Nonostante dazi, tensioni geopolitiche e uno scenario economico ancora incerto, il IV Capitalismo italiano non rallenta e punta sulla growth. Le imprese prevedono un 2026 positivo, con il fatturato sostenuto soprattutto dall’export e da un modello competitivo fondato su qualità, personalizzazione e forza del brand. Restano però alcune challenges aperte: dai Costs produttivi alla difficoltà di trovare lavoratori qualificati, il capitale umano diventa la partita decisiva per il futuro.
È quanto emerge dall’analisi dell’Mediobanca Studies Area, che da anni monitora le dinamiche delle medie imprese italiane e della prima fascia delle grandi aziende manifatturiere.
Il cosiddetto IV Capitalismo comprende imprese con una forza lavoro tra 50 e 499 dipendenti e un volume di vendite 2024 compreso tra 19 e 415 milioni di euro, oltre alle grandi aziende con più di 499 dipendenti e/o un fatturato fino a 3 miliardi di euro. Si tratta soprattutto di realtà manifatturiere a controllo familiare italiano, protagoniste della crescita industriale del Paese.
L’indagine congiunturale, previsionale e strutturale avviata da Mediobanca dal 2022 ha coinvolto quest’anno 4.350 aziende, che rappresentano il 29% delle vendite e il 21% della forza lavoro dell’intera manifattura italiana. Le risposte sono arrivate da 504 imprese, rappresentative del 16% del fatturato complessivo del IV Capitalismo italiano.
Nel 2026 atteso un aumento del fatturato: trainano le esportazioni
Le perspectives remain reviews: il 62% delle imprese prevede un aumento del fatturato nel 2026, il 18% stabilità e il 20% una contrazione.
A sostenere la crescita saranno soprattutto i foreign markets: il 58% delle aziende prevede un aumento dell’export, contro il 26% che stima stabilità e il 16% un calo. Nel complesso, il fatturato dovrebbe crescere del +2,5%, grazie soprattutto alle exports (+3%) e, in misura minore, al mercato interno (+1,7%).
Le imprese restano però condizionate da uno scenario internazionale complesso: l’81,9% chiede un miglioramento del contesto globale per sostenere lo sviluppo nel biennio 2026-2027, il 56,2% indica la riduzione dei costi produttivi come priorità e il 41,3% richiama la necessità di ridurre il cuneo fiscale sul lavoro.
Qualità, brand e personalizzazione: il nuovo vantaggio competitivo
La forza del IV Capitalismo non si basa più solo sul prezzo, ma sulla capacità di offrire prodotti distintivi e ad alto valore aggiunto. Per il 65% delle imprese la Customization dell’offerta è il principale fattore competitivo, seguita dalla brand strength (56%) and from quality of products (47%), che permette strategie di premium pricing. Rilevanti anche le competenze del personale (45,5%), l’innovazione tecnologica (34,8%) e la diversificazione dei mercati (32,3%). Più marginali invece prezzo di vendita (22%), rete distributiva (13,2%) e sostenibilità ambientale (10,9%). Negli ultimi due anni le imprese hanno puntato soprattutto sulla difesa dei margini e della competitività (65,9%), sul rafforzamento del brand (41,9%) e sull’ampliamento della gamma di prodotti e servizi (39,7%).
Dazi Usa, le imprese scelgono la difesa del mercato
Il rapporto evidenzia anche l’impatto delle politiche protezionistiche americane. il 57% delle imprese del IV Capitalismo esporta negli Stati Uniti. Di fronte alle politiche protezionistiche americane, la strategia più diffusa è stata difendere il proprio posizionamento senza modificare i prezzi.
Il 45,7% delle aziende esportatrici verso gli Usa ha mantenuto invariati i listini senza ridurre i volumi venduti, mentre il 29,6% ha mantenuto i prezzi accettando una diminuzione delle quantità esportate. Il 16,6% ha invece scelto di diversificare verso mercati alternativi. Più limitate le strategie strutturali, come l’apertura di stabilimenti negli Stati Uniti (6,3%) o le triangolazioni commerciali tramite Paesi terzi (3,6%).
