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Italian sounding: parte dall’Expo la lotta ai falsari del food Made in Italy

L’equivalente di tre leggi finanziarie, che in tanti anni ci hanno fatto piangere lacrime di sangue: è questo l’ammontare del fatturato equivalente del volume di affari dell’industria dell’italian sounding. E se dai dati economici vogliamo poi scendere a quelli sociali si può considerare che con quel fatturato si potrebbero creare 300.000 posti di lavoro, due volte i dipendenti dell’ENI  sparsi per l’Italia e per il mondo.

Ecco in poche cifre spiegato, con la preoccupante evidenza dei numeri,  cos’è l’Italian Sounding,  un fenomeno internazionale che da anni a questa parte rappresenta il più grave attentato  all’agroalimentare  Made in Italy, frutto di culture secolari, e sul quale si basa la Dieta Mediterranea iscritta dal 2010 nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità.

Il fenomeno partito anni addietro e preso un po’ sottogamba, ha assunto oramai proporzioni devastanti non solo per la nostra economia ma anche dal punto di vista delle qualità organolettiche dei prodotti che si spacciano per italiani doc  e infine dal punto di vista  sanitario. E’ stato infatti calcolato che  due prodotti alimentari di tipo italiano su tre in vendita sul mercato internazionale sono il risultato dell’agro pirateria internazionale.

Sul podio delle contraffazioni salgono al primo posto non certamente gradito  i formaggi, a partire dal Parmigiano Reggiano, seguiti dai salumi e dagli insaccati, con  il Prosciutto in testa, mentre sul terzo podio resta stabile l’olio.
Intendiamoci nulla di nuovo sotto il sole. Il problema delle frodi commerciali era già  ampiamente diffuso  in età medievale.  Al punto che San Tommaso d’Aquino  ne parla nella sua Summa Theologiae affrontando i principi della correttezza che dovrebbero ispirare i rapporti tra produttore, mercante e compratore. Per il predicatore dominicano, dottore della Chiesa,  il venir meno a questi principi costituisce  un comportamento illecito, che diventa peccato quando il venditore compie il gesto deliberatamente.

Ma la Somma Teologica di San Tommaso è rimasta largamente inascoltata per tutti i secoli a venire. Il fenomeno si sviluppa infatti   essenzialmente  nel corso dell’Ottocento, con l’inizio della produzione industriale degli alimenti e l’ampliamento degli scambi commerciali: c’è  da soddisfare una domanda in crescita e non sempre in grado di acquistare prodotti costosi, e spesso anche da far fronte alla carenza dell’offerta, per cui si fa sempre più ricorso,  sia per necessità sia per aumentare i profitti,  a cibi adulterati.

Il problema  è che in epoca moderna con il successo del Made in Italy e della Dieta Mediterranea, che in questi giorni all’Expo, ha avuto una autorevole sponsorizzazione  con Michelle Obama, convinta sostenitrice  di una alimentazione naturale come filosofia di vita, ha assunto i contorni di un vero e proprio sistema economico.
Da questo punto di vista Expo 2015 può costituire un momento di riflessione seria sul che fare e su come fare per porre argine al fenomeno e soprattutto su come  approfittare della platea mondiale dell’Expo per rilanciare l’autenticità e le proprietà dell’agroalimentare italiano,  i suoi sapori,  i suoi benefici salutari.

«Credo che sia giunto il momento – ha affermato il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina – di prenderci una responsabilità: quella di sperimentare. Dobbiamo innovare il modo in cui l’Italia si presenta al mondo: credo molto nella possibilità di un marchio unico che identifichi il Made In Italy, facendo squadra. Perché le nostre eccellenze sono come squadre che giocano in Champions, che possono aiutarci a fissare un punto simbolico, su cui poi convergere con le singole realtà aziendali, i consorzi, le associazioni».

E il punto di partenza non possono che essere le DOP  attorno alle quali muovere poi tutte le azioni necessarie  in maniera condivisa ai diversi livelli. All’Expo 2015 questo tema lo si è cominciato a sviluppare in maniera  programmatica.
Il problema dell’Italian sounding non va visto però solo da un punto di vista della difesa del prodotto genuino italiano c’è un aspetto inquietante e subdolo dietro questo fenomeno , e lo ha denunciato   l’ex procuratore Capo  della Repubblica di Torino  Gian Carlo Caselli, nel suo intervento alla tavola rotonda “Legalità e responsabilità alimentare: la sfida di Expo per l’agricoltura del futuro”.

