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Mutti: “Meno pomodoro, ma di qualità e lotta al caporalato”

Imagoeconomica

Meno pomodoro, ma di qualità. Ottenuto nel rispetto dell’ambiente, di agricoltori e consumatori, ma anche dei lavoratori che ogni anno vengono ingaggiati per la raccolta nei campi. Detta così, la saga dell’azienda Mutti sembra tutta rose e fiori, e invece no. Perché dietro questa industria emiliana, che dal 1899 produce derivati del pomodoro come polpe e passate, pelati e concentrati, c’è una filiera attiva su tutti i fronti, dalla ricerca agronomica alla distribuzione finale. Una “catena del valore” che richiede perizia, lungimiranza e pazienza. Soprattutto quando le avversità atmosferiche non aiutano e le logiche di mercato neppure.

Tutto questo in un settore strategico dell’agroalimentare che vede l’Italia secondo produttore mondiale, dopo gli Stati Uniti, con 4,65 milioni di tonnellate di pomodoro trasformato (dati Anicav) per un valore di 3,15 miliardi di euro, di cui oltre il 60% realizzati sui mercati esteri. Emblema di una cucina made in Italy associata per lo più a pasta e pizza. Che per confermare gli elevati standard dei propri prodotti deve però fare i conti con un clima sempre più bizzarro, minori rese e margini di redditività.

In questo quadro generale, la produzione 2018 è diminuita un po’ ovunque: del 10% a livello mondiale (con un crollo del 40% in Cina, primo concorrente dell’Italia) e del 15% in Europa, dove Spagna e Portogallo hanno ridotto le quantità di oltre il 20 per cento. Mentre in Italia, a fronte di un calo compreso tra il 10 e il 13%, a seconda delle aree, Mutti ha invece mantenuto i livelli del 2017, permettendosi oltre tutto di pagare di più i propri agricoltori conferenti.

L’amministratore delegato Francesco Mutti, terza generazione di famiglia, spiega a First&Food che non si tratta di un’anomalia, ma della prosecuzione di una politica di investimenti in qualità e innovazione che la sua azienda porta avanti da sempre.

D’accordo, ma a quale prezzo? Pochi giorni fa, a campagna ormai conclusa, Mutti ha dichiarato di avere trasformato 284.500 tonnellate nello stabilimento di Montechiarugolo, nel Parmense, circa 200mila tonnellate in quello ex Copador della vicina Collecchio e quasi 50mila nell’impianto Fiordagosto a Oliveto Citra, nel Salernitano, per un totale di 539.185 tonnellate.

Mutti, quest’anno produrrete volumi maggiori o inferiori rispetto al 2017?

«La produzione è rimasta tendenzialmente sui livelli dell’anno scorso, anche se con situazioni diversificate. Nello stabilimento storico di proprietà, che vale oltre il 50% del totale, lo scostamento al ribasso è stato molto contenuto grazie a una filiera consolidata e agli investimenti fatti in termini di incentivi che hanno fidelizzato i produttori agricoli. A Collecchio siamo calati, ma nei limiti dei quantitativi richiesti dal mercato. Al Sud (dove l’associazione delle industrie conserviere ha stimato -12,7%, ndr) siamo in linea con la media».

Tuttavia, a fronte di pesanti carichi fiscali, costi industriali in crescita e rese in calo avete aumentato l’indice di prezzo concordato a inizio anno del 6%, che corrisponde a un +16% rispetto alla media del Nord Italia. Come è possibile?

«È una scelta complessa. E comunque, per le produzioni tipiche del Sud come pomodorini e pelati il prezzo rispetto a quello base di acquisto è aumentato fino al 30 per cento».

Una politica di ‘premium price’ giustificata da quali fattori?

«La ricerca della qualità per noi è fondamentale. Quel sovraprezzo del 16% rispetto alla media del mercato del Nord è il risultato di un grado Brix, quello che esprime indirettamente la sapidità del pomodoro, mediamente superiore del 7%. Criteri analoghi valgono per l’approvvigionamento di materia prima al Sud, in particolare nelle zone vocate della Puglia».