La vera emergenza resta il capitale umano
Se le prospettive economiche restano positive, il principale ostacolo riguarda il work. L’86% delle imprese segnala difficoltà nel reperire le figure necessarie.
Il problema principale è il divario tra competenze disponibili e fabbisogni aziendali (60%), seguito dalla lack of candidates (51%). I profili più difficili da trovare sono soprattutto runners (73%) and skilled workers (69,9%). Per colmare il gap, il 76% delle imprese ricorre anche a personale straniero, che rappresenta mediamente il 14% della forza lavoro. Nel 35,4% dei casi questa scelta risponde alla difficoltà di trovare lavoratori italiani per attività più gravose o meno attrattive, mentre nel 16,2% serve a compensare il divario di competenze. Il minor costo del lavoro resta invece una motivazione marginale (1,9%).
Giovani talenti, la nuova sfida delle imprese familiari
Attrarre giovani lavoratori è diventata una priorità. Negli ultimi cinque anni il 42% delle assunzioni ha riguardato under 35, ma poco più del 60% di questi lavoratori è ancora in azienda. L’86% delle imprese ritiene di avere una buona capacità di attrazione verso i giovani, ma individua alcune critical issues: minore flessibilità percepita (42,4%), poche opportunità di crescita professionale (35,6%) e welfare insufficiente (34,3%). Per rispondere alla sfida, oltre la metà delle aziende punta su welfare e benefit (51,5%) e su formazione e aggiornamento delle competenze (51%). Seguono incentivi legati al merito (39,7%), maggiore autonomia (33,8%) e lavoro agile o flessibilità (26,2%).
Crescono anche strumenti come onboarding e mentoring (21,5%), mobilità interna (20,5%) e coinvolgimento dei giovani nei processi aziendali (18,5%).
La size familiar resta centrale: il 63% delle imprese è controllato da una sola famiglia o persona fisica, mentre il 22% da più soggetti legati da rapporti di parentela. Il 52% delle aziende è alla seconda generazione imprenditoriale, il 28% è ancora guidato dal fondatore, il 14% è arrivato alla terza generazione e il restante 6% alle generazioni successive. Il ricambio della leadership è completato nel 33,3% dei casi, in corso nel 14,5% e programmato nei prossimi due anni dal 13,5% delle imprese. Tra le difficoltà principali emergono la resistenza al cambiamento della generazione precedente (50,4%), il disinteresse degli eredi verso la gestione (34,6%) e la mancanza di competenze professionali (31,1%).
Apertura del capitale: interesse, ma senza perdere il controllo
L’ingresso di nuovi investitori resta una scelta valutata con prudenza. Il 17,2% delle imprese manifesta interesse immediato, il 42,1% considera questa possibilità con cautela, mentre il 40,7% preferisce mantenere indipendenza e autonomia.
Quando viene presa in considerazione, l’apertura del capitale serve soprattutto a sostenere la growth attraverso acquisizioni (56,7%), finanziare gli investimenti (40,4%) e introdurre competenze manageriali esterne alla famiglia (34,1%). Il partner ideale è soprattutto industriale (69,9%), con una visione di lungo periodo (67,4%) e capacità strategiche e manageriali (51,1%).
Nord e Sud, fiducia diffusa ma con strategie diverse
Le expectations per il 2026 sono positive in tutte le aree del Paese. Il northwest registra la crescita attesa più alta del fatturato (+3,3%), mentre il Sud e le Isole mostrano la maggiore crescita prevista dell’export (+6,3%).
In North East coast la spinta arriverà soprattutto dai mercati esteri (+2,5%), mentre il mercato interno crescerà dello 0,6%. Al Centro la crescita sarà più equilibrata, con domanda interna a +1,6% ed export a +2,1%. La difficoltà nel trovare personale resta però comune a tutti i territori: riguarda l’87% delle imprese del Northwest, l’88% del Nord Est, l’80% del Centro e l’83% del South e Islands.
