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Rinnovabili: investimenti boom ma tre quarti sono all’estero

FIRSTonline

Crescono gli investimenti italiani nelle rinnovabili: nel 2016 hanno raggiunto quota 7,2 miliardi (+11%) ma quasi tre quarti di questa cifra sono stati spesi all’estero. In Italia sono le acquisizioni ad aver coperto la spesa maggiore, superando per la prima volta quella in nuovi impianti e progetti il che conferma il consolidamento in corso nel settore. I primi 10 gruppi per potenza installata sono comunque cresciuti del 50% in quattro anni ma la crescita, ora, ha bisogno di trovare una direzione di marcia o il raggiungimento degli obiettivi europei al 2030 sarà lontano dall’essere raggiunto. E si rischia, anzi, un ridimensionamento dell’industria nazionale.

Sono queste le direttrici dell’Irex annual report 2017 condotto da Althesys e presentato martedì mattina a Roma. Quanto basta a far dire all’economista Alessandro Marangoni, capo del team di ricerca e Ceo di Althesys, che “l’Italia è in una fase di profonda trasformazione: da un lato il settore si sta consolidando, con la crescita di acquisizioni e la presenza di investitori finanziari. Nel 2016 i primi dieci operatori del fotovoltaico valgono 1,7 GW di potenza installata contro 1 Gw del 2015 e quasi 400 MW sono passati di mano nell’ultimo anno. Dall’altro – prosegue – mutano i fuel mix e i business model delle maggiori utility europee, che investono sempre più fuori dall’Europa. Il 30% delle 20 maggiori utility europee nel 2016 hanno almeno il 50% della potenza installata di rinnovabili. Sono loro, insieme alla digitalizzazione del sistema elettrico, il motore di questo cambiamento”.

Finanza e M&A

Le acquisizioni, sul mercato italiano delle rinnovabili, hanno raggiunto 1,9 miliardi e per la prima volta sono la parte più rilevante, circa il 39%, del totale investito. Nel 2016 si registrano 122 operazioni complessivamente, per 6,8 Gw. La tecnologia prevalente è il fotovoltaico (2,6 Gw) seguita dall’eolico (1,7 Gw). Il 35% degli impieghi ha invece riguardato nuovi progetti o impianti. Crescono le assunzioni-aumenti di partecipazioni (7%), gli accordi di fornitura sono all’8%, il resto è marginale. Il consolidamento del settore – che ha visto operazioni rilevanti con la nascita di e2i (Edison-Edf-F2i) nel 2014 o la fusione Alerion-Fri-El nel 2016  o la stessa Erg in passato – è nei numeri: la crescita delle acquisizioni è infatti passata dal 10% degli investimenti all’attuale 39% tra il 2008 e lo scorso anno. Particolarmente attivi sono gli investitori finanziari che hanno raddoppiato la propria presenza dal 2008 e sono coinvolti nel 16% delle iniziative; il peso maggiore è comunque delle aziende core rinnovabili (41%) e degli energetici (20%).

“Gli operatori si sono concentrati e sono in crescita le acquisizioni – conferma il presidente di Anev (eolico) Simone Togni – ma l’ultima asta di dicembre ha visto gruppi come e2i, Edp, Fri-El e BayWa mattatori di tutto rispetto nell’aggiudicazione dei nuovi contingenti. Non solo, hanno portato in asta società sviluppate realizzando loro i progetti e ciò dimostra che si va verso una sempre maggiore qualificazione dei soggetti operativi sul mercato”.

Repowering e crescita

Il rapporto sottolinea che il consolidamento in corso non basterà all’Italia per mantenere le posizioni già acquisite e men che meno per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione della Ue al 2030 (27% di energia verde sui consumi finali lordi, riduzione del 40% delle emissioni Co2, miglioramento del 27% dell’efifcienza energetica). Cosa fare? Due le soluzioni individuate dal Rapporto Irex: fare decollare il rinnovamento degli impianti (repowering) e costruirne di nuovi. Ma su entrambi regna l’incertezza in attesa della presentazione della Sen (Strategia energetica nazionale) e dei decreti del Mise per il periodo 2017-20.

Per l’eolico gli scenari di Althesys ipotizzano la necessità di 20 Gw di installato al 2030, inclusi i rinnovamenti ed esclusi i miglioramenti in efficienza che, se calcolati, farebbero scendere il fabbisogno a 18 GW. Secondo i calcoli che Anev presenterà il 19 aprile, il settore eolico italiano conta per circa 9,5 Gw attualmente con un potenziale di 17 Gw complessivi al 2030. “Siamo a circa la metà dell’obiettivo delineato dalla Ue” afferma Simone Togni. Per il fotovoltaico, oltre alle installazioni sostenute dalle detrazioni fiscali, si ipotizzano 13,4 GW di nuova potenza e 4,2 GW nel caso di riduzione dei consumi del 33%.

 L’attesa del settore è di ottenere i decreti del Mise entro settembre, sempre che la Sen venga presentata entro giugno, il che appare ancora incerto.

La Sen, la regolamentazione e il flop del G7 Energia

E’ proprio questa incertezza, e il conseguente rallentamento dei mercati interni, a spingere le utility europee ad investire nei Paesi extra-Ue: Brasile, Cile, Perù, Stati Uniti (in particolare California e Texas, nonostante le politiche annunciate dal neopresidente Donald Trump), Canada e Messico. “L’attrattività degli investimenti in queste zone è data dall’abbondanza di risorse naturali e, in alcuni casi, da politiche di supporto proattive”. Il verdetto è chiaro: “In uno scenario no action, cioè senza nuove misure a favore delle rinnovabili e senza migliorare l’efficienza, l’Italia rimane molto lontana dal target 2030 – conclude Althesys – scendendo al 27,5% di FER elettriche rispetto al 34,3% del 2016”.

Ma sul destino delle rinnovabili e delle politiche europee, pesano anche gli scenari mondiali. Lo stop americano ad un documento congiunto del G7 Energia come può influenzare la spinta sui target dell’Unione europea, dove non sono poche le resistenze da vincere ad Est, come per esempio in Polonia? Saranno Africa e Sud America i nuovi continenti verdi soppiantando l’Europa?

“La cosa certa – afferma Agostino Re Rebaudengo, presidente di Assorinnovabili, ormai a pochi giorni dalla fusione con Assoelettrica in Elettricità futura – è che la Cina ha deciso di cambiare passo, spinta dai problemi ambientali legati alle emissioni di ossidi di azoto e alle polveri sottili più che dalla Co2. E’ stato il Paese con più investimenti al mondo nell’eolico lo scorso anno: vogliamo lasciare a loro il primato della ricerca e dell’innovazione? In Italia, il sistema burocratico lentissimo e l’incertezza regolatoria hanno spinto persino gruppi del calibro di Enel a trovare all’estero maggiore sicurezza per i propri capex. Comunque, il fatto che il 60% dei nuovi investimenti nel mondo sia concentrato sulle rinnovabili è un segnale molto positivo”

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