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Patto di stabilità e crescita: cosa cambia con la riforma Ue e qual è l’impatto sull’Italia? L’analisi di Assonime

Scopio

Lo scorso 10 febbraio Il Consiglio dell’Ue e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sulla riforma del Patto di stabilità e crescita. Un provvedimento in discussione già prima della crisi pandemica, che nell’ultimo periodo ha subito una forte accelerazione. I vertici di Bruxelles, ma anche gli Stati membri, si sono infatti resi conti che, nonostante le passate revisioni del quadro della governance economica dell’Ue, le regole e la loro applicazione hanno manifestato nel tempo crescenti criticità riguardanti numerose variabili, dalle regole uguali per tutti a vincoli difficilmente rispettabili. 

“L’esigenza di riforma del Patto si è fatta più stringente quando, per fronteggiare la crisi generata dalla pandemia nel 2020, le regole sono state temporaneamente sospese per una durata successivamente prolungata alla fine del 2023 a causa della crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina”, spiega Assonime nel suo Note e Studi riguardante proprio il Patto di stabilità e crescita. “Il ritorno alle vecchie regole sarebbe oggi problematico a causa di mutamenti significativi che sono seguiti alla crisi: principalmente l’aumento generalizzato in molti paesi del debito pubblico e dei tassi di interesse e la necessità di sostenere investimenti significativi in molti settori strategici”, continua l’associazione.

Da queste considerazioni è nata una riforma che ha l’obiettivo di superare i precedenti limiti e assicurare maggiore compatibilità fra i percorsi nazionali di riduzione del debito e di risanamento finanziario e la necessità di garantire adeguati finanziamenti pubblici a sostegno delle transizioni energetica e digitale. 

“Nel complesso, l’accordo raggiunto sulla riforma del Patto di stabilità e crescita non si discosta significativamente dalla proposta che la Commissione europea aveva presentato ad aprile 2023 ma, su richiesta di alcuni paesi, in particolare della Germania, introduce nel nuovo sistema dei vincoli quantitativi annuali (salvaguardie) per la riduzione del debito e il disavanzo pubblico”, commenta Assonime che nel suo report ripercorre gli aspetti principali della riforma, in particolare le novità introdotte nei regolamenti che definiscono la parte preventiva e correttiva.

La riforma del Patto di stabilità e crescita: il braccio preventivo

La riforma del Patto di stabilità e crescita non modifica i due capisaldi, vale a dire i valori di riferimento del 3% per il rapporto deficit/Pil e del 60% per il rapporto debito/Pil previsti dal trattato sul funzionamento dell’Ue.

A cambiare è invece il cosiddetto “braccio preventivo”, con il passaggio da un sistema di regole e obiettivi in principio uguali per tutti ad un sistema che si fonderà su percorsi di riduzione del debito negoziati fra la Commissione e il singolo stato membro sulla base di obiettivi condivisi. “Si sposta dunque l’enfasi dal monitoraggio dei disavanzi pubblici anno per anno alla valutazione in un orizzonte pluriennale, commenta Assonime che, tra le principali novità cita inoltre l’abolizione del criterio di convergenza del saldo strutturale verso l’obiettivo di medio termine (Omt) e, nel braccio correttivo, della regola di riduzione annuale di un ventesimo della differenza tra il rapporto debito/Pil e l’obiettivo del 60%, considerata troppo stringente.

Funzionerà pressappoco così: nell’ambito della procedura del braccio preventivo, vi sarà una prima fase di indirizzo in cui la Commissione dovrà definire, per gli stati membri con un debito pubblico superiore al 60% del Pil o un disavanzo superiore al 3% del Pil, “traiettorie di riferimento” per la spesa netta della durata di 4 anni, estendibili a sette. Su richiesta della Germania, in sede di accordo Ecofin, nel “braccio preventivo” delle regole sono stati aggiunti due vincoli addizionali su debito e deficit: La prima salvaguardia riguarda tutti i paesi con un rapporto debito/Pil superiore al 90% che, durante il periodo di aggiustamento, sono tenuti a ridurre tale rapporto di almeno un punto percentuale di PIL all’anno in media. La seconda salvaguardia richiede a tutti gli stati membri con un rapporto debito/Pil superiore al 60% o un disavanzo sopra il 3% del PIL, un miglioramento, “durante i periodi di crescita” del deficit primario strutturale pari allo 0,4% annuo su un periodo di aggiustamento di 4 anni o dello 0,25% su un periodo di 7 anni, fino a raggiungere un deficit strutturale dell’1,5% del Pil per lasciare margini sufficienti ad accomodare eventuali shock finanziari senza superare la soglia del 3% di Maastricht.