Per fare fronte a fenomeni di caporalato, con reclutamento irregolare e contratti ‘capestro’ per i lavoratori avventizi, nei contratti con i vostri agricoltori avete inserito una specifica clausola con la quale richiedete espressamente di adottare la raccolta meccanica, evitando quella manuale. Con quali investimenti e costi aggiuntivi?

«La prevenzione è sempre il modo migliore per affrontare problemi di qualsiasi tipo, anche quando si tratta di sfruttamento del lavoro. Nei nostri stabilimenti abbiamo messo a punto nuove tecnologie per la raccolta meccanica, anche per le varietà di pomodori che non erano ancora raccoglibili con le macchine».

La legge contro il caporalato varata dal Governo nel 2016 quali risultati ha prodotto?

«I rischi di sfruttamento del lavoro non possono essere completamente eliminati. Però anche un’azienda come la nostra può intraprendere diverse iniziative per garantire che i rischi siano ridotti al minimo».

E voi cosa avete fatto per combattere il caporalato?

«Da quest’anno, anche nelle aree produttive del Sud, abbiamo posto come condizione che la raccolta sia meccanica al 100%. Questo in aggiunta a strategie di prezzi e incentivi per premiare l’alta qualità e rafforzare la posizioni delle organizzazioni di produttori qualificate, evitando qualsiasi forma di concorrenza sleale nei rapporti contrattuali».

Quando piove molto e le campagne si allagano la raccolta meccanizzata è però praticamente impossibile.

«Da quest’anno la nostra controllata Fiordagosto ha avuto l’input di respingere qualsiasi carico di pomodoro non raccolto meccanicamente».

Ed è successo?

«È stata un’operazione complicata e sofferta, abbiamo respinto alcuni carichi di prodotto e alla fine non abbiamo raggiunto l’obiettivo del 100%. Ma è uno dei prezzi che paghiamo per la nostra coerenza».

Dal 2010 siete impegnati anche sul fronte del risparmio idrico, per limitare le emissioni di anidride carbonica e dare quindi un contributo concreto al contrasto dei cambiamenti climatici. Quanta acqua serve per produrre un chilo di passata di pomodoro?

«Tra i 50 e 60 litri. Con la nostra attività di ricerca e l’impegno degli agricoltori siamo riusciti a ridurre l’impronta idrica del 5%. Per fare un esempio, per produrre un chilo di grano servono in media 1.100 litri, per uno di riso 1.300, per uno di carne ne servono 13mila».

Mutti spa ha chiuso il 2017 con un fatturato di 260 milioni, con un incremento del 13,5% sull’esercizio precedente. Quali sono le vostre previsioni per quest’anno?

«Stimiamo di crescere a 330 milioni, ma questo soprattutto per effetto dell’acquisizione del sito produttivo ‘Pomodoro 43044’ di Collecchio».

E l’export come procede?

«Ormai ha raggiunto il 33% del fatturato, con una quota che cresce di anno in anno a doppia cifra. A cominciare dai mercati europei quali Francia, dove siamo leader con una crescita a volume di oltre il 19%, Germania e paesi del Nord».

Mutti è presente in 95 paesi. Come va Oltreoceano?

«Ci stiamo affermando in Australia, Canada e Stati Uniti, dove l’anno scorso abbiamo costituito la Mutti Usa Inc. e dove contiamo di iniziare a raccogliere nuovi frutti dal 2019».

Esattamente due anni fa, nel novembre 2016, Mutti Spa annunciò l’ingresso nel capitale sociale con una partecipazione del 24,5% di Verlinvest, fondo belga di private equity che investe a livello globale nel settore del largo consumo. È previsto un suo aumento nel breve-medio periodo?

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«Al momento non c’è alcuna volontà in questo senso, né da parte nostra, né da parte del nostro partner».

Circolano voci di un eventuale debutto in Borsa: c’è qualche novità in arrivo?

«Non ci stiamo pensando. Del resto, l’alimentare è un settore lento, anticiclico, con tempi che sono scanditi dai raccolti delle materie prime. Tra qualche anno, forse, valuteremo congiuntamente con Verlinvest questa eventualità».

Categories: Food News

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