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Pensioni, quota 100 diventerà 104 con il vecchio scalone?

Imagoeconomica

Sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza il governo e la maggioranza si stanno incartando da soli, come in perfetta solitudine – parlando a vanvera – sono stati capaci di mettere in ginocchio il Paese.

Riassumiamo per sommi capi la vicenda.

  1. L’esecutivo, con il beneplacito dei due  vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio  che detengono il potere reale, si sono convinti a trovare un modus vivendi con l’Unione europea, tagliuzzando, dal deficit sbandierato, come una vittoria, dal balcone di Palazzo Chigi, qualche decimale di punto. Il che non eviterà la procedura di infrazione, la quale, tuttavia, si trasformerà da un gesto di rottura politica in un atto dovuto, alleggerendo così il carico di polemiche iniziali.
  2. Per dare corso a tale operazione saranno necessarie delle riduzioni di spesa che potranno essere compiute soltanto nei settori in cui sono concentrate risorse importanti ovvero per l’introduzione di quota 100 e del reddito di cittadinanza e dintorni (rispettivamente 6,7 e 9 miliardi, come limiti di spesa, nel 2019). Le modifiche sono possibili anche perché, per ora, il governo si è limitato ad istituire due fondi senza fornire alcuna indicazione sui criteri che regoleranno i due istituti.
  3. Sorgono però dei problemi che il governo continua a nascondere alla stregua degli struzzi , nel senso che tutti li vedono tranne che loro: dove realizzare il taglio (ciascuno degli alleati si sforza di dirottare le forbici sulla bandiera dell’altro); a che cosa rinunciare rispetto alle promesse largamente diffuse se vi saranno inferiori risorse a disposizione.
  4. E qui – come si suol dire – casca l’asino, perché gli stanziamenti previsti per le due primizie nel Ddl di bilancio, per comune opinione di tutti gli osservatori, erano comunque inadeguati e richiedevano già delle restrizioni nell’individuazione delle platee e dei requisiti, ancor prima che si facesse sentire la Ue.
  5. Così il governo è andato nel panico; ha rinunciato a proporre emendamenti alla Camera su questi temi, rinviando le correzioni al Senato e promettendo nello stesso tempo che tutto sarà come prima, perché in realtà gli stanziamenti di cui all’art. 21, erano stati troppo generosi. Pertanto vi sarebbero le condizioni per spendere di meno pur adottando le medesime misure (per ora affidate alla tradizione orale come i poemi omerici).
  6. A questo punto si perde il filo della matassa giacché non si capisce più quali siano le intenzioni del governo: se definire, magari in un Ddl collegato, dei requisiti compatibili con coperture ridimensionate oppure affidarsi alla tecnica del rubinetto e cioè all’erogazione di trattamenti anticipati solo fino a quando il fondo sarà in grado di farlo con le risorse residuali. Ma come ha affermato Tito Boeri: “Sottoporre alla logica del rubinetto dei requisiti previdenziali che danno luogo a dei diritti soggettivi alla pensione è qualcosa di mai visto”.

Di tanto in tanto, come nell’antica tragedia greca, entra in scena un demiurgo – Alberto Brambilla, un esperto di vaglia – il quale spiega come ridefinire la questione di quota 100 con modalità compatibili con le risorse. Il fatto è che poche ore dopo avere affidate ai media le sue considerazioni, arrivano sonore smentite. In verità Brambilla non ha mai avuto – e questo va a suo merito – la mano leggera.

Più volte – allo scopo di contenere la spesa per quota 100 che, a suo parere, arriverebbe a 13 miliardi già nel primo anno – ha avanzato le seguenti proposte correttive: rendere volontaria l’adesione a quota 100 (in parallelo con la permanenza in vigore dei requisiti della riforma Fornero?); sottoporla al ricalcolo secondo il regime contributivo dal 1996; considerare solo un numero limitato di anni di contribuzione figurativa al fine del riconoscimento dell’anzianità di servizio; predisporre dei fondi di solidarietà a carico del sistema delle imprese.

Negli ultimi giorni, in seguito ad un’intervista di Alberto Brambilla, si è parlato persino di quota 104. Questa variazione deriverebbe dal fatto che potrebbero avvalersi del pensionamento anticipato soltanto quei soggetti che ne avessero raggiunto i requisiti previsti entro il 2018. Questa platea, poi, sarebbe organizzata secondo una programmazione di finestre, a partire dal possibile esodo dal prossimo 1° marzo solo per coloro che abbiano maturato la fatidica quota almeno due anni prima della fine dell’anno in corso (ecco la spiegazione di quota 104).

Da questa base prenderebbero l’avvio le successive scadenze. In sostanza, s’introdurrebbe uno scalone più o meno come ai tempi della riforma del ministro Maroni (di cui Brambilla era autorevole sottosegretario). Quanto alla spesa “il costo previsto è in media di circa 3,9 miliardi all’anno nei primi 5 anni, con un picco di spesa – afferma Brambilla –  di circa 5,3 miliardi”. I lavoratori interessati sarebbero 250mila (150 mila nel 2019 e 100mila l’anno successivo).

È senz’altro lodevole far quadrare i conti. Ma ha un senso compiuto rimettere in piedi una baracca con le pratiche del passato, prime fra un calendario di finestre? Non si vuole tener conto che la riforma Fornero ha subito dei correttivi importanti, sia pure in senso indiretto. Il pacchetto Ape, la normativa per i precoci ed altre misure introdotte nella passata legislatura hanno risolto il problema dell’anticipo del pensionamento (in via di fatto o di diritto) per tutti i casi in cui vi fosse una necessità effettiva.

Inoltre, si continua ad ignorare che, anche nei flussi di questi anni, la grande maggioranza dei lavoratori è in grado di avvalersi dell’anticipo (nel 2018 fatte uguali a 100 le nuove pensioni di vecchiaia nel Fpld ve ne sono state 229 di anzianità) ad un’età effettiva media alla decorrenza compresa tra 61 e 62 anni. Ecco perché quota 100 è diventata una questione ideologica di scarsissima utilità per i lavoratori (peraltro con una discriminante di genere evidentissima, perché il trattamento anticipato è nei fatti una prerogativa dei lavoratori maschi e residenti al Nord).

A pensarci bene il governo giallo-verde sta tentando la medesima operazione che volle compiere il secondo governo Prodi (era ministro del Lavoro Cesare Damiano) per superare lo scalone voluto da Maroni. Si sprecarono 7,5 miliardi in un decennio per riorganizzare in tempi più brevi la possibilità di uscire anticipatamente dal lavoro (attraverso l’invenzione delle quote). Oggi, però, c’è un aggravante: l’operazione è assai più onerosa e non si esaurisce, come nel 2007, in un arco temporale ristretto, ma si prolunga avanti nei decenni, dopo essersi bruciati i vascelli alle spalle.

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