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Italicum: Consulta prende tempo, decisione mercoledì

La decisione della Corte Costituzionale sull’Italicum arriverà mercoledì in tarda mattinata, “intorno alle 13-13,30”, secondo quanto comunicato dalla stessa segreteria della Consulta nel momento in cui sono terminate le arringhe degli avvocati e la corte ha iniziato a riunirsi in camera di consiglio. La riunione si protrarrà dunque sino a mercoledì mattina, quando sarà comunicata la decisione sulla legge elettorale approvata nel 2015 dal governo Renzi.

SU CHE COSA E’ CHIAMATA A PRONUNCIARSI LA CORTE

L’udienza, inizialmente fissata per il 4 ottobre e poi rinviata a dopo il referendum sulle riforme, deve pronunciarsi su 9 punti fondamentali della legge elettorale approvata nel 2015 e relativa solo all’elezione della Camera dei deputati. Quelli cruciali sono sempre stati considerati quelli relativi al premio di maggioranza e al ballottaggio: la norma prevede infatti che, senza alcuna soglia minima, vengano attribuiti comunque 340 seggi alla lista che ottiene, su base nazionale, almeno il 40% dei voti validi o, in mancanza, a quella che prevale in un turno di ballottaggio tra le due con il maggior numero di voti, esclusa ogni forma di collegamento tra liste o di apparentamento tra i due turni di votazione. Massima attenzione anche sulle pluricandidature: secondo l’Italicum i capilista possono presentarsi anche in 10 collegi per poi decidere in quale farsi eleggere (sempre che abbiano i voti necessari).

Ecco gli altri punti chiave:

– Liste candidati: La legge elettorale prevede che le liste dei candidati siano presentate in 20 circoscrizioni elettorali, suddivise in 100 collegi plurinominali, fatti salvi quelli uninominali nelle circoscrizioni Valle d’Aosta/Vallee d’Aoste e Trentino Alto Adige/Sudtirol, per le quali sono previste disposizioni particolari.

– Attribuzione seggi: i seggi sono attribuiti su base nazionale con il metodo dei quozienti interi e dei più alti resti.

– Soglia di sbarramento: accedono alla ripartizione dei seggi le liste che ottengono, su base nazionale, almeno il 3 per cento dei voti validi.

– Blocco misto liste e candidature: la legge prevede la composizione delle liste con un candidato bloccato e gli altri scelti con voto di preferenza.

– Soglia di sbarramento al Senato: questo punto si riferisce non all’Italicum ma al Testo unico per l’elezione del Senato, come modificato dalla legge Calderoli. Le norme prevedono, per l’elezione del Senato, soglie di sbarramento diverse da quelle previste per l’elezione della Camera.

– Entrata in vigore: tra le norme impugnate davanti alla Corte, quella secondo cui le nuove disposizioni per le elezioni della Camera dei deputati si applicano a decorrere dall’1 luglio 2016.

– Meccanismo di recupero proporzionale dei voti in Trentino Alto Adige: nella sola Regione Trentino Alto Adige possono essere assegnati tre seggi di recupero proporzionale a una lista non apparentata con alcuna lista nazionale o espressione della minoranza linguistica vincitrice in tale Regione.

CHI HA FATTO RICORSO

In tutto i ricorsi presentati sono stati 22, in particolare quelli relativi ai dubbi di costituzionalità sollevati da 5 tribunali (Trieste, Messina, Genova, Perugia e Torino) sui punti chiave della legge. Relatore della causa è il giudice Nicolò Zanon, docente di diritto costituzionale alla Statale di Milano, in passato assistente di Valerio Onida ed ex laico di centrodestra al Csm nominato alla Corte da Giorgio Napolitano nel novembre 2014. Tra i firmatari ci sono anche giuristi, associazioni, sigle sindacali e alcuni parlamentari della sinistra Pd.

CHE COSA SUCCEDE DOPO LA DECISIONE

Per il Senato, dopo il No al referendum sulla riforma costituzionale, è confermato il Consultellum, ovvero un sistema proporzionale con preferenze e soglia di sbarramento all’8%, venuto fuori da una sentenza della Corte del 2014 che ha dichiarato incostituzionale il precedente Porcellum, sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza e liste bloccate utilizzato in ben tre elezioni (2006, 2008 e 2013). La Consulta dichiarò l’illegittimità costituzionale parziale della legge, annullando innanzitutto il premio di maggioranza, ritenuto “distorsivo” della rappresentanza perché attribuito al partito o coalizione più votati senza l’obbligo di raggiungere una soglia minima di voti. Inoltre la Corte ha bocciato anche le liste bloccate, introducendo la possibilità di esprimere un voto di preferenza. Anche alla Camera, se l’Italicum dovesse essere bocciato si tornerà al proporzionale: si parla – soprattutto in seno al Partito democratico – di riesumare il Mattarellum (un maggioritario con collegi uninominali, attenuato con un quarto di seggi assegnati con il proporzionale) o di una nuova legge elettorale per omogeneizzare il sistema delle due Camere, come richiesto da quasi tutte le opposizioni. Ma non è detto che si arriverà ad una nuova legge coordinata, potrebbe essere sufficiente una leggina di raccordo tra Camera e Senato.

COME E QUANDO SI VA AL VOTO

Le forze politiche sono divise tra chi invoca le urne al più presto e chi, invece, sostiene che la sentenza della Consulta non si possa applicare automaticamente e che, quindi, occorrerà un’intesa in Parlamento per dar vita a una nuova legge elettorale, quanto più omogenea possibile tra Camera e Senato.

Di questo avviso è, ad esempio, il presidente del Senato, Pietro Grasso, mentre a spingere per una fine anticipata della legislatura con voto tra aprile e maggio sono l’ex premier Matteo Renzi, M5S e Lega. Proprio in quel periodo però ci sarà l’importante appuntamento del G7 di Taormina, il primo dell’era Trump (e di quello che sarà il nuovo presidente francese, eletto poche settimane prima), e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nella decisione ha un ruolo chiave, ha già fatto intendere che conta di arrivare a quella data con un governo nel pieno delle sue funzioni. L’alternativa è di votare dopo l’estate, ma tra i parlamentari c’è chi spinge per arrivare ad ottobre quando scatta il diritto al vitalizio e perciò non è da escludere una scadenza naturale della legislatura, al 2018.

A voler prendere tempo sono Forza Italia, i centristi e la minoranza Pd che, contrariamente al segretario del partito, frena e chiede un confronto ampio in Parlamento.

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