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Corte Ue: Italia deve estendere cassa integrazione anche a dirigenti

Anche per i dirigenti deve essere applicata la normativa che regola la mobilità e la messa in cassa integrazione, e l’Italia non avendo mai previsto una simile equiparazione ha violato il diritto comunitario. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea, rilevando come la legislazione nazionale “esclude illecitamente” i dirigenti dalla procedura di mobilità regolata dalla direttiva comunitaria sui licenziamenti collettivi.

A livello giuridico il codice civile italiano (articolo 2095) distingue quattro categorie di lavoratori: dirigenti, quadri, impiegati ed operai. Ma il nostro paese con la legge per l’attuazione della direttiva comunitaria in materia di licenziamento collettivo si riferisce agli operai, agli impiegati e ai quadri, escludendo i dirigenti. La Commissione europea ha quindi chiesto spiegazioni in merito, ritenendo che anche la categoria dei dirigenti comprende persone inserite in un rapporto di lavoro. Per l’esecutivo comunitario la direttiva in questione non risulta correttamente recepita dalla legge italiana, dato che la normativa comunitaria “si estende a tutti i lavoratori senza eccezione” mentre a livello nazionale si ammette a beneficiare delle garanzie previste unicamente gli operai, gli impiegati e i quadri.

Nel 2008 la Commissione ha quindi fatto ricorso all’organismo di Lussemburgo, che dopo oltre cinque anni ha posto fine a un contenzioso che vede l’Italia riconosciuta come inadempiente. La Corte di giustizia dell’Ue ritiene infatti che l’Italia “avendo escluso con la legge 223/1991 la categoria dei dirigenti dall’ambito di applicazione della procedura prevista dalla direttiva 98/59/CE sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi, l’Italia è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti”.

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