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Il cibo “salutare” vale 500 miliardi nel mondo e cresce ogni anno del 7%

Pixabay

Il cibo lavorato per risultare salutare ha prodotto nel 2021 un giro d’affari globale da 500 miliardi di dollari, che entro il 2027 arriverà a 745 miliardi, con un tasso di crescita del 6,9% annuo. Lo sostiene l’Area Studi di Mediobanca in un rapporto dedicato alla Nutraceutica (nutrizione + farmaceutica) e al cosiddetto “novel food”, categorie in cui rientrano diversi tipi di prodotti: da quelli senza zucchero a quelli privi lattosio, da quelli per celiaci (quindi senza glutine) alla carne sintetica, passando per i prodotti arricchiti, gli integratori, le farine d’insetti, i cibi vegani e quelli per l’infanzia.  

A brillare è soprattutto il comparto del cibo per il controllo del peso, che oggi vale da solo 214 miliardi di dollari, una cifra che potrebbe salire a 303 miliardi entro il 2027.

Seguono gli integratori alimentari (150 miliardi l’anno scorso e 237 attesi entro il 2027) e il cibo per l’infanzia (che dovrebbe crescere da 73 a 107 miliardi).

Per quanto riguarda il cibo vegano, nel 2021 produceva un giro d’affari da 25 miliardi di dollari, dovrebbero salire a 42 entro il 2027: in questo caso il tasso di crescita annuo sarebbe del 9%, il più alto quelli di tutti i settori.

La situazione in Italia

Se restringiamo lo sguardo all’Italia, nel 2020 la nutraceutica valeva circa 4,8 miliardi di euro.

La parte del leone spetta agli integratori alimentari, un mercato in cui l’Italia è regina in Europa e che cresce rapidamente: nel 2020 ha toccato quota 3,8 miliardi di euro (+9,2% sul 2008 e +2,9% sul 2019). Non solo: l’Italia dovrebbe rimanere leader in questo settore almeno fino al 2025, quando il fatturato degli integratori potrebbe raggiungere i 4,8 miliardi di euro, surclassando quelli registrati in Germania (3,6 miliardi) e in Francia (3,1 miliardi).

Completano il mercato italiano la nutrizione specializzata in senso stretto (con un giro d’affari da 700 milioni, di cui 400 milioni legati al cibo per celiaci) e il baby food (300 milioni di euro nel 2020).

L’impatto sull’ambiente dell’industria alimentare

Secondo alcune stime, la filiera alimentare è responsabile del 26% delle emissioni di gas serra (GHG) e di questa quota il 50% è riferibile alle attività di allevamento, a causa della deforestazione e della produzione di metano dai processi digestivi degli animali.

Anche le risorse idriche sono fortemente sollecitate dalle attività agricole e di allevamento, a cui è attribuito il 92% dei consumi globali di acqua dolce, contro l’8% assorbito dai consumi industriali e umani.

Infine, l’uso della terra: il 50% di quella abitabile è adibito ad attività agricole e di questo il 77% è destinato all’allevamento.

La filiera della produzione, lavorazione e trasporto di carne e uova produce il 56% delle emissioni e quella lattiero casearia il 27%, mentre il resto va ricondotto essenzialmente a frutta e vegetali.

L’ipotetica sostituzione nel 2035 della carne animale e delle uova con i loro surrogati vegetali porterebbe a una riduzione di emissioni pari a quelle prodotte in un anno dal Giappone, in quanto i sostituti vegetali comportano emissioni pari a un ventesimo di quelle relative alla carne bovina da allevamento, a un decimo di quella avicola e a un nono di quella suina.

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