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Pd, tre autogol in un colpo solo suonano l’allarme

Enrico Letta non è solo il segretario politico del Pd e un raffinato uomo di cultura ma è anche un appassionato di calcio. Tifa Milan e le divergenze politiche non gli hanno impedito di riconoscere in tempi non sospetti che Silvio Berlusconi sia stato in assoluto il miglior presidente dei rossoneri. Ma proprio perchè si intende di calcio, Letta è il primo sapere che tre autogol in una sola volta equivalgono a subire quello che in gergo si chiama cappotto. In altre parole: una disfatta. E’ quella che il Pd si è autoinflitto in occasione della rovinosa battaglia al Senato sul disegno di legge Zan contro l’omotransfobia.

Era da prima dell’estate che avevano avvertito Letta che i numeri erano incerti e che al Senato il ddl Zan rischiava di andare sotto. Ma il segretario del Pd ha sempre tirato dritto e fatto orecchio da mercante. Una ragione poteva anche averla: quella di rinsaldare le truppe e dare l’impressione della massima compattezza in occasione delle elezioni amministrative di ottobre che si sono concluse con il pieno successo del Pd. Ma le elezioni sono già in archivio e chi ha ascoltato domenica scorsa l’intervista di Fabio Fazio a Enrico Letta in “Che tempo che fa” ha percepito che il vento era cambiato. Letta non ha avuto difficoltà ad ammettere che, per portare a casa il ddl Zan senza snaturarlo, si poteva pensare a una mediazione anche con il centrodestra. Finalmente. Era ora. Quando non hai la maggioranza o non sei sicuro di averla, ricercare un dignitoso compromesso è l’abc della politica: illusione, perchè la mediazione evocata da Letta non ha mai visto la luce. Le cronache politiche raccontano che Cinque Stelle, Leu e i massimalisti dello stesso Pd (e l’elenco sarebbe lungo) hanno imprigionato Letta e non gli hanno mai permesso di fare quello che avrebbe voluto. Dunque: niente mediazione, niente compromesso e sconfitta sicura. Come è puntualmente avvenuto. Per il centrodestra colpire il ddl Zan al Senato col voto segreto è stato come tirare un rigore a porta vuota e il risultato s’è visto.

Ma anzichè compiere una seria autocritica come la situazione richiedeva e richiede e come i numeri suggerivano, Letta e il Pd hanno pensato di cavarsela aggredendo e scaricando ogni responsabilità su Matteo Renzi e Italia Viva anche se i franchi tiratori sul ddl Zan sono stati molto di più dei senatori renziani e si sono nascosti in tutti i partiti, Pd e Cinque Stelle inclusi.

L’attacco a Renzi, frutto di gelosie e risentimenti antichi che forse hanno a che fare – come avrebbe detto il filosofo Remo Bodei – con la geometria delle passioni ma certamente nulla con la logica e il realismo della politica, fa così saltare sul nascere il cosiddetto “campo largo” che avrebbe dovuto rappresentare l’anticamera dell’Ulivo 3.0 e, unito alle accuse di tradimento rivolte anche a Forza Italia e alla sua ala anti-sovranista, manda in frantumi ogni ipotesi di maggioranza Ursula, composta cioè da Pd, Cinque Stelle, Leu, Iv, Azione, +Europa e centrodestra anti-sovranista, in grado di mettere in un angolo la Lega di Matteo Salvini. E, siccome in politica come nella vita, il timing è tutto, una mossa così improvvida come la scomunica a Iv e all’ala anti-sovranista di Forza Italia fatta adesso spalanca la porta ad altri due autogol: il primo in occasione della prossima elezione del nuovo Presidente della Repubblica e il secondo in vista delle elezioni politiche.

Il Pd, che negli ultimi 45 anni ha quasi sempre influenzato l’elezione del Capo dello Stato, sa benissimo che la musica è cambiata e che, anche combinandosi con Cinque Stelle e Leu, non ha i numeri per fare maggioranza ed eleggere un suo candidato al Quirinale. Se vuole provarci deve trovare un accordo con il centrodestra o, per lo meno, con il centinaio di parlamentari dei vari raggruppamenti di centro (tra cui 46 di Renzi) con cui concordare una soluzione comune. Ma gli anatemi contro Italia Viva e Forza Italia non sono un buon viatico. Anzi, per il Pd sono un altro autogol bello e buono che rischia di preparare il terreno a una soluzione che al Nazareno vedono come il fumo negli occhi e cioè quella di consegnare proprio all’odiato Renzi la funzione di ago della bilancia tra centrodestra e centrosinistra anche in occasione dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Certo per il Quirinale c’è sempre la carta Draghi, ma chi se l’intesta politicamente e che effetti avrebbe sul proseguimento della legislatura?

E qui si apre il terzo terreno su cui il Pd rischia di incassare un altro autogol ed è quello dell’avvicinamento alle elezioni politiche. Senza un “campo largo” ma una ridotta chiusa in sè e composta unicamente da Pd, Cinque Stelle in via di sfarinamento e Leu, come può realisticamente sperare un centrosinistra dimezzato di battere l’asse Meloni-Salvini? E ad aggravare l’autogol del Pd nella marcia di avvicinamento alle elezioni politiche c’è un’altra miopia che rischia di risultare ancora più fatale: l’illusione di vincere su un terreno di gioco maggioritario o simil-maggioritario come il Rosatellum. Possibile che la maggioranza del Pd non comprenda che solo riformando la legge elettorale in senso proporzionale si può sperare di spaccare il centrodestra e vincere le elezioni politiche? Il fatto che Salvini e Meloni siano ferocemente contrari a una legge proporzionale, perchè ne capiscono l’insidia, vorrà pur dire qualcosa. O no?

Se perfino un autorevole senatore come Luigi Zanda, non certo filo-renziano e da sempre vicino alla maggioranza del Pd, avverte il pericolo e lancia allarmi contro la deriva del partito, vuol dire che al Nazareno lo sbandamento è forte e il rischio di farsi male sfiora i livelli di guardia. Tre autogol sono tanti. Ma la sindrome della campanella di Palazzo Chigi non aiuta a recuperare la rotta.

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