Questi meccanismi si applicano solo agli stati membri che non sono oggetto di una procedura per deficit eccessivo, mentre quest’ultima rimane sostanzialmente invariata. 

La riforma del Patto di stabilità e crescita: il braccio correttivo

Il braccio correttivo ha subito invece modifiche minori. Tra quelle approvate, spiccano le modifiche alla la procedura per disavanzi eccessivi basata sul criterio del deficit che viene attivata nel caso in cui il disavanzo superi il 3% del Pil, a meno che non si tratti di un evento eccezionale, temporaneo e di modesta entità. Diversamente, la procedura per disavanzi eccessivi (Pde) basata sul criterio del debito viene rafforzata e incentrata sulle deviazioni dal percorso concordato della spesa primaria netta. Tra i “fattori rilevanti” ai fini della valutazione dell’esistenza di un deficit eccessivo da parte della Commissione figurano, oltre al livello dei problemi di debito pubblico e l’entità della deviazione, gli investimenti nella difesa e i progressi nell’attuazione degli investimenti e delle riforme intrapresi nell’ambito di Next Generation Eu. 

Da sottolineare infine che, per evitare che correzioni di bilancio possano risultare molto restrittive fin dall’inizio, sotto la forte pressione di Francia (e Italia), è stato concesso che per i paesi che entreranno in procedura di infrazione per eccesso di deficit, la Commissione europea valuterà e terrà conto dell’impatto dell‘aumento dei tassi di interesse nel definire il percorso di aggiustamento. 

Il giudizio di Assonime

“Nel complesso le nuove regole rendono più flessibili i vincoli annuali sulla politica di bilancio, con parametri da rispettare meno stringenti in termini di aggiustamento richiesto rispetto alle norme precedenti. Malgrado questa flessibilità, il nuovo patto richiede comunque una politica fiscale restrittiva in quasi tutti gli stati membri contemporaneamente, con possibili ripercussioni negative per la crescita dell’intera area in una fase in cui le sfide della doppia transizione e quelle globali sono molto significative. Inoltre, le nuove regole sembrano assoggettare i paesi ad alto debito a un significativo controllo da parte della Commissione europea non solo sulle politiche di bilancio, ma sull’intero quadro delle politiche economiche”, sottolinea Assonime che poi passa a valutare l’impatto delle nuove regole sull’Italia.

“Rispetto alla regola in base alla quale ai paesi ad alto debito è richiesto di ridurre il rapporto debito/PIL dell’1%, va precisato che tale regola si applica in media su periodi di 4-7 anni e non in ciascun anno in maniera puntuale. Ciò concede un certo margine di flessibilità che associato al nuovo parametro di monitoraggio, costituito dalla spesa netta che consente il pieno funzionamento degli stabilizzatori automatici, dovrebbe permettere di attuare politiche anticicliche in fase di recessione”, sottolinea l’Associazione.

“Quanto all’altro criterio quantitativo di salvaguardia sul deficit (il raggiungimento del margine di sicurezza di 1,5% del PIL), occorre anzitutto specificare che questo si applicherà solo nel “braccio preventivo”, fuori o una volta usciti dalla procedura per deficit eccessivo”, continua, specificando che “le nuove regole europee, dunque, non dovrebbero comportare di per sé, almeno nel breve periodo, l’esigenza di una manovra correttiva”.

Il commento di Assonime si chiude con l’auspicio che, una volta chiuso il cantiere dell’architettura di governance europea,”l’agenda della nuova Commissione si orienti rapidamente su come migliorare il funzionamento e la competitività delle economie dell’UE, a partire dal completamento dell’unione bancaria, dalla creazione di un mercato dei capitali europeo, in grado di contribuire al finanziamento di grandi investimenti europei necessari per la doppia transizione verde e digitale, la difesa comune, la politica industriale europea”

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