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Mediobanca, Italy's IV Capitalism will grow in 2026 thanks to exports, but the skills issue remains.

The Mediobanca Research Department paints a confident picture of Italy's IV Capitalism heading into 2026: 62% of companies expect an increase in turnover and 58% expect growth in exports. Quality and branding support competitiveness, but tariffs, costs, and the difficulty of finding qualified personnel weigh on them.

Mediobanca, Italy's IV Capitalism will grow in 2026 thanks to exports, but the skills issue remains.

Nonostante dazi, tensioni geopolitiche e uno scenario economico ancora incerto, il IV Capitalismo italiano non rallenta e punta sulla growth. Le imprese prevedono un 2026 positivo, con il fatturato sostenuto soprattutto dall’export e da un modello competitivo fondato su qualità, personalizzazione e forza del brand. Restano però alcune challenges aperte: dai Costs produttivi alla difficoltà di trovare lavoratori qualificati, il capitale umano diventa la partita decisiva per il futuro.

È quanto emerge dall’analisi dell’Mediobanca Studies Area, che da anni monitora le dinamiche delle medie imprese italiane e della prima fascia delle grandi aziende manifatturiere.

Il cosiddetto IV Capitalismo comprende imprese con una forza lavoro tra 50 e 499 dipendenti e un volume di vendite 2024 compreso tra 19 e 415 milioni di euro, oltre alle grandi aziende con più di 499 dipendenti e/o un fatturato fino a 3 miliardi di euro. Si tratta soprattutto di realtà manifatturiere a controllo familiare italiano, protagoniste della crescita industriale del Paese.

L’indagine congiunturale, previsionale e strutturale avviata da Mediobanca dal 2022 ha coinvolto quest’anno 4.350 aziende, che rappresentano il 29% delle vendite e il 21% della forza lavoro dell’intera manifattura italiana. Le risposte sono arrivate da 504 imprese, rappresentative del 16% del fatturato complessivo del IV Capitalismo italiano.

Nel 2026 atteso un aumento del fatturato: trainano le esportazioni

Le perspectives remain reviews: il 62% delle imprese prevede un aumento del fatturato nel 2026, il 18% stabilità e il 20% una contrazione.

A sostenere la crescita saranno soprattutto i foreign markets: il 58% delle aziende prevede un aumento dell’export, contro il 26% che stima stabilità e il 16% un calo. Nel complesso, il fatturato dovrebbe crescere del +2,5%, grazie soprattutto alle exports (+3%) e, in misura minore, al mercato interno (+1,7%).

Le imprese restano però condizionate da uno scenario internazionale complesso: l’81,9% chiede un miglioramento del contesto globale per sostenere lo sviluppo nel biennio 2026-2027, il 56,2% indica la riduzione dei costi produttivi come priorità e il 41,3% richiama la necessità di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro.

Qualità, brand e personalizzazione: il nuovo vantaggio competitivo

La forza del IV Capitalismo non si basa più solo sul prezzo, ma sulla capacità di offrire prodotti distintivi e ad alto valore aggiunto. Per il 65% delle imprese la Customization dell’offerta è il principale fattore competitivo, seguita dalla brand strength (56%) and from quality of products (47%), che permette strategie di premium pricing. Rilevanti anche le competenze del personale (45,5%), l’innovazione tecnologica (34,8%) e la diversificazione dei mercati (32,3%). Più marginali invece prezzo di vendita (22%), rete distributiva (13,2%) e sostenibilità ambientale (10,9%). Negli ultimi due anni le imprese hanno puntato soprattutto sulla difesa dei margini e della competitività (65,9%), sul rafforzamento del brand (41,9%) e sull’ampliamento della gamma di prodotti e servizi (39,7%).

Dazi Usa, le imprese scelgono la difesa del mercato

Il rapporto evidenzia anche l’impatto delle politiche protezionistiche americane. il 57% delle imprese del IV Capitalismo esporta negli Stati Uniti. Di fronte alle politiche protezionistiche americane, la strategia più diffusa è stata difendere il proprio posizionamento senza modificare i prezzi.

