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La Germania è al bivio: alzare i salari o confermare la tradizionale moderazione

Tornare ad alzare i salari, consentendo allo stesso tempo più veloci recuperi di competitività da parte dei paesi periferici. E’ questo il pensiero condiviso da chi, da diversi mesi, va ripetendo che il modello economico tedesco, così come è venuto strutturandosi nel corso del decennio passato ha contribuito all’accumulazione di forti squilibri commerciali nell’Eurozona. Per ora si trattava di un modo di intendere la realtà fatto proprio soltanto dalla sinistra tedesca, da sempre scettica verso uno sviluppo che ha fatto della moderazione salariale uno dei propri capisaldi. Tanto in tempi di vacche grasse, quanto in tempo di vacche magre i sindacati tedeschi hanno infatti rinunciato ad ottenere generosi aumenti salariali, consentendo alla Germania di rimanere a galla durante la recessione e successivamente di rimettersi in marcia con buone prospettive di crescita.

Qualche giorno fa, tuttavia, anche il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, la democristiana Ursula von der Leyen (CDU), ha suggerito la necessità che il prossimo round di contrattazioni tra le parti sociali inverta la rotta e si concluda con cospicue maggiorazioni salariali, superiori al tasso di inflazione tendenziale. «E’ arrivato il momento che i lavoratori possano partecipare dei frutti della crescita economica», ha spiegato la Von der Leyen, che poi ha comunque precisato di non voler indicare alcuna cifra per non ingerirsi in una materia di esclusiva spettanza di sindacati e imprenditori (Tarifautonomie).

Il monito del Ministro è però curiosamente arrivato in concomitanza con le rivendicazioni della principale organizzazione sindacale del settore metalmeccanico ed elettronico, l’IG-Metall, che per l’anno in corso ha chiesto aumenti contrattuali nell’ordine del 6,5%, ufficializzando la propria richiesta nei vari Länder giovedì scorso. Sulla stessa linea anche Ver.di, il sindacato del pubblico impiego. La contrattazione collettiva nel settore metalmeccanico è di importanza strategica in Germania, perché da tempo funge da apripista per quella in tutti gli altri settori, anch’essi oggi impegnati in una girandola di rinnovi contrattuali. Da qualche tempo la CDU flirta infatti con il motto socialdemocratico, per cui ciascun lavoratore deve poter vivere della propria attività ed è persino arrivata a superare il tabù del salario minimo generalizzato per tutta la Germania. Non stupisce quindi più di tanto l’uscita della Von der Leyen, Ministro che più di altri ha legato la sua carriera politica al nome della signora Merkel.

Ma dalle associazioni datoriali e dagli ambienti liberali della CDU è arrivato l’altolà. La potente associazione delle imprese metalmeccaniche (Gesamtmetall) capitanata da Martin Kannegiesser, ha subito rispedito al mittente la richiesta, bollandola come «non comprensibile». Dall’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia (IW), istituto di ricerca economica finanziato dalla stessa Gesamtmetall, si ricorda invece che la moderazione salariale ha consentito negli anni di stabilizzare molti posti di lavoro e che gli aumenti salariali dovrebbero essere sempre indicizzati all’andamento della produttività.

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