X

Ue, nuove regole per gli appalti pubblici

FIRSTonline

Cambiano le regole per gli appalti pubblici europei, e anche per quelli nazionali di maggiore consistenza (dai 5 milioni in su). Inoltre, sempre in tema di appalti, va avanti la proposta di piantare qualche “paletto” in difesa delle imprese made in UE. E per la prima volta si stabilisce una forma di regolamentazione europea per i contratti di concessione. Lo ha deciso l’Europarlamento in chiusura della sessione plenaria di questa settimana a Strasburgo con l’approvazione di un “pacchetto” di provvedimenti che, pur se scaglionati nel tempo, sono destinati a modificare sensibilmente, in chiave di trasparenza efficienza e semplificazione, il settore degli appalti pubblici e delle concessioni di beni e servizi.

La modifica delle norme che regolano gli appalti è una delle priorità elencate nel Single Market Act I (l’Atto per il mercato unico n.1) per sbloccare il potenziale di sviluppo dell’economia europea ed è anche una delle componenti-chiave della strategia UE 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, ossia dell’obiettivo che l’Unione europea si è proposta di raggiungere entro la fine del decennio attuale.

La constatazione poi del fatto che in Europa le amministrazioni pubbliche destinano circa il 18% del prodotto interno lordo dell’intera UE alla realizzazione di opere pubbliche e all’acquisto di beni e servizi – si sottolinea nei Palazzi di Bruxelles e di Strasburgo – porta a considerare gli appalti pubblici una potente leva per raggiungere obiettivi economici e sociali di grande rilievo per cinquecento e passa milioni di cittadini europei. E per questo motivo i criteri e le modalità di assegnazione degli appalti – aggiungono gli addetti ai lavori delle due capitali dell’Unione europea – devono essere assolutamente trasparenti, assicurare parità di trattamento per tutti coloro che partecipano alle gare e garantire che il denaro dei contribuenti sia impiegato nel modo più efficace possibile.

Le nuove regole sono fondate, spiegano all’Europarlamento, sul principio del “most economically advantageous tender”, cioè testualmente “l’offerta economicamente più vantaggiosa”. Una definizione in cui l’avverbio “economicamente” può trarre in inganno poiché in realtà in quella formuletta sono racchiusi invece i criteri che devono determinare la selezione dei progetti presentati a un appalto pubblico: la tutela dell’ambiente, gli aspetti sociali, le caratteristiche innovative, l’esperienza delle persone coinvolte nella realizzazione dell’appalto, l’eventuale offerta di servizi post-vendita o di assistenza tecnica; senza trascurare gli aspetti finanziari come il prezzo o i costi del ciclo di vita delle opere, dei beni e dei servizi oggetto dell’appalto.

Un altro degli obiettivi che la nuova normativa si propone di raggiungere è un più elevato livello di semplificazione delle procedure connesse con la partecipazione agli appalti: sia per ridurre i costi a carico delle imprese sia per consentire anche alle piccole e medie aziende la possibilità di prender parte alle gare per l’assegnazione di un appalto. In questo senso, è prevista la messa a punto di un documento unico, in tutte le lingue dell’UE, valido per partecipare a ogni tipo di appalto, da riempire poi con le autocertificazioni relative ai documenti richiesti. La cui presentazione in originale sarà richiesta esclusivamente ai vincitori dell’appalto. Complessivamente la riduzione degli oneri connessi alla partecipazione a una gara di appalto sarà, prevedono i relatori delle direttive, di almeno l’80%. D’altra parte però la nuova normativa prevede regole più rigorose per i subappalti, che non devono diventare “accorgimenti truffaldini per aggirare il rispetto di norme di legge”, principalmente quelle riguardanti la tutela del lavoro.

