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Intesa e Unicredit: la luce in fondo al tunnel. Da entrambi rispettata la promessa del dividendo

Nei mesi scorsi ”abbiamo visto l’uragano avvicinarsi e abbiamo temuto di poter essere nell’occhio del ciclone” ammette l’ad di Intesa San Paolo Enrico Cucchiani. “Fortunatamente – aggiunge però – la tempesta sembra essersi allontanata e possiamo ora allentare le difese”. Ovvero, riaprire il dossier crescita, come si augurano le imprese, soprattutto quelle piccole e medie che hanno patito più di tutti le conseguenze dell’anno più duro. Promesse del genere, in realtà, non sono mancate nell’ultimo anno, scandito dalla frenata dei prestiti alle imprese ed alle famiglie che il presidente della Bce ha definito “frustrante”.

Ma la sortita di Cucchiani non sembra rituale, semmai conferma la sensazione che si possa aprire un capitolo nuovo. Dopo aver pagato “una sorta di polizza assicurativa straordinaria”, commenta il ceo, Intesa può far valere “la sua solidità patrimoniale ed una posizione di capitale e di liquidità in rafforzamento trimestre dopo trimestre”. Al pari, i vertici di Unicredit si sono spinti a lanciare un segnale di ottimismo, fuori luogo fino a pochi mesi fa. “Fra un anno, se non succederanno cataclismi – ha affermato Giuseppe Vita, presidente in piazza Cordusio – la situazione di Unicredit sarà migliore”. “Abbiamo posto le basi per una discreta ripresa” ,ha aggiunto il ceo Federico Ghizzoni, abbandonando il consueto understatement.

Entrambi gli istituti, poi, hanno tenuto fermo l’appuntamento con il dividendo, come sembrava difficile non molti mesi fa, anche per gli inviti di Banca d’Italia, preoccupata da possibili attacchi speculativi che avrebbero potuto far vacillare anche le banche più solide. Ma sia Intesa che Unicredit possono ora confermare l’appuntamento con la cedola per il 2013 : una nuova polizza sulla fiducia dei soci e del mercato in vista di un anno comunque movimentato, all’insegna del confronto in sede Ue sulla supervisione delle banch e dei ratios patrimoniali.

Insomma, la situazione è difficile, ma spaventa meno di un anno fa. Cosa che, per paradosso, rishia di alzare il tono delle polemiche: migliorano i conti delle banche, grazie al sostegno della Bce. Ma tale risultato non riesce a riflettersi sugli stakeholders, famiglie ed imprese clienti. Che cosa stanno facendo le banche per meritare l’ossigeno erogato da Francoforte? Ha ancora senso lo scudo della “banca di sistema”, quelle che hanno portato Ca’de Sass a profondere energie e capitali al capezzale di Alitalia, Telco Rcs per non parlare di Tassara? O gli sforzi profusi da Unicredit per evitare il tracollo di Fonsai prima dell’intervento di Unipo?

Dalle riflessioni di Cucchiani e dall’atteggiamento di Ghizzoni sembra di capire che, senza troppi proclami, una stagione del sistema bancario sia tramontata una volta per tutte: basta con la “banca di sistema” pronta a svolgere una funzione di supplenza nelle emergenze; basta anche con gli ammiccamenti al dirigismo affiorati nella stagione colbertiana del Tremonti pensiero, che ha accompagnato la frana Mps.

Non sarà un passaggio facile od indolore. Cosa di cui Cucchiani, nell’assumere la responsabilità diretta della getione delle partecipazioni. Ha dimostrato di esser consapevole. Il ceo dell’istituto è alieno dal lanciare proclami di sistema: la leadership dell’istituto si rafforza con il buon esempio, non con le iniziative “tricolori”. Quel che conta, insomma, è l’execution: la riduzione strutturale dei costi, l’aumento delle commissioni. L’importante è di scaricare le nuove disponibilità rese possibili dall’attività di intermediazione in iniziative sostenibili, motivate dal business e non dai crocevia del potere. Non è un passaggio semplice né sarà un’operazione facile. Anche perché la crisi è tutt’altro che finita e sui bilanci incombono le sofferenze che pesano.

Ma, ha spiegato Cucchiani, almeno sono venute meno le circostanze eccezionali che hanno suggerito di tener alta la guardia: “ La politica prudenziale di Intesa Sanpaolo e’ proseguita nel primo trimestre alla luce della crisi di Cipro e della lunga fase necessaria alla nomina del Governo in Italia”. E per queste ragioni il gruppo, spiega il Ceo Enrico Cucchiani, ha ”deciso di mantenere una riserva ulteriore e straordinaria di liquidità pari a 20 miliardi di euro, sostenendo un costo opportunita’ di 100 milioni di euro nel solo primo trimestre”. Un atteggiamento prudente, forse troppo prudente, a giudicare con il senno di poi, comunque “oggettivamente costoso”. “Nonostante l’evidenza di un tangibile miglioramento nella dinamica dei nuovi flussi di credito deteriorato – ha sottolineato Cucchiani – la banca ha deciso di aumentare il grado di copertura sui crediti non performing per 150 milioni di euro, in evidente contrasto con la prassi generale di mercato”. Oggi queste disponibilità possono essere rimesse, gradualmente. nel circuito dell’economia reale. Non meno eccezionale la virata di Unicredit: nel corso del 2012 la banca ha ridotto il funding gap che gravava sul gruppo più internazionale del credito tricolore di 33 miliardi. Nel frattempo, nonostante che la mancata unione bancaria impedisce al gruppo di esprimere tutte le sue energie Unicredit è tornato a far utili in Italia.

Insomma, i problemi non mancano. Ma il sistema si muove. Tra problemi di governance e fragilità tipiche del caso Italia. Ma con una prospettiva che, speriamo, presto si tradurrà in operazioni strategiche in Italia e sprattutto fuori. E’ l’ora che il made in Italy in banca torni a recitare da grande player globale.

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