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Nomisma: l’80% del valore aggiunto dell’industria viene dall’export (ma solo 1 azienda su 5 esporta)

“Imprese manifatturiere italiane poco o iper competitive: sembra che non ci sia via di mezzo nei giudizi. In realtà le generalizzazioni sono tutte errate perché quello delle imprese è il mondo dell’eterogeneità”- è quanto si legge nell’analisi di scenario di Sergio de Nardis capo economista di Nomisma pubblicata nel numero di luglio della newsletter.

Non è data in natura “l’impresa manifatturiera”, non c’è un soggetto imprenditoriale omogeneo a cui poter attribuire un voto; esistono invece singole realtà produttive, ognuna con le proprie specifiche caratteristiche di efficienza, management, organizzazione e capacità innovativa. Le imprese piccole non sono tutte uguali tra loro, come non lo sono quelle grandi. In ogni fascia dimensionale ci sono imprese più o meno efficienti. Come distinguerle? La cartina tornasole è costituita dall’impegno o meno in attività di esportazione. Vendere sul mercato internazionale è, infatti, più difficile e costoso che produrre per quello interno; possono farlo in modo profittevole solo le aziende migliori. E la presenza di queste imprese migliori è individuabile in tutte le classi dimensionali. Gli esportatori sono in media più grandi, più produttivi, pagano salari maggiori, fanno più investimenti, hanno margini di profitto più elevati dei non esportatori. Tali “premi” per chi esporta si riscontrano sistematicamente in ciascuna fascia di dimensione.

Quante sono in Italia le aziende migliori e quanto pesano nel sistema manifatturiero italiano? Vendere all’estero è un fenomeno relativamente raro, proprio perché non tutti sono nelle condizioni di farlo, non tutte le imprese possono sostenere i costi più elevati che si devono affrontare per impegnarsi in un’attività internazionale. In Italia solo 20 aziende manifatturiere su 100 esportano, in Germania 26 su 100, in Francia 12. Si tratta per l’Italia di circa 88.000 esportatori manifatturieri su un totale di 425.000 produttori. Un numero elevato in assoluto, superiore a quello di Germania (55.000) e Francia (26.000), ma che si ridimensiona in proporzione al complesso dei produttori per l’estrema diffusione di imprenditoria che caratterizza il nostro paese (doppia per numero rispetto a Germania e Francia); in gran parte, però, di piccolissima dimensione (meno di 10 addetti) e rivolta al mercato interno. Quel che più conta è che quegli 88.000 esportatori sono coloro che determinano l’andamento dell’intero settore manifatturiero, producendo oltre l’80% del valore aggiunto e del fatturato complessivo.

Questo segmento minoritario di produttori “migliori” ha subito, nell’ultimo biennio, gli effetti della drastica contrazione della domanda interna. Essi infatti, sono certamente esportatori, ma vendono molto anche nel mercato nazionale: in media, oltre il 60% del loro fatturato viene realizzato in Italia e ciò si verifica tanto per le grandi che per le piccole imprese esportatrici. La loro competitività è stata, dunque, inevitabilmente penalizzata dalla caduta senza precedenti della domanda nazionale e dalla rarefazione del credito che ne è derivata: i nostri esportatori hanno dovuto fronteggiare la concorrenza di imprese estere non zavorrate dalla recessione delle loro economie e, soprattutto, non penalizzate da un credito comparativamente più caro e scarsamente accessibile. La manifattura che esce dalla recessione è, quindi, sensibilmente dimagrita, per numero di operatori e intensità produttiva. Per salvaguardare la capacità manifatturiera dell’economia italiana, è assolutamente necessario che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.

Il testo completo dell’analisi è disponibile sul sito http://www.nomisma.it/index.php/it/newsletter nell’area “scenario”.

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