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Arriva l’olio ricavato dagli uliveti monumentali del Parco Archeologico di Selinunte

FIRSTonline - Lorenzo Gennari

Dopo i vigneti di Pompei e Boscoreale, delle aree archeologiche di Stabia, dopo il vigneto della Vigna Barberini, sul Colle Palatino, nel cuore del Parco archeologico del Colosseo, dopo l’olio dell’antica Pompei messo in bottiglia per sostenere la candidatura della cucina italiana a patrimonio dell’Unesco e le coltivazioni di cereali, farro monococco e frumento Piave nell’area archeologica di Altino (Venezia),  d’ora in poi si potrà assaggiare l’olio degli antichi greci del Parco archeologico di Selinunte

Un prodotto che sarà certificato biologico e sarà confezionato in latte che riporteranno la dicitura “olio da uliveti monumentali”. L’operazione di cura e ripristino della produttività di questi alberi secolari è l‘azienda agricola Centonze di Castelvetrano che dallo scorso anno ha rimesso in produzione gli ulivi della cultivar Nocellara del Belìce e che ha ottenuto l’affidamento per sei anni della gestione dell’uliveto. L’uliveto delle rovine di Selinunte si sviluppa su tre appezzamenti per un totale di 18 ettari che ospitano 1.500 alberi e hanno avuto bisogno di un intervento radicale per quanto riguarda la pulizia dell’areale da tronchi e rami secchi e la potatura. “Per noi coltivare gli ulivi del Parco archeologico è come chiudere una filiera” – spiega Nino Centonze – “proprio perché dentro la nostra azienda a pochi chilometri da Selinunte, si trovano le latomie da dove veniva estratta la roccia per i templi. Così combiniamo un buon prodotto offrendo ai nostri clienti anche la visita a questo territorio straordinario”.

Non solo olio, piantati anche grani antichi come Tumminia, Maiorca, Perciasacchi

Nel Parco archeologico più grande d’Europa da anni si moltiplicano le iniziative per rimettere in produzione gli spazi verdi incolti. Ampi lotti di seminativo nella zona della Malophoros vengono gestiti dal consorzio “G.P. Ballatore” e custoditi dal mugnaio castelvetranese Filippo Drago che ha piantato antichi grani (tumminia, maiorca, perciasacchi) per poi farne farina e pasta a marchio Selinunte. Da un anno, invece, è stato dato spazio anche all’apicoltore Vito Salluzzo che dentro il Parco ha posizionato 40 arnie di api.

Analoga impresa è stata portata avanti anche nel Parco Archeologico di Segesta che dista 60 chilometri da quello di Selinunte.

A Segesta sono stati raccolti 300 chili di olive da cui sono stati ricavatati 100 litri d’olio., Si tratta del frutto di 25 alberi di ulivo che versavano in stato di abbandono e che da quest’anno, grazie all’attenzione della direttrice del Parco, Rossella Giglio, sono stati curati e “messi a reddito” nella logica di recupero e custodia di quel paesaggio che, insieme alle vestigia monumentali, contribuisce a rendere l’area archeologica di Segesta un luogo di bellezza senza tempo.

I primi 300 chili di olive del Parco Archeologico di Segesta hanno prodotto 100 litri di olio

“I nostri parchi archeologici – sottolinea l’assessore ai Beni Culturali, Alberto Samonà – si trovano in contesti ambientali che il tempo sembra non aver mutato. Oggi il visitatore ha la possibilità di scoprire luoghi unici al mondo in cui archeologia e paesaggio diventano un tutt’uno. Il recupero, oltre che del patrimonio monumentale anche di quello ambientale, è un segno dell’attenzione che la direzione del Parco archeologico di Segesta, in linea con gli indirizzi del governo regionale, sta prestando al contesto paesaggistico recuperandone, gradatamente, la piena fruibilità e bellezza. Dopo il grano di Selinunte, il vino e l’olio del Parco della Valle dei Templi di Agrigento, l’olio di Segesta rappresenta il segno di uno sguardo nuovo, attraverso il recupero di una dimensione agricola del territorio, che ci viene raccontata anche dalla storia”.

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