Il 45,7% delle aziende esportatrici verso gli Usa ha mantenuto invariati i listini senza ridurre i volumi venduti, mentre il 29,6% ha mantenuto i prezzi accettando una diminuzione delle quantità esportate. Il 16,6% ha invece scelto di diversificare verso mercati alternativi. Più limitate le strategie strutturali, come l’apertura di stabilimenti negli Stati Uniti (6,3%) o le triangolazioni commerciali tramite Paesi terzi (3,6%).

La vera emergenza resta il capitale umano

Se le prospettive economiche restano positive, il principale ostacolo riguarda il work. L’86% delle imprese segnala difficoltà nel reperire le figure necessarie.

Il problema principale è il divario tra competenze disponibili e fabbisogni aziendali (60%), seguito dalla lack of candidates (51%). I profili più difficili da trovare sono soprattutto runners (73%) and skilled workers (69,9%). Per colmare il gap, il 76% delle imprese ricorre anche a personale straniero, che rappresenta mediamente il 14% della forza lavoro. Nel 35,4% dei casi questa scelta risponde alla difficoltà di trovare lavoratori italiani per attività più gravose o meno attrattive, mentre nel 16,2% serve a compensare il divario di competenze. Il minor costo del lavoro resta invece una motivazione marginale (1,9%).

Giovani talenti, la nuova sfida delle imprese familiari

Attrarre giovani lavoratori è diventata una priorità. Negli ultimi cinque anni il 42% delle assunzioni ha riguardato under 35, ma poco più del 60% di questi lavoratori è ancora in azienda. L’86% delle imprese ritiene di avere una buona capacità di attrazione verso i giovani, ma individua alcune critical issues: minore flessibilità percepita (42,4%), poche opportunità di crescita professionale (35,6%) e welfare insufficiente (34,3%). Per rispondere alla sfida, oltre la metà delle aziende punta su welfare e benefit (51,5%) e su formazione e aggiornamento delle competenze (51%). Seguono incentivi legati al merito (39,7%), maggiore autonomia (33,8%) e lavoro agile o flessibilità (26,2%).

Crescono anche strumenti come onboarding e mentoring (21,5%), mobilità interna (20,5%) e coinvolgimento dei giovani nei processi aziendali (18,5%).

La size familiar resta centrale: il 63% delle imprese è controllato da una sola famiglia o persona fisica, mentre il 22% da più soggetti legati da rapporti di parentela. Il 52% delle aziende è alla seconda generazione imprenditoriale, il 28% è ancora guidato dal fondatore, il 14% è arrivato alla terza generazione e il restante 6% alle generazioni successive. Il ricambio della leadership è completato nel 33,3% dei casi, in corso nel 14,5% e programmato nei prossimi due anni dal 13,5% delle imprese. Tra le difficoltà principali emergono la resistenza al cambiamento della generazione precedente (50,4%), il disinteresse degli eredi verso la gestione (34,6%) e la mancanza di competenze professionali (31,1%).

Apertura del capitale: interesse, ma senza perdere il controllo

L’ingresso di nuovi investitori resta una scelta valutata con prudenza. Il 17,2% delle imprese manifesta interesse immediato, il 42,1% considera questa possibilità con cautela, mentre il 40,7% preferisce mantenere indipendenza e autonomia.

Quando viene presa in considerazione, l’apertura del capitale serve soprattutto a sostenere la growth attraverso acquisizioni (56,7%), finanziare gli investimenti (40,4%) e introdurre competenze manageriali esterne alla famiglia (34,1%). Il partner ideale è soprattutto industriale (69,9%), con una visione di lungo periodo (67,4%) e capacità strategiche e manageriali (51,1%).

Nord e Sud, fiducia diffusa ma con strategie diverse

Le expectations per il 2026 sono positive in tutte le aree del Paese. Il northwest registra la crescita attesa più alta del fatturato (+3,3%), mentre il Sud e le Isole mostrano la maggiore crescita prevista dell’export (+6,3%).

In North East coast la spinta arriverà soprattutto dai mercati esteri (+2,5%), mentre il mercato interno crescerà dello 0,6%. Al Centro la crescita sarà più equilibrata, con domanda interna a +1,6% ed export a +2,1%. La difficoltà nel trovare personale resta però comune a tutti i territori: riguarda l’87% delle imprese del Northwest, l’88% del Nord Est, l’80% del Centro e l’83% del South e Islands.

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