“Queste nuove regole – è il commento di Marc Tarabella, l’eurodeputato belga del gruppo parlamentare dei socialisti e dei democratici, relatore della direttiva riguardante gli appalti – inviano un segnale forte ai cittadini europei, che hanno il diritto di vedere il denaro pubblico impiegato nel rispetto di criteri di efficienza”. E un po’ retoricamente aggiunge che “i nuovi criteri porranno fine alla dittatura del prezzo più basso”.

Anche per i contratti di concessione, che sinora non sono stati sottoposti a una normativa specifica, varranno le stesse regole degli appalti pubblici. La caratteristica delle concessioni è che si tratta di accordi liberamente stipulati a trattativa privata fra un’amministrazione pubblica e un’impresa. Questi contratti inoltre sono molto complessi, a lungo termine e di valore particolarmente elevato. La mancanza di regole chiare valide nell’intera UE ha determinato, secondo le istituzioni europee, una crescente incertezza giuridica e ha ostacolato la completa liberalizzazione dei servizi attraverso i Paesi membri dell’UE. Questo ha provocato distorsioni nel funzionamento del mercato unico; inoltre gli operatori economici, in particolare le PMI, sono stati oggetto di limitazioni nel godimento dei diritti assicurati dallo stesso mercato unico e hanno perduto importanti opportunità di business.

Il relatore della direttiva sui contratti di concessione, il francese Philippe Juvin, del Partito popolare europeo, osserva che anche in riferimento a questo tema “le nuove norme sono importanti”. Poiché, chiarisce, “contribuiscono alla creazione di un ambiente economico in cui, grazie alla accresciuta trasparenza delle regole del gioco, tutti i soggetti coinvolti (istituzioni pubbliche, operatori economici, cittadini), potranno ricavare qualche beneficio”.

Sui contenuti delle tre direttive appena licenziate a Strasburgo, nel giugno scorso il Parlamento aveva già raggiunto un accordo con il Consiglio, l’organo in cui sono rappresentati i governi dei 28 Stati membri UE. Questo vuol dire che l’iter legislativo dei provvedimenti in questione si è sostanzialmente concluso: manca soltanto l’adozione formale da parte del Consiglio. Ma affinché le nuove norme possano entrare in vigore, trattandosi di direttive, è necessaria la loro trasposizione nelle legislazioni nazionali, operazione che i Parlamenti dei Paesi membri dovranno effettuare entro due anni al massimo.

Invece, per quel che riguarda il regolamento relativo alla partecipazione di imprese di Paesi terzi ad appalti pubblici europei, dovrà essere approfondito il confronto fra Europarlamento e Consiglio; e anche precisata meglio la linea dell’Assemblea di Strasburgo. Che comunque nella sessione che si è appena conclusa ha espresso un voto a favore della proposta con la quale si intende limitare la partecipazione di imprese non UE agli appalti di maggiore entità (dai cinque milioni in su), oltre che di quelli in cui la quota in capo a queste imprese superi il 50% del valore dell’appalto, soltanto a quelle appartenenti a Paesi terzi che abbiano stipulato accordi commerciali con l’Unione europea.

Una condizione di reciprocità, questa, motivata dal fatto che – affermano i sostenitori della limitazione proposta – l’85% dei mercati degli appalti pubblici nell’UE sono “potenzialmente aperti agli offerenti internazionali”. Più o meno il triplo rispetto al 32% negli Stati Uniti e al 28% in Giappone. Questa posizione dovrà però confrontarsi con quella di una significativa minoranza parlamentare che teme possibili ritorsioni da parte dei partner commerciali dell’UE oltre un appannamento dell’immagine di un’Europa in prima linea nel processo di liberalizzazione degli scambi commerciali e quindi fiera oppositrice del protezionismo. Per questi motivi a Bruxelles e a Strasburgo è largamente condivisa la previsione di chi ritiene che per la messa a punto di questo regolamento, l’ineludibile intesa con il Consiglio e il voto conclusivo in Parlamento sarà necessario oltrepassare le elezioni europee di maggio.

Related Post
Categories: News