“Le mafie  – ha detto – non si negano nulla, tutto ciò che permette di riciclare denaro con attività apparentemente lecite, di conquistare pezzi di territorio e di mercato, consolidare e aumentare potere economico, presto o tardi, sarà soggetto ad azioni della mafia, che cerca di infilarsi con mezzi e strumenti che facilmente ne consentono la riuscita. Per questo ho accolto l’invito di Coldiretti a presiedere il Comitato scientifico sulla criminalità in agricoltura”. Un business stimato, per difetto, dal magistrato in circa 14 miliardi di euro.

Quindi dal suo nuovo ponte di comando ha delineato le priorità operative: lotta senza quartiere  all’Italian sounding, che fattura 60 miliardi di euro l’anno, con l’imitazione e la falsificazione di prodotti italiani a opera di aziende straniere, ma anche – e su  questo c’è da ragionare – di italiane localizzate all’estero; strategia di monitoraggio dell”Italian laundering’ , ovvero il fenomeno di marchi famosi acquisiti da altri  e sovente svuotati di qualità, pezzi della nostra economia che si perdono e dietro i quali si possono nascondere investimenti di denaro non trasparente. Ma anche  strategia di contrasto delle Infiltrazioni illegali delle agromafie nell’agroalimentare italiano, un marchio  che ha un fortissimo appeal, soprattutto in tempi di crisi economica – ha spiegato Caselli – e che  è il nostro miglior ambasciatore all’estero:  per  questo va difeso, per tutelare qualità e sicurezza dei prodotti e dunque salute dei consumatori ma anche  perché tutto ciò colpisce soprattutto i più poveri assoluti o relativi sempre più numerosi in Italia, che si rivolgono al prodotto a minor costo, spesso meno garantito e sicuro per la salute”.

Il Ministero delle politiche agricole dal canto suo si è già mosso ottenendo concreti risultati: nel 2014 sono state effettuate più di 110 mila  verifiche sulla filiera agroalimentare italiana, con sequestri per oltre 40 milioni di euro e nel 2015 sono stati decuplicati gli interventi, passando da una decina a 145 casi di ritiro dal commercio dei prodotti.  E la normativa europea, fortemente voluta dall’Italia (reg. Ue 1151/12),consente di attivare  la protezione delle nostre produzioni Igp e Dop su tutto il territorio dell’Ue con il pieno coinvolgimento degli Stati membri in cui avviene la vendita irregolare. “Queste operazioni ci dimostrano ancora una volta – sottolinea con soddisfazione Martina – quanto sia efficace ed autorevole il nostro sistema di controlli che, non a caso, viene preso a modello da molti Paesi”.

Ed è grazie a questa normativa  se in Gran Bretagna, grazie alla collaborazione del Department for Environment Food and Rural affairs (Defra), il ministero britannico dell’Ambiente, alimentazione e agricoltura, si è potuto bloccare la vendita di un falso Prosecco dop alla spina in negozi, locali, supermercati e siti web ,   oppure se in Olanda è stato impedito  a “Jumbo” e “C1000”, catene della grande distribuzione, di vendere  un salume pre-confenzionato, il “Parma Ham”, spacciato per vero Prosciutto di Parma.

Ma si può citare anche il caso dei celebrati e mitici magazzini ‘Harrods’ che vendevano con il proprio marchio un olio imbottigliato nel Regno Unito e fatto passare per extravergine di oliva IGP ‘Toscano’, denominazione protetta in ambito Ue o ancora di milioni di bottiglie di un liquore multicolor, che sfrutta il nome  “Sambuca” e la fama del tradizionale prodotto italiano avevano invaso  un anno fa il  mercato europeo, soprattutto britannico. Fin troppo noti sono poi il caso  del  Parmesan  prodotto in Wisconsin o in California che negli Stati Uniti  in quasi nove casi su dieci viene spacciato per   Parmigiano Reggiano o Grana Padano.

E si può proseguire con il Provolone, il Gorgonzola, il pecorino Romano, l’Asiago o la Fontina  tutti vittime dell’agropirateria mondiale, così come i nostri salumi più prestigiosi, dal Prosciutto di Parma al San Daniele, alla Mortadella,  o  gli extravergine di  oliva e le conserve come il pomodoro san Marzano che viene prodotto in California e venduto in tutti gli Stati Uniti.

