsto nel patto sottoscritto a suo tempo con i sindacati. Un’ultima precisazione: i dati delle stime riguardano il primo anno degli effetti delle eventuali modifiche, ipotizzando che sia il 2019.

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