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Ue, Bratislava al via: migranti e crescita nel primo vertice post Brexit

Milleduecento giornalisti accreditati e tv da tutta Europa, e non solo, stanno per assediare il castello di Bratislava. L’attesa c’è, ma la sostanza sembra di là da venire. Di cosa si vuole discutere il 16 nel primo vertice informale a 27 dopo il risultato negativo del referendum inglese?

Tutti o quasi negano che si parlerà di Brexit. Ma la realtà è che l’ombra dell’Inghilterra condizionerà, molto di più di quanto avveniva prima, il dibattito europeo poiché lo strappo di Londra è avvenuto su un tema, l’immigrazione, su cui tutti si stanno oggi confrontando.

Già la mossa del governo di Sua Maestà di erigere un bel muro a Calais (con l’ovvio sostegno e accordo di Parigi) fa comprendere come i cattivi esempi continuino a influenzare le opinioni pubbliche europee. Ed in effetti tutti oggi guardano con preoccupazione un po’ più in là, al 2 ottobre e 4 dicembre, quando ungheresi e austriaci rispettivamente saranno chiamati alle urne.

Austria e Ungheria al voto
Il 2 ottobre a Budapest si terrà il referendum sul rifiuto del sistema delle quote di rifugiati proposto dalla Commissione. Fatto che in realtà nasconde un’insidia ben più grande: quella di respingere in toto il metodo comunitario di voto a maggioranza nel Consiglio dei ministri e dell’approvazione del Parlamento europeo, che con questa procedura democratica avevano varato l’iniziativa della Commissione, che oggi Budapest vuole respingere. E c’è da scommettere che i risultati daranno ragione al razzista Viktor Orban

In Austria, dove il voto previsto per il 2 ottobre è stato posticipato al 4 dicembre, si rigioca la partita presidenziale e i sondaggi danno fino ad oggi in testa un altro dichiarato razzista, Norbert Hofer. Aggiungiamo a questo clima la sconfitta di Angela Merkel nel Mecklenburg ad opera degli ancora-più-razzisti rappresentanti di Alleanza per la Germania e il quadro che ne risulta è quanto di più preoccupante si possa immaginare. L’anima dell’Europa sta perdendosi proprio nel suo cuore e solo un soprassalto di rinnovato impegno per l’Unione può bloccare la frana.

Nessuna proposta di rafforzamento post-Brexit
Ma a Bratislava si arriva con lo spirito giusto? C’è da dubitarne. Nessuno, neppure la Germania, se la sente di avanzare grandi disegni. Nessuna proposta istituzionale di rafforzamento dell’Unione in risposta alla Brexit sembra farsi strada, anche se diversi centri di studio europei, fra cui lo IAI in cooperazione con il CSF hanno diligentemente sfornato idee e proposte concrete sui nodi politico-istituzionali da affrontare.

Neppure l’iniziativa italiana di riattribuire una responsabilità primaria ai Sei fondatori sembra avere la forza di concretizzarsi. Né le simbologie renziane di ridare anima all’Unione con il varo del progetto Ventotene riescono per ora ad andare al di là delle buone intenzioni.

Se questa è la situazione reale nell’Europa dei 27, a Bratislava ci si muoverà con enorme prudenza e solo su argomenti che possano mettere d’accordo tutti, almeno a parole. Poiché nelle preoccupazioni dei cittadini i temi prioritari sono immigrazione e terrorismo, con qualche accenno anche all’incertezza economica, la questione sul tappeto è quella della sicurezza. O meglio, per usare le parole del Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, la responsabilità dell’Ue è di “protezione” dei propri cittadini. Discorso che non fa una piega, sempre che poi ci siano anche proposte concrete sul tappeto.

Sicurezza dalle immigrazioni e lotta al terrorismo
Quale sicurezza dunque? In questi giorni si parla del piano franco-tedesco nel campo della difesa, volto ad avviare una specie di cooperazione strutturata permanente, come previsto dal Trattato di Lisbona (art. 42 e 46). Si propone addirittura la creazione di un quartiere generale comune, tema che fino a qualche tempo fa era assolutamente da evitare, per il coordinamento delle missioni ed iniziative dell’Ue.

Emerge quindi l’idea di una specie di “Schengen della Difesa” come proposto anche dai nostri ministri degli Esteri e Difesa, Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti, qualche mese fa. Un gruppo di paesi “willing and able”, che si assumerebbero il compito di agire da avanguardia, lasciando il tempo agli incerti di aderire o meno a questo primo nucleo.

Apparentemente la proposta potrebbe interessare anche i paesi dell’Est Europa che su tutto il resto, immigrazioni e poteri di Bruxelles, sono invece sulla difensiva. Tuttavia sullo sfondo rimane la loro scarsa fiducia sulla credibilità dei progetti europei di difesa, in un momento in cui si sentono più che mai esposti di fronte al risveglio dell’Orso russo.

La loro propensione va ancora alla Nato, più attrezzata e impegnata a creare strutture in funzione antirussa. Bisognerà quindi vedere quale è la reale volontà di Francia e Germania di portare avanti con determinazione questo ennesimo progetto di difesa europea.

Tutti sembrano infatti rendersi conto, anche ad est, che il futuro della la Nato non è per nulla sicuro, soprattutto nel caso di vittoria di Donald Trump che già dichiara di volersene disinteressare e che strizza l’occhio a Putin. Se quindi la difesa comune sarà in ogni caso sul tavolo, bisognerà in seguito valutare se anche questo piano non sia destinato ad essere presto accantonato come è successo troppe volte in passato.

Vi sono poi altri aspetti sul tema della sicurezza. Sicurezza dalle immigrazioni, in primo luogo. Le proposte già ci sono: costituire una forza di frontiera comune, ma da schierare dove? Sui confini dell’Ue si dice. Ma come si difendono i confini di Grecia e Italia?

L’esperienza ci ha fatto comprendere che l’immigrazione si blocca portando la frontiera nei Paesi di transito o origine. È stato così nel ‘98 con l’Albania, quando l’Ue sotto guida italiana, ha occupato i porti di quel Paese. Succede oggi con la Turchia che trattiene i rifugiati all’interno del proprio territorio.

Ma che cosa si fa con la Libia? L’operazione Sophia giunta alla sua seconda fase non ha dato certo risposte soddisfacenti. Finché non si potranno occupare le coste libiche da cui partono i disperati, essa sembra più una missione di salvataggio che di distruzione delle reti di trafficanti.

L’altra preoccupazione riguarda la lotta al terrorismo. Si parla da decenni di intelligence europea, di Europol più efficace e di uso coordinato degli strumenti, anche informatici, di contrasto al terrorismo. Ma anche se ciò si realizzasse (e vi è da dubitarne) bisognerebbe dare vita anche ad un’unica procura europea, a mandati di cattura comuni e ad estradizioni immediate. Di là da venire.

Per di più il terrorismo, soprattutto quello a carattere territoriale dell’autoproclamatosi “stato islamico”, si combatte anche con strumenti di proiezione militare al di fuori dei confini dell’Ue. Inutile illudersi che ad operare in questa direzione siano sempre e quasi solo gli Usa. L’Ue deve assumersi responsabilità dirette e comuni e non attraverso i singoli Paesi (sempre i soliti).

Si dice che Bratislava sarà solo l’inizio di una road map che attraverso Malta, in febbraio, ci porterà a Roma nel marzo del prossimo anno alle celebrazioni per il 60° dei Trattati. Ecco, vorremmo augurarci che non si trattasse solo di celebrazioni, ma di atti concreti. Le celebrazioni sono troppo spesso dedicate ai morti!

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