Il problema è che l’Italia ha la più grande ricchezza agroalimentare al mondo quanto a prodotti distintivi: annovera infatti 271 prodotti a denominazione Dop e Igp (cui vanno aggiunte due Specialità agroalimentari tradizionali – Stg), per un totale, valutato dalla Coldiretti, di circa 90mila addetti e 150mila ettari coltivati. Il valore della produzione è di 6,6 miliardi di euro, mentre il valore dell’export 2014 ammonta a 2,4 miliardi di euro, in crescita del 5 per cento rispetto all’anno precedente. A questi – continua la Coldiretti – vanno aggiunte le 523 denominazioni di origine per i vini e le 39 indicazioni per gli altri prodotti alcolici, con 200mila produttori e 350mila ettari di vigneti, per un valore della produzione di  7,1 miliardi di euro, oltre ai 4,3 miliardi di euro delle esportazioni.

Il tutto per un fatturato al consumo di 13,5 miliardi di euro.  Si può ben capire a questo punto come gli industriali dell’italian sounding, il cui fatturato come si è detto ammonta a oltre 60 miliardi di euro, quasi il doppio del valore delle nostre esportazioni agroalimentari, abbiano solo  l’imbarazzo della scelta su dove puntare per le loro contraffazioni alimentari. E così troviamo poi i Parma Salami prodotti in Messico,  il Parmesao in Brasile, il Regianito in Argentina,  la Mortadella Siciliana che arriva dal Brasile,  una salsa Roman Style fabbricata in California, il Pesto ligure dalla Pennsylvania, un condimento Bolognese dall’Estonia o un formaggio Pecorino prodotto in Cina con  quale latte lo si può immaginare…

Alla fantasia dei contraffattori non c’è limite. A parte  inventarsi una Mortadella Siciliana che è tutto un programma,  in rete circola un  Kit per la produzione casalinga dei più famosi formaggi italiani. E così con un intruglio di pillole e polveri assicurano che è possibile fabbricarsi una mozzarella in casa in 30 minuti.  Per non parlare di una mozzarella vista a Londra con tanto di cartello “Italian Tecnology”…

E addio Bufale di Battipaglia che fanno il loro lavoro fin dall’anno 1000! Ma girano anche  wine kit che nella sola Ue hanno reso possibile fabbricarsi un vino a casa stimato in 20 milioni di bottiglie l’anno dai nomi assonanti come il Barollo, il Cantia, il Vinoncella e il Monticino da bere al posto del  Valpolicella e del Brunello di Montalcino.
Paolo  Gibello presidente di  Deloitte Italia che ha realizzato una articolata ricerca, pubblicata da Slow Food Editore,  valuta che  “Il comparto agroalimentare in Italia ha un valore complessivo di 250 miliardi di euro, ossia il 15% del Pil, ed è composto da oltre 880mila aziende che hanno in media 1-2 addetti”. Il valore dell’export ha superato i 30 miliardi di euro, grazie alla visibilità raggiunta dai prodotti e alle innovazioni, oltre che per la qualità che caratterizza i prodotti “made in Italy”…

“Questo dimostra che stiamo parlando di micro-realtà; sono solo 10mila, infatti, le aziende con un patrimonio sociale di almeno 20mila euro”. Le aziende con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro poi sono solo 300: di queste il 70% si divide tra Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia e Veneto. “Questo nanismo diffuso fa sì che le aziende non siano pronte ad affrontare, ad esempio, la sfida dei mercati internazionali”.

Un patrimonio importante non solo culturalmente e storicamente, non solo gastronomicamemnte, ma soprattutto una voce importante del nostro comparto produttivo,  con effetti occupazionali a livelli di grandi industrie e un sensibile attivo sulla bilancia dei pagamenti con l’estero.  Ecco dunque che appare quanto mai importante l’appello lanciato dal Ministro Martina perché l’agroalimentare faccia sistema attorno ai suoi prodotti  leader e soprattutto  sappia promuoverli e tutelarli a livello nazionale e internazionale. L’Expo da questo punto di vista rappresenta un ottimo banco di prova perché dalle buone intenzioni si passi ai fatti.

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